NotizieInRete 411 - 29/2/2016

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Di fronte al lato oscuro dell'operatore sociale

Mamme in carriera: 
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Bologna, 17/3: un video per il lancio del percorso verso la Biennale della Prossimità

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Riforma BCC, uno scippo generazionale

Confcooperative, giustamente, non ha usato mezzi termini: "una violenza istituzionale che ci riporta agli anni bui del fascismo"; uno "scippo generazionale". Il tema è il credito cooperativo e l'assai discutibile intervento del Governo che, tra le altre cose, rende appropriabile da parte dei singoli privati (anche a prezzo abbastanza modico) il patrimonio costruito da generazioni di cooperatori. Un passo verso l'omologazione, per le banche, una falla nel sistema cooperativo, in generale. Leggi:

- Confcooperative: la riforma delle BCC è uno scippo generazionale

- Borzaga su Vita: "I 4 problemi della riforma del credito cooperativo e una soluzione"

- NelMerito su sfide BCC

- NelMerito su idee e miti su banche locali


 

Terzo settore - imprenditorialità sociale

 

Politiche sociali e Diritti

 

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Migranti

 

Italia e mondo

di Gianfranco Marocchi

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Questa volta niente ricette o risposte, ma solo interrogativi. Un interrogativo, in realtà: cosa sta accadendo agli operatori sociali? Sarà anche la stampa a cui non sembra vero di poter mettere in prima pagina una storia sordida, l’assistente che picchia il disabile, la maestra che sevizia il bambino, ma in questi ultimi mesi si leggono veramente troppe storie di questo genere per pensare che tutto sia riconducibile al meccanismo malato dei media.

Succede in cooperative, presso gestori privati e in strutture pubbliche, al nord, al centro e al sud, in organizzazioni fragili e strutturate. E spesso con episodi che, filmati o raccontati, non possono che turbarci profondamente.

Le dichiarazioni del giorno dopo non possono essere che le medesime: sdegno, incredulità, rabbia, rammarico, sgomento, (ferma assoluta piena totale) condanna, e tutte le altre espressioni che la lingua ci concede per esprimere l’inesprimibile, alla ricerca di frasi che marchino la nostra assoluta distanza, diversità, alterità dai fenomeni deprecabili avvenuti. Non potrebbe essere altrimenti, ma questo non deve esimerci dall’interrogarci a fondo su quanto sta avvenendo.

Perché? Perché l’accanimento, la volontà a volte feroce di ferire e umiliare una persona inerme che è stata affidata? E che significato ha il fatto che in questi comportamenti siano spesso coinvolti, con diversi gradi di protagonismo o connivenza, più operatori insieme?

Il “noi siamo diversi” “ai nostri servizi non accadrà mai” è una risposta pericolosa, perché se non ci si interroga a fondo su quanto sta accadendo… è vera oggi ma domani forse no.

Non abbiamo una risposta completa, ma una convinzione sì: che l’inchiodare i protagonisti negativi di queste storie – diretti in quanto autori delle violenze o indiretti, per mancato controllo – alle loro responsabilità è solo una parte della questione. Forse vi è paura di porsi queste domande e la lingua italiana non aiuta, visto che voler “capire” o “comprendere” sembra un atto pericolosamente limitrofo al “giustificare”, un richiamo al sociologese di quarant’anni fa per cui “è colpa della società”.

E invece la comprensione di un fenomeno sociale è sempre un bene e non ha nulla a che fare con la connivenza; mentre al contrario fermarsi allo sdegno per rimarcare la nostra appartenenza al gruppo dei “puri” non fa che aumentare la probabilità che il peggio si ripeta.

Perché un operatore sociale insulta o percuote il proprio utente? Chiediamolo, a chi lavora con noi. Facciamolo chiedere anonimamente da qualcuno esterno, se temiamo che al superiore gerarchico per evidenti motivi non si dica la verità: “Hai mai sentito l’impulso di aggredire un utente? Perché?” Probabilmente, se chi risponde sentisse di poter dire la verità, i sì sarebbero moltissimi. Perché per uno che effettivamente picchia o insulta un bambino, un anziano, un disabile, probabilmente cento hanno sentito almeno una volta la seria tentazione di farlo; ma i nostri servizi non possono reggersi sui freni inibitori, che siano morali o derivanti dalla paura di essere puniti: semplicemente questi impulsi non dovrebbero nascere e se nascono dobbiamo capire perché.

