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NotizieInRete 372 - 16 marzo 2015 - Newsletter del Consorzio Nazionale Idee in Rete

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CGIA evidenzia come tra il 2010 e il 2014 siano cresciuti di circa 30 miliardi di trasferimenti per le prestazioni sociali in denaro: dalle pensioni (voce principale) al sostegno al reddito delle persone colpite dalla crisi, agli 80 euro del Governo Renzi. E' una cifra molto alta, che le casse dello Stato sono riuscite a coprire in un quadriennio di crisi sia dell'economia che della finanza pubblica. Più di 100 volte la cifra per cui in questi anni le associazioni di tutela dei disabili hanno manifestato in modo estremo in vista delle leggi di stabilità, 100 volte il fondo politiche sociali. Ma, viene da chiedersi, con quale consapevolezza e quale dibattito pubblico sull'allocazione di tali risorse? Con quale riflessione sulle priorità? Con quale monitoraggio sugli obiettivi da conseguire e conseguiti? E' normale tutto ciò in un Paese dove una cooperativa che gestisca un progetto da 50 mila euro deve presentare a rendicontazione una mole immane di carte? In cui si continua a snobbare come irrealizzabile ogni misura di contrasto organico della povertà che costerebbe circa un quarto? Mah...

Impresa sociale, il nodo degli utili

Biennale, comunicazione di Prossimità 

Nella Commissione parlamentare Affari Sociali che sta esaminando il DDL delega sulla riforma del Terzo settore è entrata nel vivo la discussione sul tema dell'impresa sociale.

Come ricorderà chi ci aveva seguito la settimana scorsa, la discussione si era fermata sulla divisibilità degli utili per le imprese sociali; e la notizia è che non vi sono notizie nuove: la Commissione ha esaminato altre porzioni del testo (vedi su Infocontinua 1 e 2 su art. 2 e qui su art. 6, dove non a caso però è stato accantonato l'esame degli emendamenti sulle agevolazioni che riguardano le imprese sociali), ma questo tema lo ha per ora stralciato. E non a caso, visto che il dibattito tende ad infervorarsi.

L'Autorità Garante per la Concorrenza ha pubblicato sul proprio bollettino (pag. 103) una missiva indirizzata alla Commissione parlamentare dove si ravvisa una incompatibilità tra scopo di lucro e godimento di agevolazioni: "affinché il ridisegno della disciplina dell'impresa sociale ... possa realizzarsi in conformità ai principi che governano il diritto antitrust, occorre che il regime delle agevolazioni previste venga adeguatamente modulato e coordinato con le disposizioni volte ad aprire l'impresa sociale al mercato dei capitali e ad una maggiore remunerazione del capitale investito. Siffatto intervento si rende necessario al fine da evitare di conferire vantaggi competitivi ingiustificati in capo a tali categorie di imprese, che possano esporre la disciplina così tracciata a censure di natura concorrenziale, anche in relazione a possibili violazioni della normativa in tema di aiuti di Stato".

Le argomentazioni richiamano quanto prodotto presso la stessa Commissione Parlamentare dalla Corte dei Conti nel novembre scorso, che faceva emergere come la formulazione proposta dal Governo mal si conciliasse con l'impianto della riforma, notando come l'impresa sociale "sembrerebbe non rientrare nel Terzo settore, per il quale è confermato il divieto di lucro soggettivo".

I fautori dell'impresa sociale che fa premia gli azionisti accusano il colpo ma rilanciano: Melandri su Vita ammette che la scelta di distribuire gli utili possa rappresentare uno degli elementi per definire il vantaggio fiscale, ma propone di combinare questo criterio con quello dell'impatto sociale.

 


Vedi su Infocontinua il testo aggiornato con gli emendamenti approvati in Commissione al 11/3/2015


 

Se questo è il quadro, proviamo a sviluppare alcuni ragionamenti e proposte.

