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Marco Gargiulo, classe 1975, è da maggio scorso presidente di Idee in Rete. Questa sua prima intervista è un’occasione per conoscere il suo percorso, gli incontri che lo hanno segnato profondamente e per confrontarci con lui sulle priorità che ci attendono.

«Il mio percorso, umano e professionale, è segnato dalle relazioni che la vita mi ha offerto, a cominciare dallo scautismo (AGESCI) che rappresenta sicuramente il cammino formativo che, più di tutti, ha cambiato e orientato le mie scelte. Ho iniziato da bambino, nel gruppo scout Napoli 15 della Parrocchia di Santa Maria di Costantinopoli a Cappella Cangiani, una parrocchia di 70.000 abitanti, la parrocchia più grande d’Italia, e sono tutt’ora capogruppo degli scout di Gubbio, occupandomi, in particolare, dell’educazione dei bambini (i lupetti) e degli adulti in formazione. Proprio in questi giorni sto organizzando con gli scout un’iniziativa formativa a Casal di Principe, nella Campania in di cui sono orgogliosamente figlio».

Già, la Campania, l’associazionismo cattolico, queste sono le radici di Marco Gargiulo che stanno alla base del percorso che lo ha portato alla cooperazione sociale e ora alla presidenza di Idee in Rete. Ma andiamo con ordine.

«La mia storia inizia in Campania e se ancora oggi mantengo un legame con la mia terra è anche perché, quando da ragazzo appena maggiorenne ho iniziato il mio percorso di impegno, l’incontro con la figura di Don Giuseppe Diana, vigliaccamente ucciso dalla camorra nel 1994, è stato fondamentale e non a caso insieme a tanti altri amici, che negli anni si sono avvicendati, ho dato il mio contributo nel Settore Pace Nonviolenza e Solidarietà dell’AGESCI che è tra i promotori del Comitato che porta il suo nome. Ancora ricordo con emozione il 28 marzo del 2004, quando nel X anniversario del suo assassinio, in una Casal di Principe ancora oppressa dalla cappa soffocante dei clan, portai padre Alex Zanotelli all’incontro con una folla enorme di scout davanti il cimitero dove era sepolto don Peppe»

Questo è uno dei tanti incontri importanti che hanno segnato la biografia del Presidente di Idee in Rete, che dall’esperienza scout si è avvicinato alla cooperazione sociale. Ci parli del tuo percorso?

«Eravamo un gruppo di amici con i quali siamo cresciuti insieme dall’infanzia, condividendo quella fase della vita esaltante e intensa in cui una persona si forma e si rafforza nei propri valori, appunto entro il movimento scout. Intorno ai 16 anni, come prevede il metodo Scout, iniziai con un’attività di volontariato, dapprima servendo la domenica alla mensa dei poveri nel quartiere Sanità di Napoli, poi svolgendo lavoro di strada con i bambini del rione Traiano, sempre a Napoli: due quartieri popolari della mia città dove, nonostante le molte laceranti contraddizioni, la vita ti si presenta in tutta la sua verità e bellezza. Furono le prime occasioni in cui mettere a frutto le competenze nell’animazione imparate nel mondo Scout; sempre in quel periodo ho conosciuto e collaborato anche con l’Associazione Incontro, allora promossa da Marco Musella attuale presidente di Iris Network. E con gli stessi amici con i quali ho condiviso questo percorso è iniziata l’esperienza nel mondo cooperazione sociale, a fine anni Novanta, sfociata poi nel 2000 con la costituzione della cooperativa sociale La Locomotiva, ancora oggi attiva.»

E qui un altro incontro importante, sempre in terra campana: Padre Antonio Loffredo, sacerdote nel rione Sanità, un’energia inesauribile nel coniugare impegno sociale verso i più deboli e determinazione incrollabile per la rinascita di uno dei quartieri più degradati della città.

«Sì, e dall’incontro tra la nostra esperienza scout e il gemellaggio tra la Caritas Diocesana di Napoli e la Caritas Ambrosiana, è nato il consorzio CO.RE. - Cooperazione e Reciprocità. Con CO.RE. iniziammo a lavorare sull’educativa territoriale e sui progetti di lotta all’esclusione sociale. Fu in quegli anni che iniziai ad occuparmi del progetto di costruzione della redazione napoletana di Scarp de’ tenis, il giornale di strada promosso dalla Caritas Ambrosiana che prende a prestito il suo nome dalla famosa canzone di Enzo Jannacci. Il giornale è venduto solo in strada, rappresenta una voce non convenzionale che da decenni contribuisce a creare cultura dal punto di vista degli ultimi e i cui ricavi sono destinati a progetti di inclusione delle persone senza dimora.»

