NotizieInRete 407 - 1/2/2016

Newsletter del  Consorzio Nazionale Idee in Rete

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Scuole e cooperative sociali: 
la vera storia

Agorà: avere vent'anni e parlare ai ventenni 

DDL Delega Contrasto alla povertà

Il 28 gennaio il Consiglio dei Ministri ha approvato un DDL delega sul contrasto alla povertà e il riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali. In queste ore si stanno registrando i primi commenti, che mettono in luce valutazioni diverse. Ce ne occuperemo nel prossimo numero.

Terzo settore - imprenditorialità sociale

 

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Il Rapporto Eurispes 2016, molto renzianamente ottimista ("superare la sindrome del Palio, passare dal contro al per e trasformare la nostra potenza in energia"), pubblica come ogni anno dal 2007 le statistiche sulla fiducia accordata dagli italiani alle diverse istituzioni. I dati 2016 sono di seguito confrontati con la media di ciascuno dei tre trienni precedenti.

 

Indice Fiducia

2007

2009

2010

2012

2013

2015

2016

Presidente 
Repubblica

61,3

66,1

44,7

52,0

Parlamento

25,4

17,1

11,7

20,0

Governo

27,8

20,8

18,0

28,6

Magistratura

42,2

51,9

37,4

35,3

Pubblica 
amministrazione

23,1

20,4

21,8

22,6

Carabinieri

63,5

74,6

73,5

69,9

Polizia

57,0

68,6

66,6

73,0

Guardia di Finanza

54,5

64,8

65,5

66,8

Partiti

13,2

8,7

9,6

11,9

Sindacati

22,6

20,2

24,2

21,4

Chiesa

49,7

44,9

49,5

52,5

Volontariato

73,8

79,8

76,2

73,8

 

Qui invece la tabella completa con i valori anno per anno.

di Gianfranco Marocchi

Leggi l'articolo completo su ideeinrete.coop


È facile immaginare che di fronte a notizie di questo genere nei tempi che corrono il commento più frequente sarà “le solite cooperative!” seguito da una serie di considerazioni non proprio lusinghiere per il nostro mondo. Che, nel caso specifico, non ho idea se siano meritate o meno (e va comunque segnalato che le imprese interessate, da parte loro, respingono ogni accusa e annunciano ricorsi).

[....] Ma ciò che è importante raccontare è che questa vicenda ha una storia lunga più di vent’anni e in certi momenti in cui ha rappresentato uno dei punti più alti delle politiche di integrazione sociale nel nostro Paese; e avrebbe molto da dire anche su dibattiti oggi all’ordine del giorno, se solo vi fosse qualcuno in grado di ascoltare.

[...] Siamo nella prima parte degli anni novanta, nel primo periodo quindi dopo la 381/1991, vi è un interesse crescente delle amministrazioni locali per lo strumento delle convenzioni ex articolo 5, quelle che “risolvono due problemi in uno”: offrono un servizio e affrontano il problema dell’occupazione delle fasce deboli. E così c’è qualcuno che pensa ad utilizzare questo strumento per i servizi di pulizia e servizio ai piani (i bidelli, insomma) nelle scuole, allora a gestione comunale.

È un momento in cui ho veramente ammirato alcuni amministratori locali. Ve li immaginate – ho presente nella mia città, Torino - due assessori ad andare nelle assemblee infuocate a sostenere la bontà di questa operazione tra sindacalisti che estraevano il sempre pronto repertorio d’ordinanza contro privatizzazione, precarizzazione, e altre “zioni” simili e genitori inferociti contro chi voleva mettere i figli con “quei drogati” (cioè noi cooperatori sociali)? Ma vi immaginate, con quel che è il livello medio del politico odierno, sensibilissimo ai ragli d’ogni tipo che sappiano far leva sulle paure profonde della gente verso stranieri, poveri, zingari o ogni altro reietto, gli assessori che andavano di fronte a centinaia di persone a dire che invece no, le cooperative sociali erano la scelta giusta, portavano qualità nelle scuole e lavoro – e non assistenza – per i cittadini più fragili? Eppure una generazione di amministratori lo fece

[...]

Poi qualcosa cambia. Sarebbe troppo lungo e non così utile ripercorrere tutti i passaggi successivi: il passaggio di competenze che toglie ai comuni la gestione delle scuole, i pesanti tagli del ministro Gelmini, gli espedienti che per alcuni anni salvano l’esperienza o pezzi (sempre più piccoli) di essa.

Ma qui si vuol parlare d’altro, e in particolare dell’orientamento, presente in molte politiche di spending review di questi anni, che vede nell’accentramento degli acquisti una strategia utile per razionalizzare e risparmiare; e così tre anni fa di decide di incaricare una centrale di acquisto (Consip) di bandire i servizi scolastici su lotti macroregionali di grandi dimensioni. Anche gli affidamenti a suo tempo dati alle cooperative sociali vengono risucchiati in questa logica: in alcuni casi le cooperative sociali trovano un ruolo – direttamente o attraverso aggregazioni locali - come sub contractor dei soggetti nazionali che oggi sono al centro delle attenzioni richiamate in apertura; in altri spariscono.

