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NotizieInRete 402 - 14 dicembre 2015 - Newsletter del Consorzio Nazionale Idee in Rete

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Sicilia: come affogare il welfare (e non solo)

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Il terzo settore siciliano sta soccombendo sotto una politica cieca ed una macchina amministrativa lenta e negligente”.

Queste le parole che aprono il comunicato diramato Federsolidarietà – Confcooperative Sicilia e Legacoop Sociali Sicilia in vista della mobilitazione di lunedì 14 dicembre, per chiamare a raccolta la cooperazione sociale siciliana in un presidio organizzato davanti alla sede della Presidenza della Regione.

I fatti sono questi: le cooperative sono ancora in attesa della seconda tranche (30%) per i progetti FSE 2007 - 2013, diversi milioni di Euro corrispondenti ad azioni svolte, terminate e rendicontate in media tre anni fa. Perché i soldi non sono ancora arrivati? Perché i funzionari, spiega la Regione, non hanno fatto ancora in tempo (!) a esaminare le pratiche. Ma il peggio, per quanto possa sembrare incredibile, deve ancora venire: ora la Regione intima alle cooperative di liquidare e rendicontare anche la terza e ultima tranche (20%) entro il 31 dicembre pena la perdita di tutti gli importi dovuti. Le cooperative hanno da tempo segnalato che ciò determina un peso finanziario insostenibile, ma l'unica risposta della Regione è consistita nell'invitare a stipulare onerose (e del tutto improbabili) fideiussioni (chi mai la emetterebbe per progetti finiti da anni?); e comunque nei pochi casi in cui questa via è stata seguita comunque gli importi della seconda tranche non sono comunque arrivati.

Anche i ripetuti appelli appelli perché la Regione assuma l'iniziativa per richiedere una proroga all'Unione Europea sono fino ad ora caduti nel vuoto. 

Lavorare in Sicilia diventa veramente difficile, per le cooperative, il terzo settore, gli enti locali, le imprese, tutti coinvolti nella gestione approssimativa dei fondi della programmazione 2007 - 2013 e tutti costretti ad operare tra l’assottigliarsi dei trasferimenti dello Stato e una macchina regionale che ha mostrato negli ultimi anni tutta la sua fragilità, con l’ormai manifesta incapacità dell’apparato amministrativo e burocratico di operare con in modo decente. Come è mai possibile, anni dopo avere ricevuto la documentazione, mettere in ginocchio decine di imprese e enti locali dicendo che non si ha avuto il tempo per esaminare le pratiche? Chi ne è responsabile, chi sarà chiamato a pagare le sofferenze che centinaia di persone stanno patendo per la cialtroneria o la malafede di chi indegnamente riveste un ruolo pubblico?

Tra il balletto tra gli assessori che cambiano ormai ciclicamente e la presunta ripresa annunciata dal Governatore ma non percepita da nessuno, l'unica certezza è l’assenza di azioni a sostegno della povertà e dell’immigrazione e il blocco dei fondi necessari per provvedere ai pagamenti dei servizi di residenzialità a minori, anziani, disabili, con ritardi di quasi 12 mesi.

Anche i comuni versano nella stessa situazione. Amaro il racconto di Francesco Passantino – presidente della Rete Sol.Co Rete di Imprese Sociali Siciliane: le risorse regionali non arrivano e anche quando ci sono vengono mal gestite, con determine che vagano per gli uffici, inerzia e incapacità a gestire i fondi comunitari, mentre i minori restano senza assistenza e i cooperatori senza stipendio andando ad ingrossare le file dei poveri siciliani.

Insomma, un triste modo per disperdere il patrimonio di innovazione nel welfare che questa regione ha comunque saputo esprimere in questi vent'anni. 

