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Sono molte in queste ore le prese di posizione sul "Decreto Minniti" in materia di immigrazione. Abbiamo chiesto a Simona Binello, cooperatrice genovese della nostra rete e all'avv. Antonella Cascione di spiegarci i motivi della discussione in corso. Le disposizioni approvate, soprattutto lette nel loro complesso, restituiscono l'immagine di un Paese che affronta le criticità del fenomeno migratorio attraverso la limitazione dei diritti, più che cercando di creare le condizioni per un'integrazione positiva di chi fugge dai conflitti; concludendo, secondo le parole di Hannah Arendt, che "la guerra non restaura diritti, ma ridefinisce i poteri".


A pochi giorni dall'approvazione definitiva della legge sui Minori Stranieri non Accompagnati, è stato approvato il Decreto Legge n. 13 del 17 febbraio 2017 (cd "Decreto Minniti" dal nome del Ministro che lo ha proposto) in materia di immigrazione. Nella seduta dell'11 aprile infatti, con 240 voti favorevoli, 176 contrari e 12 astenuti, la Camera dei Deputati ha approvato (con il voto "di fiducia") il decreto legge - che aveva già superato il vaglio del Senato il 29 marzo 2017 - dal titolo "Conversione in legge, con modificazioni, del Decreto Legge 17 febbraio 2017, n.13, recante disposizioni urgenti per l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché il contrasto dell'immigrazione illegale". Tale provvedimento introduce norme "urgenti" per rafforzare il contrasto all'immigrazione illegale e per semplificare le procedure di riconoscimento della Protezione Internazionale. Orbene, già dall'emanazione del Decreto, molti operatori del diritto si sono chiesti se esso risponda o meno ai principi che "regolano" il ricorso allo strumento del "decreto legge"; vero è, infatti, che il decreto legge, nel nostro Ordinamento, è un atto normativo di carattere provvisorio e avente forza di legge, adottato in casi di necessità ed urgenza dal Governo. Ad avviso di molti, infatti, "necessità" e "urgenza" non sussistono, per lo meno, non da un punto strettamente processualistico. Il Decreto Minniti presenta alcune fondamentali novità, di seguito esaminate.

1) Creazione di 26 sezioni specializzate, introduzione del rito "Collegiale" e eventuale sospensione degli effetti del provvedimento della Commissione.

Sono state istituite 26 sezioni specializzate (in numero pari a quello delle sedi di Corte di Appello) in materia di "immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell'Unione Europea". Tali sezioni sono competenti in materia di:

  • Mancato riconoscimento del diritto di soggiorno su Territorio Nazionale in favore di cittadini UE;
  • Impugnazione del provvedimento di allontanamento di cittadini UE per "pubblica sicurezza";
  • Riconoscimento della Protezione Internazionale;
  • Mancato rilascio/rinnovo e revoca del permesso di soggiorno per "Motivi Umanitari";
  • Mancato riconoscimento del nulla osta al ricongiungimento familiare/permesso di soggiorno per motivi familiari;
  • Accertamento stato di apolidia e di cittadinanza italiana.

Le suddette sezioni, istituite presso Tribunali Ordinari sono composte da Giudici che sono scelti tra quelli "dotati di specifiche competenze" (avere trattato per almeno due anni i procedimenti nelle materie indicate o avere seguito dei corsi, ovvero conoscere la lingua inglese o francese, ne sono considerati presupposti). Per tali Giudici è prevista una formazione permanente e continua.

La prima novità "processuale" rilevante è la composizione collegiale dell'organo giudicante. È previsto, infatti, che le controversie in materia di riconoscimento della Protezione Internazionale di cui all'art.35 D. L.vo 25/2008 e quelle che hanno per oggetto l'impugnazione dei provvedimenti adottati dalle Autorità preposta alla determinazione dello Stato competente all'esame della domanda di Protezione Internazionale, siano assegnate ad un Collegio, all'interno del quale il Presidente di Sezione individua un componente per la trattazione della controversia. Il Collegio decide in Camera di Consiglio. Tale rito "camerale" delimita i casi in cui è ammessa l'udienza in cui il Richiedente viene ascoltato dal Giudice: il Giudice infatti decide sulla scorta della registrazione del colloquio tenuto davanti la Commissione Territoriale; solo in presenza di istanza motivata ovvero qualora il Giudice lo ritenga "necessario ai fini della decisione", il Migrante può essere sentito anche dal Giudice relatore. Il procedimento è definito con decreto collegiale non reclamabile, entro due mesi. Avverso tale decreto non è più ammesso appello. In caso di rigetto, la sospensione degli effetti del provvedimento della Commissione Territoriale viene meno.

Ciò risponde, forse, ad una necessità di regolare ed uniformare le decisioni delle Corti di Appello che prima potevano o meno decidere di considerare suddetti effetti "sospesi". Qualora sussistano fondati motivi, lo stesso Giudice che ha emesso il provvedimento di rigetto, può disporre la sospensione dell'efficacia esecutiva della decisione della C.T. su istanza di parte da depositarsi entro 5 giorni dalla proposizione del ricorso per Cassazione.