Quello che sicuramente scompare dagli affidamenti è una qualsiasi clausola tesa a promuovere o tutelare l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, facendo fare alle politiche di integrazione un passo indietro di vent’anni. Ma non si tratta solo di questo.

Perché si sceglie di utilizzare una centrale di acquisto su macroregioni? I presupposti che hanno portato a tutto ciò non sono così chiari. La si capisce, la logica delle centrali di acquisto, quando si tratta di comprare beni (acquistare 5000 pezzi ha un costo unitario minore che comprarne 100 e sottostante vi è il fatto che i costi di produzione unitaria di un bene sono calanti con la quantità), è invece assai meno chiara rispetto all’acquisto di servizi, in particolare di servizi con forte componente di personale: sino a certi limiti costerà un po’ meno il coordinamento o con dimensioni maggiori ci si potrà dotare di macchine più efficienti – forse – ma l’ora lavoro costa uguale. E comunque i limiti dimensionali per questo tipo di efficienze erano già ampiamente conseguiti. Se la convenienza economica diventa quindi incerta e oltre a certi limiti abbastanza indipendente dalle dimensioni (e di fatto così accade: non si ha il quadro completo a livello nazionale, ma nei casi noti i costi unitari della gara Consip sono superiori a quelli precedentemente praticati dalle cooperative), le controindicazioni sono invece note e documentate; e non ci si riferisce solo alla distruzione degli esiti sociali costruiti negli anni precedenti, tristemente irrilevanti per chi appalta, ma anche a quelle meramente di tipo economico e funzionale.

[... Leggi quali su ideeinrete.coop...]

Domande retoriche, risposta chiara. Nessun approfondimento o comparazione tra strumenti alternativi, ragionamenti approssimativi, competenze dei decisori risibili, fondamenti economici incerti, profluvio enunciazioni ideologiche a sproposito sulla supremazia del mercato e della concorrenza al posto di serie analisi costi benefici. Questo sta alla base dell’evoluzione sopra descritta.

E la cosa è quanto mai preoccupate dal momento che oggi questi temi sono all’ordine del giorno, senza escludere che vi sia chi qua e là pensi di usare centrali di acquisto per i servizi alla persona. Ignorando tutto quanto sopra, per non parlare di ragionamenti più raffinati. Si riuscirà a far comprendere che una centrale d’acquisto ha senso se il prodotto è unico e standardizzato, ma che spesso nell’intervento sociale così non è?...

Insomma, ricapitolando. Tanti, troppi, oggi leggeranno la “vicenda scuole” come un possibile nuovo capitolo di rapporti poco trasparenti tra cooperative e pubblica amministrazione; non sappiamo se, nel suo esito attuale lo sia. Ma sappiamo che, a chi avesse lo sforzo della memoria, la vicenda scuole descrive una storia esemplare che, partita con presupposti culturalmente molti distanti da quelli affermatisi negli ultimi anni, ha costituito una parte di grande rilievo nelle pratiche di partenariato pubblico – privato e nelle politiche di integrazione lavorativa; ed è declinata miseramente con evidente disastro sociale e senza vantaggio economico quando sono state introdotte logiche che in teoria sarebbero dovute essere improntate a principi di efficienza.

La cosa più triste è che oggi pochi tra coloro che si trovano a decidere gli orientamenti del Paese su queste materie conoscono questa storia o sono interessati ad impararla.

 

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di Alessandra Grasso

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Agorà in questi anni è stato sicuramente uno degli attori principali del terzo settore sul territorio cittadino e provinciale, crescendo per dimensioni e diversificazione di servizi nel tempo e mettendo in campo creatività e competenza, per sviluppare ciò che oggi definiamo “innovazione sociale”. Intuire i cambiamenti per tempo e raccoglierne la sfida sono stati alcuni degli asset su cui l’impresa sociale si è poggiata, per sviluppare e poi mantenere il lavoro, in epoca di crisi.

La nutrita platea di ieri ha ben rappresentato la compagine di stakeholder che connota le interazioni di Agorà. [...] Oltre ai protagonisti della politica e del mondo accademico locale, il videomessaggio del presidente nazionale di Confcooperative Maurizio Gardini e gli interventi del presidente nazionale di Federsolidarietà, Giuseppe Guerini, sull’analisi del mondo della cooperazione e delle prospettive di sviluppo, e di quello di Idee in Rete, Gianfranco Marocchi, che ha valorizzato la pubblicazione di Agorà dedicata allo sguardo degli universitari sul Consorzio, attraverso le loro tesi di laurea. La presidente di Agorà Rosana Cavalli ha illustrato sinteticamente lo stato dell'arte della realtà produttiva consortile, mentre il direttore generale Luca Moro ha ricostruito le sfide affrontate dal Consorzio e dalla cooperazione genovese in questi anni. [...]