 

Il problema sta al principio

Sia detto per futura memoria, anche perché difficilmente questa posizione potrà prevalere: l'errore vero è quello di voler connotare (art. 4, comma 1, lettera a) l'impresa sociale con proprie finalità e obiettivi in modo distinto da quanto fatto per il terzo settore (art. 1, comma 1; art. 2 ter, nella numerazione emendata) o meglio, dal terzo settore "grano" dopo averlo distinto dal terzo settore "loglio" (appunto l'art. 2 ter). 

Una cosa sarebbe a) definire cosa è un'organizzazione di terzo settore, quali sono le sue finalità e obiettivi e b) specificare che talune di queste organizzazioni perseguono tali obiettivi con strumenti imprenditoriali e che per questo motivo necessitano di conseguenti strumenti e controlli; un'altra è quella di definire l'impresa sociale come un soggetto con distinte finalità, un po' forse è di terzo settore (se no perché metterlo nella stessa legge?) ma anche un po' no, tanto è vero che la rubrica della legge ("Delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell'impresa sociale...") cita terzo settore e impresa sociale come distinti elementi di un elenco.

Forse è meglio fare chiarezza. Se l'impresa sociale è un pezzo di terzo settore che necessita di specifiche regolazioni, si tracci un bel segno di penna sulla pasticciata frase che la definisce distintamente dal resto del terzo settore (art. 4, comma 1, lettera a). Se si vuole dire che invece l'impresa sociale è soggetto altro e distinto si stralci - e qualcuno sta caldeggiando l'ipotesi - l'art. 4 e si faccia eventualmente un provvedimento a sé. Con il doppio risultato di avere enunciato la semplificazione e di creare invece due normative contigue e parallele, di aver enunciato che il terzo settore è il primo ma di provare a spolparne altrove una delle componenti più rilevanti e dinamiche. Facendo male al terzo settore e anche all'impresa sociale.

 

Ritorniamo agli utili

Ha ragione chi osserva che esiti sociali positivi possono essere prodotti da soggetti diversi; ed è normale che le politiche pubbliche li incentivino, a questo punto senza curarsi più di tanto né della forma giuridica né del regime degli utili. Si può sostenere lo sviluppo delle energie rinnovabili o la diffusione della connettività a banda larga a prescindere da chi lo fa e con quali tornaconti. Ma questo cosa c'entra con il definire un soggetto specifico che organizzi in forma di impresa risposte comunitarie ai bisogni sociali (cioè, in senso autentico, imprese sociali)? Che poi queste ultime abbiano necessità di rendere compatibili la mutualità interna e quella comunitaria, è questione su cui il modello cooperativo rappresenta da qualche decennio una soluzione solida sperimentata, con un insieme di strumenti (dal ristorno alla rivalutazione) che equilibrano in modo opportuno le diverse istanze senza snaturare la mission dell'organizzazione dalla risposta del bisogno alla gratificazione degli azionisti. 

E ritornando alla semplificazione, che risultato avremmo se convivessero nel nostro ordinamento due tronconi paralleli ispirati a due distinte normative, una che riguarda le circa 12 mila imprese sociali esistenti in forma cooperativa, una che norma le altre?

Per finire, sull'impatto sociale, introdotto in modo peraltro ragionevole anche nell'art. 2bis ("valutazione qualitativa e quantitativa sul breve, medio e lungo periodo degli effetti sulla comunità di riferimento delle attività svolte rispetto all’obiettivo individuato"): ma davvero vi è qualcuno che ritiene credibile far transitare questo elemento dal suo luogo proprio, che riguarda il dominio dell'accountability, a quello di criterio su cui accordare o meno denaro pubblico? Insomma, un criterio utile utilizzato fuori luogo per contrabbandare in modo politicamente accettabile la snaturazione dell'impresa sociale al di fuori del terzo settore