 

Laudato si', cosa dice ai cooperatori sociali

Si è tenuto l'11 dicembre, presso l’Università Europea di Roma, un incontro sul tema "La rivoluzione francescana dalla Laudato Si', introdotto da Padre Raniero Cantalamessa, predicatore dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini. E' intervenuto anche Gianfranco Marocchi, presidente del Consorzio Nazionale Idee in Rete, cui è stato affidato il compito di riflettere su affinità e consonanze dell'Enciclica Laudato sì con lo spirito e la missione della cooperazione sociale.

Il punto di partenza della riflessione è stata l'affermazione, su cui spesso l'Enciclica ritorna, che "tutto è connesso" "tutto è collegato", "tutto è in relazione" evidenziando come nel cogliere appunto questa comunanza di origini, di destini e di significati - tra l'uomo e la natura; tra un uomo e un altro; tra dimensioni delle piccole scelte quotidiane e i destini dell'umanità; ecc. - si gioca la possibilità di una nuova consapevolezza delle nostre azioni, che grazie a ciò possono abbandonare le spirali distruttive e autodistruttive e indirizzarsi alla cura e alla conservazione dei beni comuni: della terra stessa, dei beni che essa contiene e della possibilità degli uomini di fruirne in equilibrio e con reciproca solidarietà. 

La storia della cooperazione sociale, ha evidenziato Gianfranco Marocchi, e quella personale di molti cooperatori, nasce dalla stessa scelta di costruire legami dove vi sono fratture, di sentire come vicino e interconnesso ciò che rischia di essere tenuto separato perché avvertito come estraneo, di includere ciò che escluso.

Accanto ai contenuti dell'incontro, è di grande rilievo l'attenzione che un'Istituzione culturale prestigiosa come l'Università europea ha voluto dedicare alla cooperazione sociale, che prefigura l'apertura di un nuovo e stimolante cantiere di confronto.

Che sulla sharing economy fosse necessario aprire una riflessione che andasse a meglio identificare diverse declinazioni del fenomeno, in grado di abbracciare da una parte esperienze di relazionalità e condivisione e dall'altra espressioni limitrofe ad un e-commerce 2.0 lo scrivevamo, oltre un anno e mezzo fa (28 aprile 2014 - Ma la "sharing" dev'essere "economy" per chi condivide? - 26 maggio 2014 - E' passato solo un mese) , quando questo complesso mondo rappresentava ancora un fermento indistinto e poco studiato. Poi, complice l'affermazione - in primo luogo culturale - dell'economia della condivisione, il tema di come inquadrare le diverse famiglie di sharing (e di quali sottoporre a regolamentazione e in che termini) il tema si è invece posto all'ordine del giorno.

Ne avevamo parlato raccontando Sharitaly 2015, che ha messo in mostra un'economia della collaborazione che, avviandosi verso una maggiore maturità, si riempie di interrogativi circa il proprio ruolo e la propria vocazione (vedi qui tutti i materiali dell'evento)

In questi ultimi giorni sono accadute due cose significative. Da una parte le due maggiori metropoli italiane hanno assunto delle iniziative che evidenziano la volontà di investire sull'economia collaborativa (Roma, il coordinamento tra iniziative collaborative; una casa per l'economia collaborativa a Milano), dall'altra sono comparsi articoli, anche su fonti non prettamente specialistiche, che riguardano la classificazione e la corrispondente regolamentazione dell'economia della condivisione.

Su IlFattoQuotidiano un articolo di Benedetta Ares Lucini identifica tre modelli: la peer to peer economy, dove i beni vengono condivisi da una comunità di privati (Airb&b e Gnammo), il short term renting che è invece una pratica commerciale da parte di imprese che individuano come formula di commercializzazione la messa a disposizione di beni a clienti per breve periodo, beni che risultano quindi di fatto condivisi tra più clienti (es. Car2Go) e l'on demand economy, che fa incontrare domanda e offerta di lavoro tramite piattaforme digitali (Uber).

