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NotizieInRete 401 - 5 dicembre 2015 - Newsletter del Consorzio Nazionale Idee in Rete

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Istat: anche questo è PIL (e anche questa è Italia)

Secondo i dati rilasciati in questi giorni dall'Istat, il valore aggiunto generato dall'economia sommersa vale, nel 2013, circa 190 miliardi di euro, pari all'11,9% del Pil, in aumento rispetto agli anni precedenti (11,7% nel 2012, 11,4% nel 2011). 

Il valore aggiunto connesso alle attività illegali vale invece, nel 2013, circa 16 miliardi di euro, pari all'1% del Pil. 

Sommando queste due componenti si arriva a  206 miliardi di euro, pari al 12,9% del Pil, così distribuiti:

- 47,9% dalla componente relativa all'attività sotto-dichiarata dagli operatori economici. 

- 34,7% al valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare, 

- 9,4% alle altre componenti (fitti in nero, mance, ecc.)

- 8% alle attività illegali.

Istantanee da un'Italia disuguale

E' difficile riprendere con ordine tutti i dati di questi ultimi dieci giorni, in cui sono stati pubblicati numerosi e consistenti Rapporti di studio su diversi aspetti della vita sociale del nostro Paese. Per tentare una lettura trasversale, il quadro che ne esce è quello dell'Italia delle disuguaglianze. Disuguaglianze nelle condizioni, nelle opportunità a disposizione, nei diritti; disuguaglianze antiche e persistenti e sistemi di risposta che danno di meno a chi meno ha, ampliando l'iniquità invece di compensarla.

Disuguaglianze, giustizia, equità: sono parole che rischiano di sembrare estranee al cooperatore sociale che pure se ne è nutrito per anni; fino a che sono invece iniziate a cadere in desuetudine e a recare anche un certo disagio: quel contraltare un po' vetero e un po' ideologico rispetto all'esigenza di essere impresa, essere dinamici, stare sul mercato. 

Questa nuova percezione di sé del cooperatore sociale del nuovo millennio ha avuto alcuni ottimi motivi: il richiamo ai valori non può servire a giustificazione di inefficienze, le ideologie non scusano l'incapacità, le parole d'ordine non danno diritto a fare business con amministrazioni che proclamano valori affini; ma l'esito è stato una progressiva trascuratezza di una delle dimensioni di senso fondamentali per il del nostro agire.

Quando, pochi anni fa, prima Luca Fazzi sul fronte delle analisi e della ricerca (vedi per ultimo questo sul ilfattoquotidiano) e poi Beppe Guerini, in diversi suoi interventi (da quello al trentennale di Federsolidarietà ad Assisi nel giugno scorso all'articolo pubblicato in questi giorni su uno dei blog del nostro sito) hanno riportato con forza questo tema la reazione non è stata univoca. 

Il cooperatore sociale applaude, ma quanti, inquadrano tutto ciò alla stregua di una mozione degli affetti un po' retrò per rinsaldare le truppe affaticate dalle ristrettezze economiche? O come discorsi buoni per un convegno o una ricerca, da mettere da parte quando poi si iniziano a fare le cose più serie? 

 

Ma, anche chi vuole prendere effettivamente sul serio questi discorsi, spesso si chiede come tradurli in strategie di impresa e prassi operative, soprattutto in un contesto in cui spesso i margini di iniziativa sono piuttosto limitati, in cui le persone a cui offrire servizi o sono scelte da terzi o hanno il portafoglio (relativamente) pieno.

Questioni delicate su cui spesso NotizieInRete è intervenuta a più riprese.

E dunque non ci pare strano dedicare questo numero a sette contributi, tutti pubblicati nei giorni scorsi, che, talvolta da angolazioni diverse, ci raccontano di una società in cui la disuguaglianza esiste, persiste e si espande.

Le risposte non sono facili e immediate, ma ragionare sulle giuste domande non è accessorio; e chiedersi a chi vendere un servizio non è la stessa cosa che domandarsi con quali strategie renderlo accessibile anche a chi oggi ne è escluso.


 

Il Rapporto BES e gli altri dati Istat su povertà

Il rapporto BES 2015, con cui l'Istat raccoglie gli indicatori di benessere economico e sociale degli ultimi mesi, racconta di alcuni timidi miglioramenti (la povertà che smette di crescere), ma restituisce l'immagine di un Paese in cui la questione delle differenze di reddito ha dimensioni inquietanti.

Il 6.8% di residenti in condizione di povertà assoluta significano oltre 4 milioni di persone prive del necessario per vivere, dato che si accompagna a statistiche che danno concretezza a cosa ciò significhi: quasi una persona su 5 che non riesce a vivere in una casa adeguatamente riscaldata o il 12% che non può permettersi un pasto proteico ogni due giorni, o la metà di cittadini che non può fare una settimana di ferie all'anno. E ciò in una situazione di disuguaglianze che ha diverse dimensioni: in termini generali, visto che il 20% più alto riceve un ammontare di reddito di 5,8 volte superiore a quello del 20% più basso e poi con le consuete fratture territoriali (percentuale di poveri nel Mezzogiorno doppia che nel resto del Paese) e familiari (chi ha 3 figli ha percentuali doppie rispetto alla media).

 

Banca d'Italia, i bilanci della famiglie italiane

Negli stessi giorni il bollettino della Banca d'Italia ci informa che "Il patrimonio del 30 per cento delle famiglie italiane più povere (7.000 euro in media) rappresentava meno dell’1 per cento della ricchezza complessiva; per contro, il 5 per cento delle famiglie più abbienti, con un patrimonio medio di 1.300.000 euro" e anche che "Nel 2014 il 22,3 per cento degli individui aveva un reddito equivalente inferiore al 60 per cento di quello mediano (16.000 euro), la soglia convenzionalmente usata per definire la condizione di basso reddito; era il 19,6 per cento nel 2006 e il 20,6 per cento nel 2012".