Insomma, a questo punto la tua vita aveva preso una piega diversa da quando, qualche anno prima, avevi iniziato a studiare giurisprudenza…

«Sì, e in quella fase iniziavo a definire un mio percorso che metteva a frutto i vari tasselli che si erano andati costruendo negli anni giovanili. Feci un corso come educatore di strada, avevo il bagaglio dell’esperienza Scout sempre presente e il contatto con gli adulti in difficoltà, nato con la rivista, mi stimolò ulteriormente facendomi incrociare il mondo delle dipendenze. Tra vita in strada e abuso di sostanze vi è un legame a doppio filo: si arriva alla strada a seguito della dipendenza e chi vive in strada spesso matura un abuso di sostanze, alcol in primo luogo. E in questa fase, mentre ero impegnato in progetti di lavoro di strada tra Scampia e il Rione Sanità è avvenuto un altro degli incontri importanti della mia vita, quello con Padre Alex Zanotelli, che tutt’ora vive lì e con il quale ho sviluppato un rapporto di amicizia vivo ancor oggi.»

Arriviamo al 2004. Alle soglie dei trent’anni hai scelto di lasciare Napoli e la Campania. Perché? E cosa è avvenuto in seguito?

«Faccio un passo indietro. Nella mia storia c’è stato sempre il tentativo di mettere insieme idealità e sostenibilità. La mia famiglia di origine, non certo ricca, aveva cresciuto e dato opportunità a quattro figli, ma ci aveva trasmesso in modo forte anche il senso del contare sulle proprie forze. L’esperienza a Napoli, per molti versi fondamentale ed esaltante, era sempre sul filo della sostenibilità: noi soci non volevamo gravare sulla cooperativa di cui avevamo chiare al tempo le ristrettezze economiche, ma al tempo stesso io e mia moglie (all’epoca eravamo ancora fidanzati) avvertivamo la necessità di dare stabilità al nostro contesto di vita, cosa che ci era difficile fare a Napoli. Accanto a ciò, nella scelta di trasferirci è entrato in gioco anche un elemento diverso. Come dicevo prima per me l’avere costruito un pezzo importante di strada insieme agli amici di sempre è stato un valore importante, ma sentivo l’esigenza anche di mettere alla prova me stesso e i miei progetti al di fuori di questo tipo di legami informali, per capire se erano effettivamente parte di un modello riproducibile.»

L’occasione per te si presenta quando in Umbria la cooperativa BorgoRete è alla ricerca di qualcuno che potesse qualificare e guidare un’equipe di operatori che lavorava in un centro diurno per tossicodipendenti. E quindi nel 2004 ti trasferisci con la tua famiglia a Gubbio, in un momento particolarmente vivace per la cooperazione sociale locale.

«Era effettivamente un momento importante. BorgoRete, cooperativa nata dalla fusione di due cooperative preesistenti, era tra le fondatrici di ABN, consorzio che viveva in quella fase il periodo di maggiore espansione, iniziando a sviluppare un’importante attività sulle fonti rinnovabili. Io ero arrivato per occuparmi di tossicodipendenze, ma progressivamente ho avuto l’occasione di mettere a frutto le esperienze sviluppate a Napoli sulla progettazione e le relazioni costruite con le banche e gli enti pubblici e mi sono inserito in modo sempre più significativo nell’ufficio innovazione e sviluppo del Consorzio, in contatto costante con l’allora presidente Roberto Leonardi la cui personalità vulcanica mi ha insegnato molto

E quindi ABN ti valorizza, diminuisci progressivamente il tuo impegno nell’equipe del Centro diurno per occuparti in modo sempre più intenso di innovazione e sviluppo, giusto?

«Sono stati anni molto importanti. Ed è in questo periodo che, lavorando per ABN ho l’occasione di intraprendere una relazione professionale con il Consorzio Solidarietà di Senigallia, che con ABN collaborava nei progetti di autocostruzione. Nel 2014 / 2015 ho quindi iniziato a collaborare in modo più stabile con Consorzio Solidarietà che ora mi ha espresso nel Consiglio di Amministrazione e quindi alla presidenza di Idee in Rete

Della tua esperienza con Consorzio Solidarietà e del tuo impegno dell’housing parleremo un’altra volta, il discorso si fa lungo…

«Certamente, su questi temi ho dedicato le maggiori energie in questi anni e rischierei di dilungarmi. Se posso solo fare un accenno, vorrei dire che per me l’impegno nell’housing non è stato casuale, ma una conseguenza logica del tentativo di operare a favore delle persone con una visione più ampia, ben sapendo che la casa, insieme al lavoro, è uno dei capitoli irrinunciabili se si vuole lavorare in modo autentico per l’inclusione sociale

Anche di questo parleremo un’altra volta. Ma prima di guardare avanti ho l’impressione che dovremo cercare almeno altri due incontri importanti della tua biografia: Lorenzo Milani e Arturo Paoli.

