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Il 9 marzo il Senato ha approvato in via definitiva la Legge “Delega recante norme relative al contrasto della povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali”, che rappresenta un passaggio fondamentale verso l’introduzione di una misura universalistica di contrasto alla povertà nel nostro Paese, l’unico in Europa ad esserne privo. NotizieInRete ha intervistato Cristiano Gori, ideatore e riferimento scientifico dell’Alleanza contro la povertà.

Cristiano, siamo arrivati ad un punto di svolta, la legge è stata approvata! Quali sono stati gli elementi che hanno fatto la differenza rispetto ai vent’anni precedenti in cui si è provato ad introdurre misure simili nel nostro ordinamento – il Reddito minimo di inserimento è del 1997 – senza però andare oltre a fasi sperimentali, parziali e presto abbandonate?

Forse una delle prime cose è chiedersi è perché, appunto, i tentativi fatti nei 20 anni passati non siano andati a buon fine; e questo non può essere spiegato solo con il fatto che allora i tassi di povertà fossero più bassi e il problema meno pressante, perché questo era vero anche in tutti gli altri Paesi europei che invece una normativa in materia l’hanno approvata. Probabilmente le cause vanno cercate da una parte nella strutturazione del nostro welfare su linee di sviluppo categoriali, in cui un certo gruppo di pressione riusciva ad ottenere per sé un determinato beneficio, con il risultato che politiche organiche dovevano poi scontrarsi con una pluralità di benefici che ciascun gruppo era riuscito ad ottenere; dall’altra nel fatto che sino a pochi anni fa la povertà era un problema ingiustamente percepito come relativo solo a determinati ambiti – territoriali, innanzitutto, localizzati nel Mezzogiorno – e sociali, un "problema di qualcun altro", per cui mancava la consapevolezza di quanto invece questo sia nella realtà un problema di tutti.

 Poi qualcosa è cambiato e la legge è stata approvata…

Si, e come spesso accade si fanno le cose giuste nel momento sbagliato, o per meglio dire, nella fase in cui è più difficile farle, sia per la carenza di risorse che per lo stratificarsi di una legislazione categoriale. Hanno contribuito a questo esito positivo una pluralità di fattori. Da un punto di vista sociale, indubbiamente la crescita dei tassi di povertà, la diffusione del fenomeno al di fuori di contesti sociali definiti e ristretti in cui eravamo abituato a collocarla e l’aumento della consapevolezza culturale su questo fenomeno; da un punto di vista politico, da una parte vi è stata la pressione del Movimento 5 Stelle che ha fatto di questo tema un asse portante della propria attività politica e dall’altra un fenomeno inedito come l’Alleanza contro la povertà, la cui portata non sta a me giudicare. Questo si è saldato con una sensibilità di un certo numero di parlamentari di maggioranza, di esponenti del Governo e di consulenti del precedente Presidente del Consiglio, convinti della necessità di introdurre una misura di questo tipo.

Quali sono stati gli elementi peculiari dell’azione dell’Alleanza?

In primo luogo il fatto di aggregare 35 organizzazioni di terzo settore, sindacali e di rappresentanza degli enti locali su un obiettivo condiviso. Poi l’attenzione a non limitarsi ad affermare elementi di principio, provando ad essere propositivi anche in termini tecnici e entrando nel merito di come sia effettivamente possibile costruire l’infrastruttura dei servizi in grado di sostenere una misura di contrasto alla povertà. Se non avessimo fatto proposte concrete non avremo inciso nel dibattito, ma se non fossimo stati in grado di aggregarci non ci avrebbero nemmeno ascoltato.

Come nasce la capacità di formulare proposte?

La sfida è quella di costruire un ponte tra elaborazione normativa e lavoro sul campo. Soluzioni organizzative adeguate non nascono solo sul terreno della tecnicalità, ma si alimentano dall’ascolto degli operatori, traducendo le istanze che vengono da chi opera nel welfare in proposte di miglioramento normativo, cosa che non sempre le aggregazioni sociali sono in grado di fare.

La legge è approvata, ma la strada verso un effettivo strumento universalistico è ancora in buona parte da fare.

Sì, questa legge è ottima se intesa come punto di partenza; ora ci sono ora due assi su cui lavorare. Il primo è il progressivo incremento dei destinatari; le risorse presenti, circa 2 miliardi, permettono di coprire circa un terzo dei potenziali destinatari, cioè delle persone in condizione di povertà assoluta. L’Alleanza stima che ce ne vogliano 7, obiettivo raggiungibile pochi anni con un incremento di circa 1.5 miliardi all’anno, quindi una cifra ragionevole qualora questa politica venga assunta come priorità; e questo aspetto avrà un primo test importante nella presentazione, tra qualche settimana, del Documento di Economia e Finanza (DEF) in cui è necessario che l’obiettivo di allargare le risorse per il contrasto alla povertà venga esplicitato. Il secondo asse sul quale lavorare è quello della cura e del sostegno dei percorsi di inclusione sociale e lavorativa; si tratta di un obiettivo dichiarato nella normativa, ma il cui raggiungimento dipende dagli strumenti che si riescono mettere a punto. Rifacendomi alla proposta dell’Alleanza contro la povertà, gli strumenti sono tre a) un adeguato finanziamento dei servizi locali, prevedendo quindi che una quota non irrilevante del fondo povertà vada a finanziare i servizi; b) assicurare un accompagnamento dei territori con assistenza tecnica, formazione, scambio diffusione buone prassi c) verificare l’utilizzo utilizzo delle risorse, sia per evitare che siano utilizzate per scopi diversi, sia per valutare l’efficacia della spesa.

E in tutto questo, quale sarà il ruolo del terzo settore?

Il Terzo settore è chiamato a portare avanti le sue due anime nel modo più lucido: da una parte sarà coinvolto nella coprogettazione e realizzazione dei percorsi di inclusione e costituirà un punto imprescindibile delle reti locali chiamate a gestire percorsi di inserimento; dall’altra è  importante che continui a porsi come soggetto politico e di advocacy sia a livello nazionale, sia a livello locale, dove l’Alleanza ha dato vita a gruppi di lavoro regionali che ci auguriamo si possano sviluppare insieme al contributo che i molti altri soggetti impegnati su questi temi potranno dare.

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