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NotizieInRete 387 - 24 agosto 2015 - Newsletter del Consorzio Nazionale Idee in Rete

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Biennale della prossimità, un'intervista

In vista dell'appuntamento del 1 ottobre per il lancio della prossima Biennale della Prossimità, un'intervista a Gianfranco Marocchi nella settimana precedente alle tre giornate genovesi.

Diffondere la prossimità, un bilancio

Fondo Fami, approvato il Programma

Sono stati pubblicati i materiali conclusivi del progetto Servizi specifici di prossimità per l'integrazione, il progetto finanziato dal fondo FEI con capofila Solco Rete di Imprese Sociali Siciliane e il partenariato di Idee in Rete e di Ebbene, attraverso cui si è intrapresa, con la specifica focalizzazione sui migranti, la diffusione del modello della Fondazione Ebbene in territori diversi dalla Sicilia. Il progetto infatti ha proposto la realizzazione di centri di prossimità,  oltre che in Sicilia, in Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Marche, Lazio, Campania, Puglia e Calabria.

I materiali ora pubblicati costituiscono una sintesi delle elaborazioni progettuali, dalla codificazione del modello di centro di prossimità alla valutazione della sperimentazione, all'individuazione dei punti di forza e di criticità utili per un benchmarking dei centri.

Il progetto si è dato sicuramente un obiettivo molto elevato, che non è limitato alla realizzazione di quanto contrattualmente previsto, ma mira a verificare la possibilità di diffondere un diverso modo di operare nel territorio, basato sul coinvolgimento dei diversi attori in ottica di prossimità, oggi sul tema dei migranti, domani su un più ampio spettro di bisogni anche di altri cittadini.

 

 

Si tratta sicuramente di un progetto ambizioso, perché chiama in causa 

  • una diversa percezione da parte delle cooperative del proprio ruolo sociale, meno legato alla prestazione di servizi e più all'attivazione di risorse della comunità;

  • una diversa capacità del terzo settore di fare sistema, di superare le gelosie per i propri posizionamenti - spesso emerse nel corso del progetto - di aprirsi a collaborazioni reciproche nell'interesse dei cittadini;

  • una disponibilità da parte delle amministrazioni locali a vedere in modo diverso il proprio ruolo, non come appaltatori di servizi, ma come rafforzatori delle dinamiche di prossimità esistenti.

Proprio per questo una vera valutazione del progetto - al di là dell'adempimento, che è stato pienamente conseguito, di quanto previsto con riferimento al periodo progettuale - riguarderà la effettiva diffusione e consolidamento di questo modello nella nostra rete.

Certo un anno - scarso, perché comprensivo della fase formativa iniziale - è poco per avere un quadro complessivo, in molti casi le dinamiche territoriali sono agli inizi, ma un primo risultato positivo di medio periodo sta nella percezione da parte delle cooperative coinvolte nelle diverse regioni dell'innovatività del progetto; molte hanno manifestato la volontà di continuare nelle azioni progettuali anche dopo la fine del finanziamento, scelta impegnativa tanto più se si considera che le azioni di prossimità non hanno un "mercato" pubblico o privato definito, ma si alimentano principalmente dalla capacità di suscitare e di catalizzare energie del territorio. Certo questo implica uno sforzo, sottolineato da tutti i partecipanti, di ripensare il modello iniziale a seconda dei bisogni e del sistema di servizi presente in ciascun territorio.

 

E di qui anche gli interrogativi che il progetto lascia come esito. I centri di prossimità sono sportelli in cui i cittadini possono accedere al sistema dei servizi del territorio, dove convergono risorse di solidarietà diverse, dai pacchi alimentari ai servizi alla persona, dal microcredito ai servizi per l'impiego, dall'assistenza legale ai servizi di patronato, agli acquisti comuni e così via.

Ma, nel modello Ebbene, i centri di prossimità non sono sportelli di servizio, ma luoghi dove si organizza la solidarietà del territorio e quindi hanno come complemento i "luoghi di prossimità": una piazza, un bene confiscato, un terreno, un'iniziativa in cui i cittadini possono impegnarsi in prima persona. E le "Fidelity card" della Fondazione Ebbene non sono tessere di scontistica, ma segno di partecipazione ad un sistema in cui ciascuno può dare e ricevere al tempo stesso. Ecco, dinamiche di questo genere in alcuni territori erano già sviluppate, ma dove non lo erano richiederanno sicuramente tempi più lunghi che l'anno di progetto; ma in questo caso è già importante che ciò sia stato percepito e sia diventato uno degli obiettivi delle cooperative coinvolte.