«L’incontro – spirituale, per ovvi motivi anagrafici - con Lorenzo Milani è stato fondamentale. Ho studiato moltissimo i suoi scritti, da capo Scout ho portato spesso i ragazzi a Barbiana e se il mio secondo figlio si chiama Lorenzo non è certo casuale, ma un omaggio a una persona che per me continua ad essere un punto di riferimento, di ispirazione e di speranza ineludibili. Arturo Paoli, invece, ho avuto l’occasione e la fortuna di conoscerlo di persona: avevo 17 anni la prima volta che sono andato a Spello e i Piccoli Fratelli del Vangelo, la fraternità ispirata a Charles de Foucauld, sono ancora oggi amici e punti di riferimento costanti della mia famiglia; non a caso, con Lucia (mia moglie) e i nostri tre figli siamo parte di un gruppo di famiglie che condivide la spiritualità di Charles de Foucauld.»

Bene Marco, siamo in chiusura e i temi da trattare sarebbero ancora tanti. Lo faremo senz’altro, prossimamente. Vorremmo però chiederti ancora una cosa: tu stai iniziando ora un mandato importante, come presidente di Idee in Rete sei alla guida di una delle maggiori organizzazioni nazionali della cooperazione sociale. Qual è la prima sfida che vedi di fronte alla cooperazione sociale oggi, su cui quindi vorresti impegnarti coinvolgendo Idee in Rete?

«Noi cooperatori abbiamo vissuto un periodo in cui si è lavorato molto – e giustamente – per strutturare e dare solidità economica e finanziaria alle cooperative; non vi è dubbio che si tratti di un lavoro importante, bisognava fare un salto di qualità rispetto alla situazione preesistente, animata da un ammirevole spirito volontaristico, ma spesso anche da una notevole fragilità. Questo ha portato ad operazioni di fusione, a grandi dimensioni, spesso con esiti positivi in termini di qualità e sostenibilità. Ma in questa enfasi vi è anche il rischio, attuale e reale, di perdere aspetti fondamentali della nostra identità. Dobbiamo tornare ad essere nei territori, alleati della gente e della comunità. Papa Francesco ripete costantemente che “la cultura dello scarto, respinge i più deboli” e noi, cooperatori, dobbiamo farci interpreti di questa denuncia elaborando soluzioni creative e gioiose, in un’ottica imprenditoriale che però non tenga nessuno escluso. Bisogna che torniamo a farci interrogare riguardo la nostra vocazione a stare a fianco delle fragilità umane, delle persone che non hanno nulla e che soffrono.»

Molto chiaro! Marco, hai scelto di toccare un tema importante, andando controcorrente. Oggi non si sente che di parlare di mercato e di competizione, anche nel mondo dell’impresa sociale.

«Intendiamoci: tutto ciò, come dicevo, ha delle valenze molto importanti, il fatto di lavorare al meglio, di essere imprese eccellenti è un valore da perseguire, irrinunciabile, altrimenti non saremo mai credibili. Ma dobbiamo essere consapevoli dei rischi che possiamo correre nel proiettarci verso una logica puramente mercatistica, perdendo la nostra identità. “Lascia il mondo migliore di come lo hai trovato”, come diceva il fondatore degli Scout Baden Powell, credo che questo sia anche il ruolo della cooperazione sociale. Noi siamo imprenditori e dobbiamo continuare a migliorare e a portare il nostro contributo come imprenditori, ma con una visione orientata a favore della qualità della vita degli ultimi e degli esclusi.»

Concordo perfettamente, ma non è questa, purtroppo, la visione della cooperazione sociale che spesso emerge dai media!

«Lo so, ma questo non fa che riaffermare l’importanza di rafforzare la nostra capacità di comunicare. Non possiamo lasciare che a dare un’immagine della cooperazione sociale siano solo quei mezzi di informazione che vanno alla ricerca di scandali. Anche qui va fatta un’azione di presidio più efficace, spesso continuiamo a comunicare male quello che facciamo, con un gergo da addetti ai lavori

In conclusione, Marco, potresti accennarci brevemente alcune priorità per la cooperazione sociale?

