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NotizieInRete 362 - 22 dicembre 2014 - Newsletter del Consorzio Nazionale Idee in Rete

 

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A Natale siamo tutti più buoni

Da una parte si sta sviluppando in questi giorni un dibattito sull'ultimo volume curato da Lester Salamon sulle nuove frontiere della filantropia (vedi qui una recensione su Secondo welfare e su Impresa sociale); dall'altra ciascuno di noi sperimenta in questo periodo dosi massicce di sollecitazioni filantropiche concrete.

Qualsiasi passante, nel percorrere una via del centro cittadino, è intercettato da uno svariato numero svariato di promotori di Buone Cause, sorridenti, amichevoli, talvolta anche non privi di una certa astuzia (sarà un caso, ma spesso un signore di mezza età viene interpellato da ragazze giovani e carine, che istintivamente è più difficile respingere). 

E, anche a casa, l'assalto continua. Pop-up con bambini sofferenti che si aprono sullo schermo del PC e cassette delle lettere piene.

Che sia il Natale in cui siamo tutti più buoni o l'esser finiti, per un magari lontano atto di liberalità, in qualche indirizzario selezionato di potenziali donatori, ci vediamo rivolte decine di istanze impellenti, tutte drammaticamente impellenti: bambini morenti, disabilità d'ogni genere, innocenti perseguitati, poveri d'ogni cosa, sfollati di crudeli guerre fratricide, opere pie da edificare, pozzi da costruire, specie rare minacciate e malati da salvare. Ciascuno che attende un piccolo gesto, una donazione che può significare salvezza - o quindi, se negata, rovina (di cui tu, proprio tu, sei responsabile!). 

E ci si sente allora spuntare dentro una punta di indifferenza o addirittura di cinismo, del tutto incoerente tra l'altro con la propria militanza per analoghe Buone Cause: come se questa overdose di necessità assolute suscitasse, per reazione, uno schermo di protezione, per cui alla fine la lettera con foto del bambino che soffre la fame viene accartocciata e cestinata. Come le altre, come la pubblicità dei cesti natalizi. E per fare questo si è costruito, appunto, un piccolo muro dentro di sé. 

I messaggi sono tutti molto simili, le fundraising school il loro buon lavoro l'hanno fatto. Le comunicazioni sono personali, dirette, convincenti, concrete. Devono avere tutti letto lo stesso buon decalogo di un ottimo consulente di marketing e sanno utilizzarlo. 

Sono finiti i bei tempi dei tizi un po' rovinati che ti dicevano "Hai pregiudizi contro i tossicodipendenti" ("no, ma su chi mi fa domande del genere sì", era la risposta più facile), eravamo all'anno zero delle strategie di approccio, un'astuzia così ingenua da fare quasi tenerezza. Oggi - questo è l'approccio di una di una di queste grandi organizzazioni - alla domanda "chi siete?" (o "cosa volete?", "perché mi avete fermato?", "volete soldi?" o qualsiasi altro incipit da parte del passante fermato) la risposta è "Cerchiamo angeli". Da abbracciare sul posto la signorina che la dà e il consulente che l'ha immaginata. Grandiosa!

L'approccio è spesso simile. In prima battuta chi ti ferma per strada non te lo dice che la Causa ha bisogno di un sostegno economico: è stato ben istruito sul fatto che chiedere soldi subito indispone. Vieni invitato a mettere una firma, il colloquio prosegue come fosse finalizzato all'informazione e sensibilizzazione sulla Causa, poi ti vengono spiegate le cose importanti che l'organizzazione fa, quindi infine arriva la richiesta economica. E ovviamente non vi è nulla di male a chiedere ai cittadini di donare; semplicemente può essere fastidioso nella misura in cui il le scene iniziali appaiono un semplice stratagemma per agganciare il "cliente"  al fine - non subito dichiarato - di chiedere una donazione. Chi ha tempo provi ad esplicitare ai simpatici attivisti che stanno chiedendo una firma su una non meglio precisata petizione: "non ti darò soldi, nemmeno un euro; ma se mi stai raccontando tutto ciò perché vuoi sensibilizzarmi e informarmi sono felice di ascoltarti". Quando capiscono che non sei convincibile a fare la donazione o lasciare la carta di credito perdono ogni interesse, segno l'effettivo (ma non dichiarato) scopo era quello di chiedere l'obolo.