Anche la comunicazione della Biennale si affida al metodo della prossimità: il gruppo “ComunicaBiennale” è frutto della rete nata da un gruppo di comunicatori volontari appartenenti a diverse organizzazioni  che condividono l’obiettivo di supportare il lavoro dei colleghi che sul piano nazionale sono impegnati nella diffusione dell’evento. La forza del  gruppo “ComunicaBiennale”  è di essere  eterogeneo e di comprendere al suo interno professionalità e competenze che spaziano dai social network, alla comunicazione accessibile, dalle relazioni pubbliche a quelle con i media.
Sono presenti anche due portali web che hanno deciso di collaborare e mettere a disposizione la loro visibilità per amplificare le news della Biennale: Liguria Non Profit e Promogenova, insieme a CELIVO, organizzazione di volontariato, promossa e costituita dalle associazioni presenti sul territorio.
Il gruppo è aperto a chi voglia sperimentarsi nella promozione dell’evento!
Per informazioni: Alessandra Grasso agrasso@consorzioagora.it 

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“prossimità è la capacità delle persone di mettersi insieme per rispondere in modo concreto ad un problema condiviso”

 

Genova, con la locanda non è più un ghetto

La Locanda degli Adorno è un bell'esempio di ristorante sociale che la Cooperativa Proges del Consorzio Agorà di Genova ha aperto più di un anno fa in una zona da riqualificare, il Ghetto di Genova. A due passi dal Porto Antico (l'area dell'Acquario), il locale rappresenta una scommessa giocata assieme da ente pubblico (Comune di Genova) e privato sociale (Agora, appunto) per contribuire alla rivitalizzazione sociale e urbana di quello che fino ad oggi è stato prevalentemente un quartiere-dormitorio per gli stranieri e di attività per i transessuali. 

La Locanda è il primo esercizio commerciale della zona, che di fatto, prima di questo intervento, era sconosciuta alla stragrande maggioranza dei genovesi. Da un punto di vista formale, l'operazione è stata possibile attraverso la firma di un Contratto di Quartiere. 

L'obiettivo del connubio pubblico-privato è la partecipazione fattiva alla costituzione di un "presidio" legale e costante del territorio con la disponibilità ad azioni di cura ed "abbellimento" del vicolo, un tempo dimora di una delle più famose famiglie genovesi, gli Adorno.

Per quanto riguarda le particolarità del locale, la gestione di Proges, cooperativa di tipo B, ha puntato su una cucina tipica, a basso costo, rispettosa della stagionalità e della tradizione. La cooperativa in questo primo anno di vita ha previsto, accanto alla responsabile (una ristoratrice conosciuta in città) a contratto indeterminato, l'inserimento di 5 work-experience, di cui 2 che si sono trasformate in contratti a tempo indeterminato. Una scommessa, quindi, non solo in senso turistico, ma anche a livello di inclusione lavorativa. Accanto alla cucina, l'impegno dell'organizzazione è sul piano culturale con l'obiettivo di avvicinare gli avventori alla tradizione, alla letteratura, alla storia e all'architettura della città. 

La Locanda ospita eventi di diverso genere: mostre fotografiche, pittoriche, performance poetiche, presentazioni di libri di personaggi noti, ma anche di emergenti, che abbiano voglia di esprimersi in pubblico. Le rassegne finora ospitate sono "Racconti di Locanda" con il patrocinio del Municipio Centro est del Comune di Genova e "Il giallo è servito" a cura della casa editrice Fratelli Frilli.

Ad oggi ci sono state delle importanti collaborazioni con artisti, autori, docenti con il coinvolgimento delle associazioni del territorio. Questo impegno nei confronti della comunità e nell'accoglienza turistica ha valso alla Locanda il riconoscimento della Carta del Mare, già per due edizioni, sulle politiche di sostenibilità portate avanti dalle organizzazioni ricettive turistiche della nostra regione. L'iniziativa è promossa dal Galata Museo del Mare e dalla Regione Liguria. 

Il Ghetto ha un forte valore simbolico in termini di rinascita: nel '500 ospitò gli Ebrei che scappavano dall'Inquisizione spagnola, ma i cancelli che lo dividevano dal resto della città sparirono ben presto, perché i Genovesi si dimostrarono accoglienti e li integrarono nel tessuto cittadino. Che sia di buon auspicio? 

Per saperne di più: http://www.consorzioagora.it/it/locanda-degli-adorno 

   

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