LaVoce.info pubblica invece un articolo di Franco Becchis ("Perché BlaBla Car spariglia le carte) in cui, a partire da una causa che ha visto in Spagna la nota app per gestire i passaggi in auto opposta a l'organizzazione di rappresentanza dei trasportatori pubblici. In premessa l'autore evidenzia come sharing economy includa fenomini diversi: "un guidatore che carica un autostoppista, una famiglia che ospita gratuitamente dei migranti sono esempi di sharing, condivisione. Uber e i suoi fratelli, invece, permettono ai proprietari di dormant assets (capacità produttiva non utilizzata: case, posti auto, tempo, abilità culinarie) di incontrare la domanda pagante di sconosciuti. È, quindi, una economia degli asset dormienti che si destano al suono della sveglia che proviene dalle tecnologie di comunicazione peer-to-peer." E, a partire da questo concetto, le tesi contrapposte sul fatto che l'esperienza in questione sia equiparabile ad una comunità di relazioni in cui senza fini di lucro ci si scambiano delle disponibilità e si condividono delle pratiche di vita quotidiana o se si tratti di un'offerta economica realizzata in spregio a normative di settore e garanzie per i cittadini.

Per ultimo, sul web di Forum PA si legge il resoconto di una discussione connessa ai lavori che l'intergruppo parlamentare per l'innovazione digitale sta portando avanti, con l'intenzione di presentare entro l'anno un DDL in materia. Si tratta, come dicono i protagonisti della discussione, di "regolare ma anche di deregolare": "non abbiamo alcuna ambizione di imbrigliare l’intero fenomeno della sharing economy in una legge. La proposta di legge si focalizza sul definire ai fini fiscali, non regolatori, una soglia reddituale entro la quale un’attività possa essere considerata integrazione al reddito e aldilà della quale si tratterebbe invece di attività professionale”

Insomma, il cantiere è aperto.

E Idee in Rete non vuole essere da meno: restate sintonizzati, nei prossimi giorni sul sito verrà aperto uno spazio blog specifico su questi temi e in particolare sull'intersezione tra economia della condivisione e imprenditorialità sociale.

 

Contrasto all'emarginazione, le linee guida

Accanto alla presentazione, da parte di Istat, della seconda indagine sulle Persone senza dimora in Italia, sono state presentate la scorsa settimana dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali le Linee di indirizzo per il contrasto alla grave emarginazione adulta in Italia; si riportano di seguito le raccomandazioni finali

  • superare l'approccio legato prevalentemente alle politiche sociali per allargare la visione a sistemi maggiormente integrati; il settore delle politiche sociali può rappresentare l'elemento di collegamento del processo ma una strategia complessiva necessita di un’integrazione fra i diversi settori delle politiche mettendo in connessione integrando le diverse competenze sia a livello nazionale che a livello locale ma soprattutto fra i diversi settori che compongono la città (salute, casa, ordine pubblico, istruzione, formazione, lavoro, amministrazione della giustizia, ecc.);

  • una strategia integrata è quella capace di aggregare soggetti diversi della istituzione pubblica ma anche del mondo del profit e del no profit per costituire una cabina di regia che raccolga energie e risorse diverse, affiancando all'intervento riparativo un intervento di carattere promozionale che permetta di allargare il numero di risorse presenti attingendo all'interno delle comunità locali (comuni dell'hinterland, quartieri, social street, ecc.) ulteriori energie positive per l'efficacia e sostenibilità dell'intervento;

  • assumere l'orizzonte della messa in atto di processi di salute della comunità, perché il fenomeno homeless è strutturale e non una emergenza; il benessere di una comunità locale non è un problema di salute che si realizza solo in un tempo presente, ma un percorso che si struttura e mantiene nel tempo. Questo approccio è direttamente connesso con lo sviluppo delle cosiddette "smart cities" dove agli aspetti tecnologici del vivere sia affiancato un aspetto di convivenza e coesione sociale.

 

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