 

Accanto a ciò va ricordato come il progetto abbia  permesso di far conoscere il “modello Èbbene” a livello non solo nazionale ma anche internazionale. Ed è proprio da questa comunicazione al di là dei confini italiani che il 29 luglio è stato firmato un protocollo d’intesa tra il Consorzio Sol.Co – Reti d’Impresa Sociale Siciliane, la Fondazione Èbbene e il Consorzio Nazionale Idee in Rete con International Organization for Migration (IOM) di Bratislava – Slovacchia. Una firma importante che implica una collaborazione, uno scambio di “buone prassi” a servizio dei cittadini.

Leggi il documento

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Un articolo a tutto campo con un'ampia riflessione sul welfare, quello di Beppe Guerini, presidente di Federsolidareità, pubblicato in queste ore su Il Sussidiario.net.

"Nei sistemi di welfare continuiamo a migliorare le procedure, professionalizzare le relazioni, strutturare gli standard... le persone che abbiamo di fornte diventano una cartella clinica o un formulario." Di qui una riflessione che, passa per la sfida a valutare il proprio operato  - nessuno è "buono per definizione" - e a reinventare la "funzione pubblica" nel nostro Paese: "organizzare la solidarietà per prendersi cura dell'altro;  sviluppare forme di impresa di comunità per rispondere a bisogni sociali e gestire beni comuni".

Leggi l'articolo su IlSussidiario.net

La Commissione europea ha approvato il Programma nazionale (PN) per l’Italia del Fondo asilo, migrazione e integrazione (Fami), che governa gli interventi rivolti ai migranti in relazione al ciclo di programmazione 2014 - 2020. Il fondo eredita le azioni che nel precedente ciclo erano collocate sul FEI (Fondo Europeo per l'integrazione di Cittadini di Paesi Terzi), sul FER (Fondo Europeo Rifugiati) e sul FR (Fondo Europeo per i Rimpatri). Il documento ripercorre nella prima parte i risultati ottenuti nel precedente ciclo di programmazione per poi approfondire gli obiettivi per l'attuale settennato. Vediamo di seguito gli aspetti principali.

 

Gli obiettivi e le risorse

Il Piano è strutturato su tre Obiettivi Specifici (OS), di seguito  sintetizzati.

OS1- Accoglienza / asilo:  ampliamento dei posti disponibili sia per la 1° accoglienza che per la 2° accoglienza ( rete SPRAR), con la creazione di strutture ad alta specializzazione per le categorie vulnerabili, in particolare i minori; il miglioramento della qualità e della velocità del processo decisionale in materia di asilo e la realizzazione di progetti funzionali al potenziamento degli interventi di resettlement. Questo obiettivo è dotato di 122 milioni di euro in sette anni

OS2- integrazione: è previsto l’ampiamento dell’offerta di servizi di formazione linguistica rivolti ai migranti, qualificazione il sistema scolastico secondo una logica di servizio mirato a utenza straniera, la qualificazione del sistema di assistenza ai minori non accompagnati, potenziamento delle misure di integrazione che consentano di assicurare ai migranti un accesso non discriminatorio a tutti i servizi offerti nel territorio, il coordinamento tra le politiche del lavoro, dell'accoglienza e dell'integrazione per favorire il processo di inclusione socio economica. Questo obiettivo è dotato di 126.5 milioni di euro in sette anni

OS3 - rimpatrio: promozione della misura del RVA con il rafforzamento dell’elemento di reintegrazione nei Paesi di origine, con particolare attenzione quindi al carattere durevole del rimpatrio, ed in misura complementare l’attuazione di operazioni di Rimpatrio Forzato, promozione della cooperazione con le Autorità dei Paesi terzi finalizzata a favorire una reintegrazione sostenibile dei rimpatriandi. Questo obiettivo è dotato di 44 milioni di euro in sette anni.

I piani sono poi articolati in "obiettivi nazionali", per ciascuno dei quali sono elencate le azioni, i destinatari e i risultati attesi. 

Ai tre obiettivi si aggiungono azioni rivolte a "Casi speciali", relative ai reinsediamento, da realizzare di concerto con l'UNHCR, di profughi vulnerabili siriani ed eritrei, per una spesa di 5 milioni

Il programma è dotato quindi complessivamente di 315 milioni per l'intero periodo di programmazione.