Certo che rivolgersi ai cittadini per sensibilizzarli su Buone Cause è una libertà inalienabile e che farlo bene è meglio che farlo male. Ma, soprattutto in un panorama fattosi sempre più affollato, dove, complice la diminuzione di risorse pubbliche, ciascuno cerca di competere con ogni arma su quelle - anch'esse ben provate - di tasca privata, l'effetto complessivo rischia di essere ben distante da quello auspicato. E ciò non solo perché richiede presumibilmente investimenti crescenti per raccolte che difficilmente terranno il passo, ma perché l'effetto in termini di coinvolgimento sociale rischia di essere opposto a quello cercato

Quale sia la soluzione è difficile dirlo, anche perché in un contesto concorrenziale chiunque si adattasse a strategie meno arrembanti verrebbe probabilmente soppiantato da altri competitor (!) più agguerriti, professionali e spregiudicati da un punto di vista comunicativo. 

Sia chiaro: in questione non vi è la bontà delle cause e la meritorietà delle organizzazioni, dove decine o centinaia di persone si prodigano con generosità e onestà per finalità di sicuro interesse generale. Ma, è il caso di chiedersi, è proprio così auspicabile che tali Buone Cause siano affidate ad un contesto competitivo simile a quello in cui il cittadino spesso sceglie come tra Coca e Pepsi, in cui la validità del prodotto e la raffinatezza di tecniche di marketing si intrecciano? 

Il meccanismo di preferenza sollecitato in questioni di "gusto" - alimentare, di vestiario, hobbistico - può essere senza distorsioni alla base dei meccanismi che allocano risorse per delicate finalità di interesse generale? 

Ha senso competere per una donazione in strada, via SMS, via posta a Natale o in occasione del 5X1000? E, considerando ad esempio questo ultima circostanza, siamo certi che sia ragionevole una dinamica allocativa ha come risultato di concentrare su una ventina di organizzazioni su oltre 30 mila un quarto delle risorse complessive? Dove è evidente quindi, senza nulla togliere alla indiscutibile meritorietà dei premiati, che l'esito non è commisurabile all'effettiva rilevanza sociale dell'azione svolta, ma almeno in buona parte alla visibilità e alla strategia comunicativa. È ragionevole che un passaggio TV in prima serata di un leader di organizzazione di terzo settore sposti l'allocazione di centinaia migliaia di Euro? 

È ragionevole un sistema ove i criteri allocativi sono fortemente orientati dalla "spendibilità del prodotto", per cui per un bambino malato si dona, per un anziano - decrepito e inadatto a bucare l'obiettivo - no, meno che per uno scoiattolo asiatico (carino)  in via di estinzione? 

È proprio vero che tutti gli strumenti sono di per sé neutri e che in quanto tali non condizionano la purezza dei fini? Si è certi che instillare nelle organizzazioni una cultura aziendale tesa ad associare i comportamenti di mercato (le strategie di comunicazione aggressive, la ricerca visibilità, l'idea che di dover prevalere in una competizione in cui il cittadino è un "cliente" da conquistare) non comporti insieme a valori positivi - intraprendenza, indipendenza dai fondi pubblici, dinamicità, superamento dell'assistenzialismo - possibili effetti non voluti? 

Forse oggi non è facile avere risposte convincenti, ma l'impressione è che si sia lontani anche dal porsi le domande

 

E allora proviamo a farlo, pur senza pretesa di sistematicità. 

1) Se invece di mirare alla donazione in denaro si mirasse all'impegno personale, al tempo e al coinvolgimento delle persone, forse l'esito sarebbe diverso? L'obolo porta ad un marketing emotivo e di corto respiro, una sollecitazione - preferibilmente pietosa - che deve colpire il destinatario il tempo necessario a mettere mano al portafoglio o di digitare un sms; la disponibilità all'impegno individuale sollecita un rapporto più profondo, il cambiamento della persona con cui si parla e probabilmente porterebbe le organizzazioni stesse a strutturarsi in altro modo, ad avere bisogno di meno soldi per il personale e di più attivisti.

2) Non è moralismo, avversione verso il denaro corruttore - e ci mancherebbe, soprattutto da parte di chi fa impresa sociale - ma va messo in questione l'armamentario culturale che ciascuno può constatare facendo una ricerca internet rispetto ai manuali di fund raising. "Margini operativi" di una campagna, "segmentazione dei donatori", il "mercato delle cause" e il "mercato delle donazioni", ecc.: e se questi concetti e tanti altri concetti simili provassimo a buttarli nella spazzatura? Magari solo il tempo necessario per ritornare a riflettere su aspetti di impegno civile, cambiamento sociale? Non perché vi sia alcun merito ad essere autentici ma inefficaci, ma perché i mezzi, quando non si sta attenti, cambiano la testa di chi li assorbe come prassi quotidiana, e facilmente, in breve tempo, anche gli scopi ultimi per cui si opera

3) Se questi o altri concetti fossero condivisi, almeno dai maggiori soggetti che operano in questi ambiti, sarebbe possibile arrivare ad una autoregolamentazione del settore? Certo è difficile, non vi è in questo caso un ordine professionale che può darsi norme e farle rispettare, l'universo stesso dei potenziali interessati è sfumato ed eterogeneo, ma un patto tra alcuni soggetti guida, opportunamente pubblicizzato e accompagnato da un'adeguata azione culturale potrebbe essere un primo passo. 