Certo, si potrebbe obiettare, sono temi non del tutto nuovi o originali; di burn out si parla da sempre tra chi opera nei servizi alla persona. Ma l'impressione è che vi sia qualcosa di più: non solo la fatica che fa scoppiare, ma qualcosa di rabbioso e distruttivo che non abbiamo ancora ben compreso. Di qui in avanti abbiamo solo ipotesi: operatori sotto pressione sempre maggiore, perdita di senso del proprio lavoro, percezione di scarsa legittimazione sociale del proprio operator, risentimenti, fatica, scollamento con l’organizzazione, soppressione di tutti i momenti di supporto e confronto, selezione dell’operatore sociale estranea al minimo contenuto vocazionale,  mancato ricambio generazionale e di funzioni, e tante altre cose possibili. Bisognerebbe approfondire, capire meglio. Ma di questo “lato oscuro dell’operatore sociale” dobbiamo essere consapevoli, comprenderne le cause che ne favoriscono l’insorgenza e per quanto possibile rimuoverle.

 

SPRAR: quando lo Stato
deve fare lo Stato

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Dicono i ben informati che le 238 domande presentate entro il 15 febbraio scorso dagli enti locali per i 10 mila nuovi posti Sprar abbiano generato disponibilità degli enti stessi per soli 6 mila posti. Per gli altri 4 mila i soldi ci sono, i comuni no. Questo esito, se confermato, non stupirebbe più di tanto, se si considerano i molti casi, raccontati da cooperatori, in cui comuni sensibilizzati sull'opportunità di partecipare al bando hanno chiarito di non volerlo fare, ad esempio perché essendo le elezioni amministrative imminenti il fatto di essersi attivati per accogliere i richiedenti asilo era considerato come un fattore di penalizzazione; senza contare i casi in cui viene espressa una posizione politica pregiudizialmente ostile all'accoglienza.

Non sappiamo, ad oggi, se questa notizia sarà confermata o meno e, nel caso, come intenda provvedere il Ministero dell'Interno. Ma alcune considerazioni le possiamo fare.

Se l'asilo è un diritto - è così è, in vigenza dell'articolo 10 della Costituzione - è singolare che la risposta ad un'esigenza di asilo sia un bando ad adesione volontaria da parte dei comuni; insomma, se una persona si sente male non si fa un bando per vedere se casomai qualcuno vuole curarla, ma va ad un ospedale e si fa ricoverare; se un minore è abusato non si verifica se per caso vi è qualcuno pronto ad accoglierlo, ma il giudice dispone che si provveda alla sua accoglienza. E così via.

In certi casi lo Stato deve fare lo Stato. E l'art. 117 della Costituzione, lettera A), gli affida competenza esclusiva in materia di asilo. Non è questione di simpatie politiche dell'uno o dell'altro sindaco, ma di obblighi precisi che sussistono in capo alle Istituzioni. Se vi sono 10 mila persone da accogliere questo significa una persona accolta ogni 6 mila abitanti, senza esclusioni, equamente ripartite nel Paese. Eventuali ragionamenti ulteriori, specifiche volontà o vocazioni territoriali all'accoglienza possono essere considerate, ma sono un passaggio successivo, un possibile criterio di alterazione della distribuzione, non certo il punto di partenza. I comuni non dovrebbero scegliere se partecipare al bando, ma organizzarsi singolarmente o in modo associato per assolvere alla propria parte di dovere, senza che considerazioni politiche di sorta nemmeno entrino a far parte del dibattito.

La politica, per sua natura, calcola; le Istituzioni, per loro natura, devono essere responsabili.

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Per una giovane mamma le difficoltà sono molte, ancor più quando si trovano a crescere da sole i propri figli o vivono in situazioni difficili. Ed è faticoso far stare insieme tutto: impegno fisico necessario per la cura del bambino, costruzione della relazione genitoriale, adattamento al nuovo ruolo di madre, vita relazionale e sociale, formazione, reinvestimento sul lavoro / carriera. Mamme in carriera è il progetto della Fondazione Ebbene a sostegno delle giovani madri per le quali la maternità rischia di comportare l'isolamento  relazionale e l'impossibilità di continuare a sviluppare le proprie capacità professionali e lavorative, senza contare, per chi provasse a tenere insieme tutto, i noti problemi di conciliazione famiglia lavoro.

Basato su una sperimentazione avviata nel quartiere catanese di Librino, il progetto proposto dalla Fondazione Ebbene prova a rispondere a queste situazioni.

Oggi votando il progetto presso Aviva Community Fund puoi contribuire al suo finanziamento.Puoi attribuire fino a 10 voti.