Agorà visto dai giovani

di Gianfranco Marocchi

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Ci sono molti modi per raccontare 20 anni di attività. Il Consorzio Agorà ha scelto di affidarsi alla voce di giovani che, in occasione delle proprie tesi di laurea, ne hanno studiato alcuni aspetti caratteristici. ... L’esito di questa scelta fa ben emergere alcune delle principali caratteristiche di Agorà, che lo rendono un caso di grande interesse nel panorama del terzo settore italiano.

Un tassello importante del welfare locale e del suo sviluppo. Un primo elemento che ben traspare è come Agorà – come buona parte della cooperazione sociale italiana – abbia costituito, per il proprio territorio, un tassello imprescindibile del welfare locale. Insomma, Genova, la Genova della solidarietà, non sarebbe la stessa senza Agorà. [...]

La cura della qualità. [...] qualità e competenza non come mere opzioni aggiuntive alla scelta di lavorare per la propria comunità, ma come un aspetto fondante e sostanziale. Perché nella qualità vi è la capacità di portare effettivo cambiamento sociale, vi è il più profondo rispetto per chi necessita di un sostegno e ha diritto di ricevere i servizi migliori.

I soci e i lavoratori, il vero capitale dell’impresa sociale. Se la qualità e la competenza sono centrali, quando si opera in servizi con intensa relazionalità, non si può prescindere dal ragionare sulle persone che prestano materialmente i servizi. [...]

Un modello impegnativo di integrazione imprenditoriale. [...]  Agorà rappresenta un esempio non comune di scelta di alcune cooperative di vivere in modo integrato le principali scelte di impresa, dalle strategie di sviluppo ai servizi, fino alla scelta stessa delle cooperative di rivedere i propri confini di impresa [....].

Una governance a due poli. [...] da una parte un consiglio di amministrazione con ruoli di indirizzo politico e di verifica, dall’altra un management – che necessariamente è distinto dal consiglio di amministrazione – che ha il compito di mettere in atto tali indirizzi.

Un consorzio orientato alla contaminazione. [...] con la scelta di essere promotori di EticLab, un’esperienza originale di collaborazione tra imprese profit e non profit sul tema della responsabilità sociale,[...]

Il tutto senza perdere freschezza e capacità di innovare. [...]

Quattro sfide per la cooperazione

 

di Luca Moro

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Compiuti i primi 20 anni di attività, cogliamo l’occasione per riflettere brevemente sulle molteplici esperienze realizzate in questo periodo di tempo e nei due decenni precedenti, consapevoli che la nostra storia - e quella della cooperazione sociale nel suo complesso - non inizia nel 1995, ma nei primi anni ’80 del Novecento, quando i movimenti per il cambiamento, già attivi e protagonisti a partire dall’anno simbolo ‘68 e poi nel corso di tutti gli anni ‘70, perdono rapidamente i loro spazi di agibilità politica, a seguito di una sostanziale sconfitta sul campo.

E’ proprio a partire dalla perdita di spazio di agibilità politica che le energie di quei movimenti si riversano in altri contesti, come la riscoperta della – fino ad allora bistrattata - dimensione privata, e verso altri obiettivi, come l’allora nascente ambientalismo, ed il pacifismo (ancorché coniugati di prevalenza nella forma oppositiva: contro le centrali nucleari, contro gli euromissili…, ma anche aperti a nuove modalità costruttive, quali il ritorno alla terra e all’agricoltura non industriale) e, per quanto qui maggiormente ci interessa, l’azione per il cambiamento sociale, non solo volta alla costruzione di modelli teorici alternativi, ma anche, e soprattutto, costruire alternative concrete. [...]. Da un primo fiorire di scuole popolari, laboratori di animazione, gruppi teatrali di avanguardia, via via si organizzano forme di intervento sociale più basilari e quotidiane, quali le prime comunità familiari per minori, i centri socioeducativi, le comunità per la cura del disagio psichiatrico, le attività di inserimento lavorativo.

È a questo punto (variamente databile, nel corso del decennio ’80) che nascono le cooperative sociali come supporto organizzativo e societario a quelle attività, avviate per lo più inizialmente in forma volontaristica e progressivamente trasformate in professionali, proprio per la loro nuova natura “quotidiana” e tale da richiedere impegni a tempo pieno. [...] La cooperazione sociale diventa rapidamente il luogo per eccellenza produttore e realizzatore di idee e sperimentazioni nell’ambito dei servizi sociali, affrontando così quattro sfide: [...]

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