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NotizieInRete 399 - 16 novembre 2015 - Newsletter del Consorzio Nazionale Idee in Rete

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Non è la prima volta che NotizieInRete esce contemporaneamente ad un fatto di cronaca dirompente, tale da far sembrare i temi su cui ci appassioniamo ogni giorno futili e secondari di fronte alla morte, al dolore, alla rabbia, a tutte le sensazioni che si accompagnano ad una tragedia come quella di Parigi. E di nuovo ci si chiede se abbia senso uscire con le notizie ritmate dalla nostra quotidianità di persone che lavorano nel sociale, se sarebbe invece più rispettoso tacere o limitarsi ad aggiungere la nostra presenza alle tante voci che in queste ore si fanno sentire per solidarizzare con le vittime e condannare le barbarie. 

Alla fine crediamo però che i nostri pur piccoli gesti quotidiani rappresentino un tentativo di costruire ponti, legami, coesione e solidarietà: ingredienti di un antidoto al fanatismo e alla violenza in cui rischiamo di sprofondare

E quindi NotizieInRete esce, con i contenuti che ogni settimana lo caratterizzano. Ma non senza dedicare ancora un pensiero alla strage di Parigi. Alle vittime, prima di tutto. E poi a come la strage può generare la reazione che ogni terrorista sogna, la radicalizzazione del "noi contro loro", le generalizzazioni irresponsabili che aiutano a far nascere un nuovo fanatico proprio nelle nostre città. Quanti nuovi terroristi saranno generati da uscite come quelle riportate qui sotto?



E allora, tra i tanti stimoli che in queste ore si affollano sui vari media, ci piace dare il nostro spazio a questo: ai musulmani che ci parlano di un Islam diverso da quello che sentiremo, ancor più di prima, nei discorsi di troppi politici e giornalisti. Perché sarà il racconto più difficile da fare, su cui si giocherà la capacità della nostra società di superare la crisi o di precipitare in una spirale distruttiva.

Sharitaly: l'economia di collaborazione verso la maturità 

Perché NotizieInRete si interessa di sharing 

Oggi NotizieInRete racconta i due giorni milanesi di Sharitaly. Non è casuale, perché tra i tanti fermenti di innovazione di questi tempi probabilmente è proprio il tema della sharing economy. Per cui, mentre non abbiamo risparmiato prese di distanza verso altri filoni della social innovation, dalle derive finanziarie a quelle filantrocapitaliste, abbiamo da sempre individuato delle affinità elettive tra cooperazione sociale e chi vuole costruire, anche con l'ausilio di nuove tecnologie, collaborazione e condivisione tra cittadini, finalità che è del tutto analoga a quella della migliore cooperazione. E in questa edizione di Sharitaly i cooperatori sono stati ampiamente ricambiati, da un programma teso a costruire ponti tra sharing, imprese, pubblica amministrazione e terzo settore e da un'attenzione del tutto particolare che gli organizzatori hanno dedicato alla cooperazione sociale, a partire dalla volontà, ben argomentata anche da Marta Mainieri qualche settimana fa su NotizieInRete, partire da questi punti comuni per costruire punti di contatto oggi inesistenti. 

 

Il clima e i contenuti

Il colpo d'occhio di Sharitaly conferma alcune attese e presenta alcune sorprese. 

Partiamo dalle conferme. Volti giovani, una media di 15 anni in meno rispetto ad un assembramento analogo di cooperatori sociali, ampia partecipazione, ottima organizzazione a partire dalle iscrizioni online, selezione accurata dei temi da parte di Marta Mainieri e Ivana Pais che hanno introdotto i lavori, stile di presentazione ritmato e senza sbrodolamenti, interventi di buon livello, alcuni risultati di ricerca inediti presentati in anteprima ad impreziosire l'incontro; e il setting informale che ci si attende, a partire dalla location scelta per l'evento, un ex stabilimento industriale riconvertito per ospitare iniziative culturali. 

Veniamo alle sorprese. Abituati ad un clima entusiastico - movimentista, fatto di giovani e giovanissimi che si avventurano su idee originali - tali da lasciare un po' stordito l'uditore di una generazione successiva, tra l'ammirazione per l'inventiva e lo spirito di iniziativa e la perplessità sul fatto che quanto proposto possa tradursi ragionevolmente in pratica - la plenaria ha preso subito un orientamento diverso, molto più (auto)riflessivo

E sarà pur vero che, come si legge nella ricerca Unipolis (vedi anche il commento di Iris network), gli aspetti giuridici non sono in cima alle ansie dei "collaborativi" (e anzi vi è chi vede dietro a ogni ipotesi di regolamentazione un tentativo di imbrigliare sul nascere un fenomeno innovativo), ma negli interventi sul palco questa esigenza emerge, anche per dare sicurezza a chi oggi opera in una zona grigia tra formale e informale, con il rischio che qualche ispettore puntiglioso ravvisi una sequenza infinita di irregolarità. Ma accanto a questo il tema che aleggia è quello di definire il fenomeno, di individuare la differenza tra Uber (esempio da molti indicato dai più come estraneo al perimetro della condivisione) e tante esperienze collaborative autentiche; di interrogarsi sugli aspetti controversi di lavorare nella sharing, tra l'estrema libertà di proporsi direttamente e la volatilità di una situazione che, laddove aspiri a configurarsi come attività economica, rischia di superare ogni livello di precarietà; di chiedersi in che misura si stia "disintermediando" (termine caro ai "collaborativi") e in che misura si stia costruendo invece un sistema controllato da ingenti concentrazioni di capitale; di cercare composizioni tra istanze di innovazione e le accuse di concorrenza sleale avanzate a più riprese da parte delle attività economiche tradizionali (si veda il caso dei taxi o dell'accoglienza turistica). E accanto a questo le domande sull'evoluzione del fenomeno, che cresce (sono circa un milione in più rispetto all'anno scorso gli italiani che partecipano all'economia collaborativa) ma molto meno dell'anno scorso e meno che nel resto d'Europa; sulla dimensione ridotta, frammentata e localistica delle piattaforme di condivisione italiane rispetto ad altri casi internazionali. E infine, i tentativi di inquadrare concettualmente il fenomeno, come nell'efficace intervento di Ezio Manzini e Daniela Selloni, che provano a collocare le esperienze collaborative incrociando le dimensioni legate a elementi di "risultato" e di "relazione". 