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Senigallia, una nuova
iniziativa di autorecupero

 

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Più volte abbiamo raccontato dell'esperienza di autocostruzione del nostro socio Consorzio Solidarietà di Senigallia. Ora il Consorzio Solidarietà fa il bis, con un progetto di autorecupero, riqualificando quindi un'area già edificata in modo da evitare il consumo di nuovo suolo. Questo avviene a Cesanella, una frazione di Senigallia, dove tutto è pronto per partire con le attività di recupero che interesserà 18 famiglie - solo le ultime due sono ancora da individuare. Ogni nucleo familiare dovrà garantire un minimo di 700 ore di lavoro in cantiere e possono partecipare al progetto anche persone che non hanno competenze specifiche nel settore dell'edilizia. La durata prevista del cantiere è di circa 12 - 15 mesi. Il progetto edilizio prevede appartamenti di dimensioni comprese tra i 65 e i 101 metri quadri e ampi spazi verdi comuni a disposizione delle famiglie con un costo finale compreso tra i 105 e i 115 mila euro. Il progetto è finanziato da Banca Popolare Etica e si avvale di un contributo regionale in misura di circa il 20% del corso degli alloggi. Come scrive il Consorzio Solidarietà, "se fino a qualche anno fa parlare di autocostruzione e co-housing poteva rappresentare una scelta originale, per certi versi "alternativa", oggi costituisce una forma di abitare che rappresenta una garanzia e una tutela per i cittadini, perché mette in moto forme di reciprocità, prossimità, solidarietà, mutualità e sussidiarietà che contribuiscono a ridurre il disagio e la vulnerabilità sociale… Abbiamo il dovere di immaginare nuove politiche che mettano sempre di più al centro il "senso del noi", cioè la dimensione comunitaria, la costruzione del bene comune". Il progetto è coerente con una visione generale di cui ancora il Consorzio Solidarietà richiama gli elementi fondamentali:

- il coinvolgimento attivo dei cittadini che vengono coinvolti nel processo di risoluzione dei propri problemi;

- l'autorecupero di immobili dismessi ed il consumo 0 di territorio;

- la costruzione di un paradigma sociale basato sul bene comune e non sull'arrivismo individualista e rampante che abbiamo conosciuto negli ultimi 20 - 25 anni e che ci ha portato al collasso della crisi economica, lasciando dietro di sé solo rovine, ruderi di una società in decadenza che però deve trovare al suo interno le energie e le forze per risorgere.

 

Formica, da vent'anni il lavoro come seconda possibilità

di Emiliano Violante

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Dare una seconda possibilità a chi è più sfortunato, fare qualcosa di veramente utile per l’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate sul territorio riminese, costruire un’azienda con una grande responsabilità sociale dove il lucro non è incluso fra gli obiettivi dei soci. Era questa l’edea dei 9 soci fondatori de La Formica, che nel 1996 cominciarono la loro esperienza di cooperazione, un esperienza significativa che adesso può vantare una grande affermazione sul territorio riminese. Un percorso importante durato vent’anni che ha visto La Formica realizzare tanti programmi di inserimento lavorativo mediante diverse attività lavorative di gestione dei servizi divenute, cammin facendo, sempre più professionali e qualitativamente competitive. Tra i nove fondatori sei erano obiettori di coscienza appartenenti alla Caritas Diocesana, forti della palestra di solidarietà fatta presso l’ente Diocesano riminese, cominciarono ad organizzarsi, discutere, confrontarsi fra di loro, dividendosi compiti e mansioni, insomma facevano la loro prima esperienza di cooperazione e fondando, il primo marzo 1996, La Formica  [...]

Tante, in questi anni, sono state le persone inserite nel mondo del lavoro. Per ognuno di loro una storia, un racconto a lieto fine di vita e lavoro, esperienze iniziali di sofferenza, emarginazione, disagio che ad un certo punto hanno trovato nella cooperativa la leva del riscatto: la seconda possibilità. [...] In questi anni la cooperativa ha sempre creduto nel lavoro provando a diversificare le attività per consolidarsi, investendo sempre gli utili per creare nuovi posti di lavoro a volte anche con progetti che non sempre sono andati bene, a riprova del genuino spirito imprenditoriale. Ma tanti altri lavori sono arrivati ed insieme alla gestione dei servizi di igiene ambientale sulla provincia di Rimini, che è da sempre l’attività prevalente della cooperativa, attualmente ci sono 9 settori d’inserimento lavorativo, dove trovano occupazione più di 100 lavoratori. [...]


Leggi anche questo articolo sui nuovi investimenti della cooperativa