 

Chi lo gestirà e chi vi collaborerà

L'autorità responsabile è il ministero dell'Interno, Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione, con incarico specifico di responsabilità del fondo attribuita al vice capo dipartimento vicario, Prefetto Malandrino. Relativamente ai progetti OS2 relativi alle priorità "Migrazione legale" e "Integrazione", viene delegato il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali - Direzione Generale dell'immigrazione e delle politiche di integrazione.

Rispetto alle azioni messe in atto, esse potranno essere realizzate da cinque tipi di soggetti: 1) Amministrazioni Centrali; 2) Regioni, Province autonome ed Enti locali; 3) Altri enti pubblici; 4) Organizzazioni internazionali e associazioni del 3° settore; 5) Istituti di ricerca, università ed istituti scolastici.

 

Focus Rimpatri

Di seguito un approfondimento sul tema dei Rimpatri, su cui Idee in Rete ha lavorato in questi anni nell'ambito del progetto RIRVA.

Si prevede la realizzazione di 9500 rimpatri volontari, con la destinazione di 22 milioni di finanziamenti comunitari a questo scopo. Il numero appare alto, considerando che il numero di rimpatri volontari assistiti non ha superato negli scorsi anni le 1000 unità annue ed è stato in tutto di 4 mila persone nei sette anni. Allo stesso tempo si ipotizza di realizzare grazie ai fondi FAMI  oltre 18 mila rimpatri forzati degli oltre 40 mila che si prevedono di realizzare tra il 2015 e il 2022.

Alcuni aspetti appaiono condivisibili e riprendono le raccomandazioni più volte evidenziate dalla rete RIRVA.

1) si individua correttamente la necessità di affiancare le azioni di ritorno volontario con un adeguato supporto alla reintegrazione (RVA&R);

2) si riconosce la positività delle attività di informazione e sensibilizzazione, che nello scorso periodo sono state appunto realizzate da RIRVA;

3) si introduce un riferimento al coinvolgimento del MAE per favorire il rapporto con i Paesi terzi nella fase della reintegrazione;

4) si prevede la creazione di un Tavolo istituzionale sul ritorno aperto a tutti gli interlocutori interessati e l'attivazione di sportelli informativi e di orientamento (ci si augura valorizzando chi entro RIRVA per sei anni ha svolto sul territorio e a livello centrale questo compito, spesso a livello volontario o semivolontario)

5) si annuncia il rilancio di una campagna nazionale di informazione sul tema, l'organizzazione di sessioni informative e di percorsi formativi.

 

Altri aspetti sollevano invece più di una perplessità:

1) In primo luogo, le cifre non sembrano tornare del tutto, se si conta che con un budget simile, intorno ai 20 milioni, nei sette anni precedenti sono stati realizzati la metà dei ritorni e che si annuncia di voler prevedere significative azioni di reintegrazione (che costano e che non sempre presenti nella precedente programmazione). In generale, dividendo le risorse (detratte quelle per formazione, informazione, tavolo istituzionale) per i casi che si intendono assistere, viene fuori una cifra di circa 2 mila euro a progetto di ritorno che appare poco coerente con il proposito enunciato di curare la fase di reintegrazione in patria, salvo il riuscire a mobilitare risorse aggiuntive (delle Regioni? dei Paesi terzi? Non si dice...);

2) al di là dei proclami risulta evidente come la strategia del ritorno volontario sia ancora minoritaria rispetto a quella del ritorno forzato, che riguarderà circa l'80% dei casi;

3) continua ad essere carente la riflessione sul tema del ritorno volontario assistito in relazione ai consistenti fenomeni di ritorno che comunque si verificano e di conseguenza le azioni messe in campo appaiono non integrate con le altre realizzabili anche a prescindere dalle previsioni del fondo FAMI, come invece RIRVA ha documentato con riferimento al caso spagnolo, dove le politiche di ritorno sono state integrate con quelle degli ammortizzatori sociali;

4) rispetto alle azioni di sostegno al RVA, dopo aver concluso l'esperienza di RIRVA mettendo a rischio il patrimonio di relazioni costruito in questi anni, appare ancora del tutto indeterminata la soluzione organizzativa che si intende adottare, la cui operatività è comunque prevista dall'anno 2016 (vedi anche qui).

 

Vedi i materiali del convegno di chiusura del Progetto RIRVA


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