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NotizieInRete 382 - 15 giugno 2015 - Newsletter del Consorzio Nazionale Idee in Rete

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La settimana scorsa, dal 5 al 7 giugno, Genova è stata percorsa dalla Biennale della Prossimità, che Idee in Rete ha promosso insieme ad altri compagni di strada. Tre giorni memorabili di cui si parlerà diffusamente nel prossimo numero, in attesa di raccogliere i tanti materiali prodotti . Per avere un primo riscontro su quanto avvenuto è disponibile comunque questo articolo su Vita e tutti i materiali contenuti sul sito

Il 9 giugno si è tenuto il convegno conclusivo del progetto RIRVA, giunto alla sesta annualità, relativo al tema del ritorno volontario assistito dei migranti; anch'esso avrà il suo spazio in newsletter successive.

Per la legalità, a testa alta

In queste settimane due persone della nostra rete, a Roma e in Sicilia, sono state coinvolte nelle indagini che stanno interessando, oltre ad amministratori pubblici e imprenditori, alcuni esponenti della cooperazione sociale italiana. Nei giorni successivi agli avvisi di garanzia hanno responsabilmente lasciato ogni carica, e questo separa le storie personali da quelle delle organizzazioni in cui operano; queste ed altre vicende forniscono un spunto per alcune riflessioni su quanto sta accadendo.

Grazie a VolontariatoOggi per la pubblicazione e agli altri organi di informazione che vorranno dare spazio a questi contenuti.


Perché dimettersi dopo un avviso di garanzia. Nei casi in questione chi è stato interessato da inchieste, nel giro di pochi giorni dopo avere ricevuto gli avvisi di garanzia, ha separato il proprio destino personale da quello della cooperativa o consorzio di appartenenza. Si è dimesso, senza polemica verso nessuno anche quando rivendica con forza la propria innocenza, dichiarando piena fiducia nella giustizia. Così deve essere, perché se per le persone vi è la doverosa presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio, vi è l’esigenza di poter accordare piena fiducia alle organizzazioni, che non possono essere governate da chi è anche solo sfiorato dal sospetto di essere coinvolte in episodi censurabili. In ogni caso, anche in situazioni spiacevoli, è emerso uno stile diverso da altri cui siamo abituati.

La giustizia e le persone. Chi è cooperatore da molti anni sviluppata relazioni di stima e amicizia reciproca. Quando si apprendono notizie che addebitano a persone alle quali si è legati da questi sentimenti reati anche gravi, ci possono essere reazioni diverse. La solidarietà umana per la sofferenza di una persona cara, l'auspicio che venga provata l’estraneità ai fatti o opinione le ipotesi investigative vengano ridimensionate dai successivi approfondimenti. Si può sentire tutto ciò – questo è il sentimento di molti cooperatori – senza in alcun modo voler minimizzare la necessità delle indagini in corso, ma al contrario sperando che esse procedano facendo piena chiarezza e riuscendo a individuare e punire i responsabili di condotte scorrette. In un mondo in cui vi è chi chiede “un euro a migrante” (e qualcuno glielo dà!) è solo un bene che vi siano indagini; e chi indaga svolge una funzione difficile e delicatissima, non può sapere a priori chi risulterà poi connesso solo marginalmente o accidentalmente ai fatti e chi ha sviluppato comportamenti apertamente delinquenziali. Deve cercare la verità. Nel farlo può coinvolgere chi si sente lontano dall’immagine deprecabile del corrotto e corruttore. Ma questi sono effetti – magari talvolta ingenerosi verso singole persone - di una azione di cui riconosciamo senza esitazioni l’urgenza e la positività.

La politica fa male al cooperatore sociale. È una considerazione che va al di là delle persone coinvolte, ma di cui la cooperazione sociale deve fare tesoro. Certo, l’esperienza accumulata sul campo può essere utile nel contribuire a formare principi generali, a scrivere una buona legge, ma… appena ci si avvicina di più alla gestione amministrativa o all’appartenenza ad una parte, le cose diventano diverse. La politica è anche amministrazione e quindi assegnazione di risorse, responsabilità di controllo, ecc. Insomma, ci vuole poco a generare il sospetto che un soggetto politicamente amico sia destinatario di un trattamento di favore, anche se di fatto ciò non avvenisse. E poi: se il punto di partenza sono le persone per cui si lavora, si deve essere pronti a lodare o criticare la politica da questo esclusivo punto di vista, se no non si è credibili. Per cui i viaggi di “andata e/o ritorno” dalla politica al terzo settore e viceversa sono frequenti, ma se ce ne fossero di meno sarebbe meglio, le presenze contemporanee nei due campi sono in sé scivolose. Gli incontri elettorali (se proprio si vuole farli) rigorosamente con tutti i candidati, cene elettorali o altre azioni di sostegno a candidati mai. I finanziamenti – anche legali - ai partiti, mai, mai mai (e, detto tra noi, dovrebbero essere proibiti al pari di una tangente a tutti i soggetti economici).