Insomma, un'assemblea che si interroga e problematizza la propria esperienza, fino a chiedersi, un po' paradossalmente, se la sharing economy esista o se si ritrovi irrimediabilmente stretta tra esperienze di autentica condividisione (ma priva di dimensioni economiche) e una sorta di e-commerce 2.0. 

Come si diceva, gli organizzatori hanno meritoriamente dedicato un'attenzione specifica ai punti di contatto tra sharing e terzo settore, con un seminario a ciò dedicato, in cui sono state raccontate una decina di esperienze che si ipotizzano rappresentative di questa intersezione. Il giudizio in questo caso è abbastanza netto: senza entrare nel merito delle esperienze presentate, alcune delle quali indubbiamente eccellenti, di sharing entro organizzazioni di terzo settore se ne è vista poca. O si allarga il perimetro della sharing a tutte le pratiche partecipative - un qualsiasi servizio non semplicemente prestazionale, dove quindi famiglie e cittadini vengono in qualche modo coinvolti e attivati - ma questo farebbe coincidere la sharing con pratiche diffuse e consolidate, sminuendone quindi gli impatti innovativi, o dobbiamo concludere che esiste una reciproca fascinazione tra sharing e terzo settore consolidato che ha radici profonde, non di moda effimera ma di identità condivisa; ma gli spazi effettivi, praticati e rilevanti di intersezione sono ancora da inventare

 


 

Riflessioni

Quest'anno il magma dinamico e informale della sharing economy ha iniziato a fare i conti con la propria maturazione. Ad oggi sembra prevalente il tentativo di "tenere tutto insieme": iniziative con chiara valenza economica, che generano reddito e dove chi vi è impegnato vive tale contesto come esplicitamente lavorativo; ed iniziative dove l'eventuale flusso economico è secondario rispetto all'esigenza relazionale. Ma vale invece la pena di riflettere se questo ecumenismo porti lontano. 

È possibile (ed è corretto?) inquadrare nella stessa categoria chi ha piacere di condividere occasionalmente una cena con altre persone individuate attraverso una piattaforma, dividendo i costi dell'acquisto dei generi alimentari e chi intende avviare un'attività di ristorazione domestica, utilizzando la rete come canale commerciale e ricavando un margine tale da assicurare un reddito significativo (principale o integrativo che sia)? 

No, è meglio di no. 

Tenendo insieme le cose si faranno piovere esigenze regolamentative proprie dell'attività economica su aspetti che è giusto rimangano collocati in una dimensione di informalità e spontaneità. A parte gli aspetti fiscali, non sarebbe un esito auspicabile il fatto che venga richiesto l'HACCP per invitare degli sconosciuti a casa propria ogni tanto! Ma d'altra parte - al netto delle semplificazioni comunque auspicabili in ogni settore economico e per tutti gli operatori - non è ragionevole pensare che vi possa invece essere una "zona franca" in attività chiaramente imprenditoriali. 

Probabilmente non sono necessarie normative complicatissime, basterebbero (ameno per iniziare) soglie ragionevoli (sia sul fronte di chi gestisce la piattaforma che di coloro che offrono beni o servizi attraverso la stessa) che identifichino la rilevanza economica o meno dell'iniziativa e la collochino di conseguenza sul fronte delle imprese (con quanto ne consegue a livello di fiscalità, regolamentazione e tutela del lavoro) o della informalità.

 

Rispetto al terzo settore, valgono ragionamenti già fatti in altre occasioni su NotizieInRete. Il terzo settore - la cooperazione sociale e non solo - è affascinato, ma non ha ancora trovato la chiave giusta per approcciarsi alla sharing. Prevale l'approccio (destinato ad essere improduttivo) che inquadra la sharing economy nel sottoinsieme delle startup di impresa, per poi concludere che di fatto come attività imprenditriale non sia così attrattiva (e in molti casi non potrebbe essere diversamente, visto il raggio di azione locale della gran parte delle organizzazioni di terzo settore in contrasto con la necessità di grandi numeri che caratterizzano le piattaforme di maggior successo). Diverso sarebbe inquadrare la sharing entro il dominio delle iniziative di partecipazione e coinvolgimento della cittadinanza; offrire gratuitamente (o comunque non attendersi alcun ritorno economico) piattaforme e transazioni tra cittadini, puntando, oltre che al risultato sociale, a rendere sostenibile e anzi redditizio questo impegno per come esso può promuovere le attività specifiche e caratteristiche delle imprese sociali a servizio delle famiglie e delle comunità. 

E da questo punto di vista, il patrimonio di riflessioni e di strumenti nati nell'ambito della sharing economy costituisce uno strumento per mobilitare risorse civiche e partecipative che possono costituire il vero fattore di differenza per un terzo settore aperto all'innovazione. 

 


NotizieInRete ha parlato di Sharing economy anche qui:

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