4) Forse sottesa a questo discorso vi è anche una riflessione più ampia sulla crisi delle istituzioni - pubbliche in primo luogo, ma non solo - che hanno il compito di mediare l'allocazione delle risorse secondo criteri che, si auspica, dovrebbero essere maggiormente ispirati ad una lettura articolata e bilanciata dei bisogni e alla formulazione di strategie equilibrate. Intendiamoci, molto si potrebbe scrivere delle distorsioni della spesa mediata dall'istituzione pubblica, sensibile a gruppi di pressione, corruzione, clientele, prossimità partitica, corte vedute, ecc.; ma questo non porta con sé necessariamente la conseguenza che l'allocazione "non mediata" - da cittadino a soggetto produttore - sia ottimale solo per il fatto di essere generata da una libera preferenza. E ciò vale a maggior ragione per un'allocazione non mediata entro un contesto competitivo, che se da una parte stimola ciascuno a dare il meglio (a comunicare meglio, a rendicontare meglio, a fidelizzare meglio) dall'altra genera le distorsioni sopra descritte. 

Insomma, ciascun metodo di allocazione non è scevro da controindicazioni e una visione responsabile porta a riflettere con serenità e consapevolezza su questi temi, avendo come orizzonte mirando non la ricerca di contesti allocativi che, per posizionamento o abitudine, meglio favoriscono la propria parte, ma il perseguimento di finalità di interesse generale

Certo, in una società democratica ciascuno può liberamente proporre alla pubblica attenzione le Cause che più ritiene rilevanti nonché argomentare di perseguirle in modo più meritorio di tutti gli altri che dichiarano obiettivi analoghi. Ma questa libertà inalienabile va congiunta con la responsabilità, che porti ad ad equilibrare la positiva carica di iniziativa di ciascuno con disegni più ampi ancorati ad una lettura dei bisogni ed ad una capacità di visione politica di medio termine.

La Biennale riparte: 5-6-7 giugno a Genova

Si è tenuto martedì 16 dicembre al teatro Altrove di Genova l’incontro tra i promotori della Biennale della Prossimità e le organizzazioni iscritte. Condivisi propositi, nuova programmazione delle iniziative e la data del 5-6-7 giugno 2015 per la Biennale.

 

Nell'incontro è stato presentato il Bilancio della "Biennale 0" alluvionata con il resoconto sull'utilizzo delle risorse. 

A questo proposito va segnalato come i promotori, pur non avendo potuto ottenere che un parzialissimo e simbolico ritorno delle spese sostenute, abbiano ritenuto opportuno destinare 5 mila euro (su 26 mila raccolti) per la Biennale di giugno 2015: la parola d'ordine, insomma, è rilanciare!

L'incontro del 16 dicembre è stato il modo per rendersi conto una volta di più che malgrado le circostanze estreme di quei giorni, qualcosa si è messo in moto. Le organizzazioni genovesi presenti erano moltissime, praticamente tutte quelle iscritte. E vi era una grande voglia di comunicare, di contribuire.

E la Biennale 1 questo spazio lo offrirà! Sarà possibile, oltre che iscriversi per raccontare la propria esperienza di prossimità, candidarsi ad organizzare in prima persona un momento di Biennale: pensare cioé ad una espressione di prossimità su ci impegnarsi a coinvolgere soggetti di almeno 4 regioni, non identificabili con una singola organizzazione: un momento artistico, un evento sportivo, un laboratorio (un seminario no!) da proporre con il marchio della Biennale.

Nei prossimi giorni schede di iscrizione (con condizioni favorevoli a chi riesce a coinvolgere altri), quote di iscrizione e altri materiali sul sito.

 

Legge di stabilità, l'esito per il sociale

Va premesso - ne avevamo parlato in un'altra newsletter (cui si rimanda per i commenti generali) - che il cuore della Legge di stabilità 2015 non è in ambito sociale, ma in una strategia che persegue il rilancio con una consistente manovra sul fronte della domanda (gli 80 euro, che spostano 9 miliardi) e degli sgravi alle imprese (IRAP + assunzioni, 7 miliardi). 

In ogni caso, dopo l'approvazione in Senato si presenta invece un sunto relativo ai fondi dedicati al sociale. Va comunque considerato che si tratta di materia che sarà possibile approfondire ulteriormente nei prossimi giorni e che potrebbe contenere ancora alcune imprecisioni. 