Non esistono “buoni” a prescindere…  “I buoni” è il titolo di un libro (bello ancorché assai malizioso) che punta il dito contro coloro che, nel terzo settore, si sentono autorizzati a fare ogni cosa – compreso ciò che deplorerebbero profondamente se messo in atto da altri – perché, appunto, si sentono “buoni”. Abbiamo scoperto che 1) non sempre i cooperatori sociali sono buoni e che 2) le buone intenzioni di per sé non giustificano nulla. E ciò vale sempre, ma oggi più di ieri.

… e i “cattivi” non sono tutti uguali. Non sappiamo ora chi, alla prova delle indagini, risulterà avere effettive responsabilità; e anche tra coloro cui saranno fatti addebiti di diverso genere, emergeranno presumibilmente gradi di responsabilità molto diversi. Tra chi ha governato il circuito criminale e chi sopravviveva con ruoli marginali nei mercati da altri dominati; tra chi grazie al crimine si è arricchito e chi ci si è dovuto adattare per non scomparire senza trarne vantaggi personali. Chi corrompe o minaccia per avere assegnato un appalto è un delinquente; i cooperatori che scelgono reciprocamente di non attaccare una gestione storica altrui forse in alcuni casi commettono un reato, ma non possono essere messi sullo stesso piano. In un caso la soluzione è la galera, nell'altro una riflessione più approfondita sui rapporti tra enti pubblici e terzo settore. Non è escluso, anche per effetto del clima che si è venuto a creare, che risultino, alla fine, anche parziali addebiti a persone assai lontane, per storia e per complesso delle azioni svolte in anni di lavoro nel sociale, dalla figura del delinquente. Dovremo sapere guardare con serenità a questa evenienza, da una parte rinnovando e rafforzando le istanze di legalità che devono governare il nostro mondo, dall’altra sapendo valutare in modo diverso persone e situazioni diverse. 

Lavorare nel sociale non è un reato! Oggi basta scorrere i commenti ad un qualsiasi articolo sui maggiori quotidiani, ad esempio circa la gestione di servizi per migranti, per leggere decine di commenti che vomitano un misto di razzismo e complottismo: sintetizzando, le cooperative (scafiste?) che vogliono far venire qui i negri per lucrarci. Vaneggiamenti a parte, l’essere pagati per il lavoro svolto in ambito sociale non è immorale, è solo giustizia; ma quante sono le trasmissioni o gli articoli in cui qualcuno afferma, allusivo, come se fosse una prassi sospetta e deprecabile, che quella cooperativa “riceve dei soldi pubblici per accogliere dei minori”? E’ come inveire contro un medico perché campa sulla pelle dei malati o contro un insegnante perché prende soldi sulla pelle degli ignoranti.

Il giusto peso alle cose. Accanto all’illegalità da reprimere ci sono, oggi come ieri, storie di quotidiano eroismo da valorizzare, centinaia di persone che - per rimanere sul tema dell'accoglienza - si spendono giorno e notte senza risparmio per accogliere chi arriva sulle nostre coste, persone che spesso lavorano in cooperative che ricevono pagamenti mesi dopo e che si sottopongono a sforzi oltre ogni immaginazione. Non sappiamo se alla fine ci saranno 5 o 10 cooperatori cui verranno attribuiti dei reati; ma siamo certi che ogni giorno 400 mila persone fanno di tutto e di più a vantaggio dei cittadini più deboli. Però il messaggio mediatico è paradossalmente inverso: a fronte di articoli o trasmissioni che descrivono la cooperazione sociale come luogo di diffuso malaffare, al massimo si dà atto che forse qualcuno onesto c’è. E questo è scorretto, è un modo di rovesciare la realtà.

Da lontano è più facile. Non è un caso che, anche prima di mafia capitale, da alcuni anni le organizzazioni di terzo settore che sono state oggetto di più frequenti non solo di censure legali ma anche di biasimo etico sui mezzi di informazione operino nei servizi ai migranti. Dove sono emersi, accanto ad aspetti esecrabili di corruzione e malaffare, anche addebiti sulla qualità dei servizi resi (il tal luogo sporco, sovraffollato, la presenza di prostituzione, i letti che mancano, ecc.). Ora: tutti noi dobbiamo considerare con scrupolo e attenzione le critiche e assumerci la responsabilità di eventuali errori, ma chi critica deve farlo sapendo che è in generale più facile parlare o scrivere da qualche centinaio di km di distanza piuttosto che agire quando arrivano da un momento all’altro alcune centinaia di disperati privi di tutto. 