 

I bilanci dei futuri pensionati (e di quelli attuali)

Il 1 dicembre l'Inps ha diffuso delle proiezioni sul sistema pensionistico secondo il quale "Si lavorerà più a lungo anche in rapporto a speranza di vita, le pensioni saranno del 25% più basse di quelle di oggi e vi saranno problemi per chi perderà lavoro sotto i 70 anni da carriere a bassi salari (cioé il percorso più comune delle fasce deboli del mercato del lavoro). Due giorni dopo Istat, ha pubblicato i dati sui trattamenti pensionistici, mettendo in luce come il 40% dei pensionati, circa 6 milioni di persone, percepisca meno di 1000 euro al mese. Insomma, anche il sistema attuale non sta benissimo. 

Il Rapporto del Network per la non Autosufficienza

Il Rapporto 2015 "L'assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia" del Network per non Non Autosufficienza è un volume ricco di riflessioni e indicazioni; un capitolo è dedicato al tema d

el rapporto tra non autosufficienza e impoverimento. Accanto ai fenomeni di impoverimento degli anziani stessi bisognosi di cure, aumentati in modo sensibile negli anni della crisi, è interessante studiare quanto tali situazioni influiscono sulle condizioni delle famiglie. "Nel 2012, 330mila famiglie hanno dovuto utilizzare tutti i risparmi per far fronte alle spese relative all’assistenza, 190mila hanno dovuto vendere l’abitazione con formula della nuda proprietà e 150mila si sono dovute indebitare... (dati Censis). Le famiglie con anziani non autosufficienti sono soggette a una “compressione” dei loro standard di vita principalmente in relazione a due fattori: un incremento delle spese ordinarie, specialmente dovuto ad un aumento delle spese di cura; ed un aumento del tempo dedicato all'assistenza dei familiari non autosufficienti che spesso si traduce in una riduzione delle capacità lavorative".

E anche il sistema dei servizi, invece di riequilibrare questa situazione, sembra enfatizzarla: "Solo un decimo della popolazione anziana non autosufficiente con un reddito basso riceve servizi domiciliari, con un’intensità di circa 10 ore mensili. Al contrario, per coloro che hanno redditi elevati questi valori raggiungono rispettivamente il 30% e circa 50 ore mensili... Insomma, la popolazione più bisognosa, sia in termini di grado di disabilità che in termini di reddito, sembra essere meno rappresentata e sostenuta dal sistema di cura italiano, in relazione sia ai trasferimenti monetari, che ai servizi domiciliari."

 

Le povertà degli autonomi

Di altro tenore, ma non per questo non utile alla riflessione, la segnalazione di CGIA della settimana scorsa sulla povertà delle partite IVA; è un tema spesso misconosciuto e frettolosamente apparentato o ai fenomeni di evasione (sembrano poveri perché non dichiarano) o a fenomeni di falso lavoro subordinato, precariato, lavoro autonomo spurio. Entrambe questioni esistenti, ma che nascondono una situazione preoccupante di una parte non secondaria del mondo del lavoro autonomo (e anche delle professioni), che opera in condizioni del tutto diverse dagli stereotipi a cui sono associati di solito notai, avvocati e architetti ("L’anno scorso il 24,9 per cento delle famiglie con reddito principale da lavoro autonomo ha vissuto con una disponibilità economica inferiore alla soglia di povertà totale calcolata dall’Istat."). Queste povertà reali, aggiunte al rischio economico connesso alle attività, ad orari spesso massacranti e alla sottovalutazione sociale del problema sopra richiamata si è incanalata in questi anni in forme isolate di rabbia collettiva o più frequentemente nel ben noto fenomeno della fuga dal nostro Paese (89 mila persone nel 2014).

 

L'esclusione dei disabili dal mercato del lavoro

In occasione della giornata internazionale delle persone con disabilità sono stati diffusi si asul sito della Fish che su altri media dati e infografiche; una di queste riguarda il tema dell'esclusione dei disabili dal mercato del lavoro, tratta da dati INPS.

I numeri sono quelli noti a chi opera nel settore: tra le persone con disabilità grave tra i 15 e il 64 anni, malgrado le misure esistenti, Il 19,7% lavora (e dunque l’80,3% non lavora) il 10,5 in cerca di occupazione, il 46% ha lavorato e ha smesso, il 24% ha smesso anche di cercare lavoro.

 

Oltre 400 mila persone non possono acquistare i farmaci di cui hanno bisogno

Il Rapporto 2015 del Banco Farmaceutico, sempre pubblicato nei giorni scorsi, informa invece che in Italia vi sono oltre 400 mila persone che avrebbero bisogno di un farmaco, ma non possono acquistarlo. Questo si traduce in una richiesta di oltre 870 mila confezioni di medicinali da rendere disponibili attraverso canali caritativi e solidali.

 


Su questi temi

Inaugurazione di eccezione per lo spazio blog "Società" sul sito di Idee in Rete con un articolo di Beppe Guerini, che propone un trattato per la riduzione delle disuguaglianze."Occorre che si metta un freno alla illimitata accumulazione e concentrazione della ricchezza che si è verificata negli ultimi trent'anni in tutti i paesi occidentali." Una enunciazione semplice e diretta di un tema antico e sempre attuale, il contrasto delle disuguaglianze, e di come l'economia sociale costituisca un modello alternativo di cui il mondo ha bisogno.


Con la prossima newsletter riprende la pubblicazione normale della domenica sera, sarà nelle vostre caselle mail il 14 e poi il 21 dicembre.

 

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