  • Fondo nazionale politiche sociali: sostanzialmente invariato intorno ai 315 milioni. Sventato il pericolo della prima versione, che caricava su questo capitolo anche il fondo per la prima infanzia, che godono adesso di un budget dedicato di 100 milioni

  • Fondo per le non autosufficienze: si era partiti male, con una diminuzione; dopo la protesta delle associazioni dei disabili si è passati dai 350 milioni di quest'anno a 400 per il 2015

  • Fondo infanzia e adolescenza: piccola diminuzione rispetto al 2014, stanziamento di poco meno di 30 milioni

  • Fondo politiche per la famiglia: una sorta di fondino di riserva nella prima versione, ora è quotato 18 milioni, poco meno del 2014. Va però segnalata la destinazione di 202 milioni alle famiglie con nuovi nati (960 euro se l'ISEE è inferiore a 25 mila euro, il doppio se è sotto i 7 mila) e di 45 alle famiglie numerose

  • Fondo politiche giovanili: diminuisce da 16.7 a 5.7 milioni

  • Fondo pari opportunità: circa 20 milioni, simile all'anno che volge al termine se non si considerano i circa 10 milioni del piano antiviolenza del DL 102/2013

  • Fondo minori stranieri non accompagnati: 32.5 milioni, contro i 40 preesistenti

  • Fondo Sprar: 187 milioni

  • 5x1000: incrementato da 400 a 500 milioni, che potrebbero essere capienti per adempiere alla gran parte delle richieste dei cittadini

  • Fondo servizio civile: alla fine aumenta lievemente rispetto all'anno scorso, assestandosi su 115 milioni (circa pari alla cifra del 2011

  • Social Card: confermata la "vecchia" social card dell'era Tremonti su 250 mila euro, non chiaro il destino della nuova social card di cui è iniziata la sperimentazione

  • Patronati: era uno dei tasti dolenti, con una diminuzione di risorse inizialmente ipotizzata in 150 milioni, ora ridotta a 35

  • Parziale attenuazione anche del meccanismo di penalizzazione fiscale delle fondazioni bancarie - stimata in 260 milioni - dal momento che, nei prossimi anni esse potranno, almeno rispetto alla maggiore tassazione quest'anno, godere di un credito di imposta

  • Misure per l'inserimento di disabili nel mondo del lavoro per un ammontare di 20 milioni

  • Sono previsti 50 milioni per sostenere gli investimenti delle imprese sociali

  • Da segnalare che, entro il budget trasferito alle aziende sanitarie, è prevista una destinazione specifica pari a 50 milioni per le ludopatie

  • Leggermente aumentati, da 170 a 180, i milioni destinati alla cooperazione internazionale

  • Leggermente aumentati i fondi per l'acquisto di derrate alimentari (10 milioni)

Una sintesi di quanto sopra è complessa e può avere esiti diversi a seconda dell'angolo visuale da cui ci si pone. In ogni caso, a seconda di cosa si ritiene di porre sotto attenzione, l'esito complessivo mette in luce un moderato aumento dei fondi dedicati al sociale rispetto agli ultimi due - tre anni (rimanendo invece significativamente al di sotto degli importi disponibili 7-10 anni fa) 

Va altresì considerato che accanto a questo vi è una nuova e significativa diminuzione di risorse trasferite ai maggior finanziatori del welfare locale, regioni e comuni che sicuramente può risolversi in una maggiore capacità di finanziamento del welfare territoriale in misura che sarà possibile verificare concretamente solo nel corso del prossimo anno..

Ma, accanto a queste precisazioni, il giudizio complessivo che emerge evidenzia da una parte la distanza, che ora si conferma in modo netto, con il periodo dei governi Monti e (soprattutto) Berlusconi, che si erano dimostrati particolarmente aggressivi - nei fatti e nella cultura che esprimevano - contro la spesa sociale; dall'altra va preso atto che mentre il Governo Renzi mostra in diversi ambiti la volontà di connotare la propria azione in con significative discontinuità rispetto al passato, in questo ambito prevale una visione ispirata alla (insoddisfacente) continuità rispetto al welfare del nostro Paese, magari con qualche concessione nei settori che meglio di altri hanno saputo far valere la propria capacità di pressione. Il verso è sempre quello, insomma.

 

 

Buone feste! 

 

NotizieInRete vi augura Buone Feste

E, come ogni anno, si concede una pausa, per ritornare nelle vostre caselle mail il 12 gennaio 2015. 

O forse anche un po' prima. 

Vedremo. Comunque, auguri! 

 

 

 

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