Ci voleva Cantone? E, a questo proposito, ci voleva proprio Cantone  per dire che un sistema di prima accoglienza (CARA) non può essere usato come soggiorno di lungo periodo? Perché non ci sono arrivati prima i soggetti deputati alle politiche di accoglienza? Quanti problemi avremmo evitato se non avessimo avuto strutture sovraffollate, usate per tempi impropri? La cooperazione sociale spesso è terminale ultimo su cui si riversano inappropriatezze del sistema; anche questo non costituisce un salvacondotto per chi sbaglia, ma invita chi analizza e ricostruisce i fenomeni a collocare le responsabilità in modo appropriato.

 

Anac e appalti. Molti mezzi di informazione hanno evidenziato, sulla base dei dati ANAC, come tra gli affidamenti degli enti di enti locali potenzialmente irregolari una parte non secondaria riguarda l’ambito sociale. Giusto e sbagliato al tempo stesso. Giusto, perché la legge è legge ed aggirare gli obblighi di fare gare europee con frazionamenti di lotti o temporali è illegale. Sbagliato, laddove si leggesse in tutto ciò la presenza diffusa di fenomeni comparabili con quelli di Mafia Capitale e dove la soluzione fosse quella di equiparare il sociale ad ogni altro ambito ritenendo la gara europea l’unico strumento ammissibile. Questo può valere per una parte specifica degli affidamenti, non per quelli che si basano su aspetti relazionali e di radicamento territoriale, per i quali l’appalto è di per sé un procedimento inadatto. Gli strumenti giuridici trasparenti e corretti per rapportarsi con il terzo settore in questi casi ci sono, ma spesso si preferisce la scorciatoia del frazionamento a percorsi più impegnativi per tutti, amministratori locali, funzionari e cooperatori. È un bene che il problema sia stato posto, ma le risposte giuste non sono quelle più immediate e meccaniche.

 

Informare con responsabilità. Per un giornalista quanto sta accadendo deve essere succosissimo. Come l’uomo che morde il cane, anche il buono che delinque fa notizia. Ma una stampa responsabile non dovrebbe mai venir meno alla deontologia. Denominare Buzzi “capo / boss / ras / re delle cooperative romane” è un grave falso. Oltre a dire una cosa oggettivamente non vera, genera con gratuita malizia la percezione che un intero mondo sia corrotto (se lo è il capo, necessariamente lo saranno anche i sottoposti). In generale la ricerca di “connessioni” è intrigante, ma va fatto con responsabilità: ogni legame ipotizzato, anche solo con un punto interrogativo (“anche x è collegato a y?”) può avere un impatto mediatico distruttivo, magari su soggetti che oltre a non centrare nulla con fatti censurabili lavorano in modo meritorio tra grandi fatiche. La foga di collegare una determinata esperienza oggetto di indagine ad un’associazione, un consorzio, ad altre con nomi simili (ad esempio nella cooperazione sociale vi sono alcune decine di organizzazioni denominate Sol.Co, acronimo di “solidarietà e cooperazione”, che non hanno alcun legame tra loro, negli anni ottanta molti hanno scelto questo nome) corrisponde al preconcetto di un disegno criminale complessivo, di un marciume diffuso e per questo non è accettabile; semplicemente perché non è vero. Va invece tenuto conto che in generale il sistema della cooperazione sociale è fatta di organizzazioni orgogliosamente autonome – anche quando scelgono di appartenere ad una associazione o a un consorzio – e che i modelli di relazione basati su società collegate e controllate tipici di altri settori economici non sono sensatamente applicabili alla cooperazione.

 

In conclusione: per la legalità, serenamente a testa alta. Disgusto per la corruzione e per chi sfrutta la sofferenza. Umiltà di guardare la propria vicenda in modo critico e, quando serve autocritico. Nessuna difesa di ufficio, consapevolezza della necessità di farsi interrogare da quanto sta avvenendo. Ma anche pieno orgoglio per la propria esperienza, senza cui l’Italia – bambini e loro famiglie, anziani e disabili, migranti, indigenti e cittadini fragili - non durerebbe un giorno. È difficile, tra un ritardo di pagamento che mette a rischio lo stipendio e un taglio di bilancio, trovare la giusta motivazione per continuare a lavorare quando, complici certe semplificazioni mediatiche, si viene paradossalmente additati come squali pronti a lucrare sulla sofferenza dei più deboli. E quindi: senza timori nel sostenere l’esigenza di legalità, sereni di fronte alle esigenze di cambiamento, orgogliosi di compiere un ogni giorno, nella fatica e nel silenzio, un lavoro senza pari per il nostro Paese.

 

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