«Vorrei che, tra le tante priorità, vi fosse quella di rilanciare la cooperazione sociale di inserimento lavorativo. Il rischio presente è che oggi questa esperienza si svuoti di significato. Per timidezza e per l’invasività dei meccanismi di mercato abbiamo smesso di riflettere su questo tema, senza affrontare a viso aperto le contraddizioni che lo caratterizzano. Certo che vi è una differenza di produttività che rende impegnativo stare sul mercato, ma se la conseguenza è quella di cercare gli “svantaggiati meno svantaggiati” vuol dire che c’è qualcosa che non funziona. Così come dovremo interrogarci sul motivo per cui nella salute mentale, dopo gli importanti progressi avuti negli anni ’80 e ’90, in molti casi ci si è fermati, non completando mai quel processo di vera integrazione ispirato dalla legge Basaglia. Abbiamo liberato i matti dai manicomi ma è come se ce li fossimo dimenticati nei giardini di queste strutture. Perché tante esperienze, pur interessanti, si risolvono in mera ergoterapia, senza mai evolversi in progetti individualizzati di integrazione e liberazione dall’istituzionalizzazione? Per questo è veramente importante il percorso intrapreso da Idee in Rete insieme a CNCA, Consorzio Abele Lavoro e Rete 14 luglio per interrogarsi su come rilanciare il senso della cooperazione sociale di inserimento lavorativo.»

E rispetto al welfare, quale è secondo te la priorità?

«Guardo con interesse al meccanismo del budget di salute sperimentato in alcuni territori, come in Friuli Venezia Giulia, in Campania, a Messina. L’idea che l’intervento sociale richieda di mettere insieme integrazione, lavoro, casa in un progetto integrato è una frontiera verso la quale lavorare

Siamo in chiusura. Ti chiedo ancora una parola su tema di attualità come l’accoglienza degli immigrati. Qual è secondo te il ruolo della cooperazione sociale?

«Vorrei innanzitutto esprimere solidarietà al sindaco di Riace, recentemente oggetto di attacchi del vicepremier Salvini. L’esperienza che hanno fatto a Riace è invece un caso virtuoso di integrazione tra accoglienza, housing e sviluppo locale. Una parte del terzo settore ha scelto di lavorare con i migranti perché si concentrano su questo ambito risorse economiche importanti, ma non deve essere questo a muoverci, come ha ricordato anche il presidente di Confcooperative Gardini. Il fatto che vi sino risorse è positivo, ma si tratta di capire cosa farne: di come reinvestirle nella comunità locale così che diventino uno strumento per l’integrazione.»

Bene Marco, siamo consapevoli di avere trattato una piccola parte dei temi che meriterebbero di essere approfonditi, ma ci saranno sicuramente altre occasioni. Ma siamo certi che, anche per chi non aveva avuto sino ad ora occasione di conoscerti, queste prime tue parole saranno utili a iniziare una relazione che spero possa portare tutti noi lontano.

«Lo spero davvero. Consentimi, Gianfranco, in chiusura di questa mia prima intervista da presidente di Idee In Rete, di rivolgere un saluto e un ringraziamento a tutti soci del consorzio che hanno creduto in questo nuovo consiglio di amministrazione. Nel mio percorso professionale mi è capitato di incrociare trasversalmente esperienze, stili e culture diverse del fare cooperazione sociale: sono partito dal mondo Confcooperative, lavorando in realtà che aderivano al Consorzio CGM, sono poi approdato in ABN, conoscendo la sponda LegaCoop, per ritornare in ConfCooperative, scoprendo da vicino la realtà di IIR, senza per questo tralasciare la relazione con altre realtà importanti, come il Consorzio Co&So di Firenze a cui mi lega un rapporto di stima e fiducia reciproca, iniziato già diversi anni fa con il suo presidente, e per il quale tuttora seguo lo sviluppo di alcune azioni e progetti di housing sociale. Nel Consorzio Solidarietà, di cui sono espressione in questo CdA, ho imparato, soprattutto grazie all’amico Lucio Cimarelli, la cultura del dialogo, fondata sulla ricerca costante dei punti di incontro più che dei punti di divisione, sul rispetto della persona e sulla non prevaricazione nelle relazioni.

La situazione attuale ci chiede, a beneficio dell’intero sistema cooperativo, di intensificare il dialogo, il confronto e la collaborazione tra i due consorzi nazionali che aderiscono a Federsolidarietà, insieme alla federazione stessa. Per questo lancerò a Stefano Granata e a Giuseppe Bruno l’invito a metterci da subito attorno a un tavolo per progettare azioni comuni e strategiche, sia sotto il profilo imprenditoriale e sia sotto il profilo dell’advocacy. Possiamo lavorare insieme per un movimento cooperativo che sia in grado di esprimersi unitariamente e su scala nazionale, per essere pronti ad affrontare le grandi opportunità di sviluppo imprenditoriale che un simile scenario ci offre.»

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