2) Eliminazione del grado di appello

Il Decreto Minniti ha previsto l'eliminazione di un grado di giudizio: avverso il provvedimento del Tribunale Ordinario, infatti, è ammesso unicamente ricorso per Cassazione entro 30 giorni dalla notifica. Tale decisione risponde ad una asserita esigenza di smaltire il carico di lavoro ricaduto sulle Corti di Appello italiane; il ricorso per Cassazione, però, richiede un impegno ed una procedura assai particolari, quindi rappresenta una eventualità (ed una possibilità) assai remota per il Migrante. Ad avviso di molti, questa è la modifica che, più delle altre, rischia di vedersene contestato il senso davanti la Corte Costituzionale. Si parla infatti di "diritto processuale civile speciale": la tutela giurisdizionale garantita ai Migranti viene - di fatto - dimezzata. Per i fautori della "novella", non sussiste alcun problema in quanto il solo ricorso per Cassazione è previsto anche per il provvedimento con cui il Giudice di Pace accoglie o respinge il ricorso avverso il decreto di espulsione del Prefetto. In realtà, in questo nostro caso oggetto di analisi, si tratta di "diritti della personalità" la cui tutela, anche in ossequio alle Convenzioni, rappresenta una garanzia che non può essere negata a chi, sul Territorio Nazionale, entra.

In realtà, anche molti Giudici ritengono che proprio tale punto sia passibile di incostituzionalità, anche sulla scorta dell'art.24 della Costituzione (che riconosce a tutti gli individui - e non solo ai cittadini - la possibilità di ricorrere in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi), ma soprattutto del combinato disposto degli artt. 3 e 111 della Costituzione. Mentre l'articolo 3 Cost. sancisce l'uguaglianza (in ogni espressione di vita) di tutti i cittadini, senza alcuna distinzione, l'art. 111 Cost. stabilisce che la giurisdizione si attui attraverso il "giusto processo" regolato dalla Legge, che non può prescindere dal "contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un Giudice terzo ed imparziale".

Ancora, una norma che ammetta una previsione processualistica diversa che - di fatto - si fonda sulla diversa "origine geografica" dell'interessato, è una palese violazione dell'articolo 3 della Costituzione. Di fatto è una norma che crea un diverso "assoggettamento" alla Legge per chi non è cittadino italiano, con tutte le conseguenze del caso.

3) Potenziamento delle Commissioni Territoriali

Per far fronte all'incremento esponenziali di richieste di Protezione Internazionale, il Ministero dell'Interno è autorizzato a bandire concorsi e ad assumere fino a 250 unità di personale presso la Commissione Nazionale per il diritto di Asilo e le Commissioni Territoriali.

4) Notifica degli atti delle Commissioni Territoriali e modalità di audizione del richiedente presso le C.T.

Nei confronti degli "irreperibili", le notifiche degli atti delle Commissioni Territoriali si "perfezionano" (sono quindi considerate "valide") previo deposito presso le Questure per 20 giorni. Come già anticipato, mutano le modalità di audizione del Richiedente davanti le Commissioni Territoriali. Il colloquio è videoregistrato con mezzi audiovisivi e trascritto in lingua italiana "con sistemi automatici di riconoscimento vocale". E' ancora ammessa la presenza dell'interprete che traduce il verbale redatto in una lingua comprensibile al Richiedente. Una copia informatica del file è conservata per i tre anni successivi presso l'Archivio Informatico del Ministero dell'Interno. Al Richiedente rilasciata copia della trascrizione in lingua italiana. In caso di ricorso presso il Tribunale, la commissione Territoriale rende disponibile all'Autorità Giudiziaria videoregistrazione e verbale di trascrizione. Il Richiedente, però, può decidere di non avvalersi del supporto della videoregistrazione e formulare, quindi, istanza motivata.

5) Lavori socialmente utili.

Prefetti e Comuni "promuovono ogni iniziativa utile all'implementazione dell'impiego di richiedenti Protezione Internazionale su base volontaria, in attività di utilità sociale in favore delle collettività locali". Si tratta quindi di attività svolte gratuitamente a favore della collettività. Anche questo intervento ha subito critiche sulla scorta della nostra Costituzione e del nostro Ordinamento che prevedono che l'attività "lavorativa" sia retribuita con l'unica deroga dei LPU a cui il cittadino può ricorrere in caso sia imputato in reati che ne ammettono il ricorso come possibilità di estinguere il reato stesso.

Oltre al fatto che questa parificazione pare inopportuna, va considerato che già per gli imputati che se avvalgono, è un istituto difficile (assistenti sociali dell'ufficio esecuzione esterna oberati, mancanza di convenzioni...).
Non si capisce inoltre perché Il Migrante debba integrarsi senza la possibilità (anche) di un piccolo rimborso.

Sono infine espressi timori rispetto al fatto che la "volontarietà" possa essere limitata, nel momento in cui ciò diventasse di fatto un metro di giudizio per valutare l'integrazione del migrante e quindi il suo titolo a permanere nel nostro territorio.

 

6) Nascita dei CPR

Scompaiono i Centri di Identificazione ed espulsione, sostituiti dal Centri di Permanenza per il Rimpatrio che prevedano un numero massimo di posti di 100 - 150 unità e che dovranno garantire "condizioni di trattenimento che assicurino l'assoluto rispetto della dignità della persona". Al Garante dei diritti dei detenuti e delle persone provate della libertà personale, sono riconosciuti tutti "i poteri di verifica e accesso" all'interno di suddetti Centri, che dovranno essere allestiti in siti ed aree esterne ai centri urbani. Nello specifico per il rimpatrio sono destinati fondi per 19 milioni di euro. Specifica esenzione al rimpatrio è rivolta a casi di particolare vulnerabilità. Anche per questa specifica, ci si può chiedere, in quale fase di questa snella procedura possa emergere la vulnerabilità. Quale interlocutore potrà meglio accogliere queste fragilità? L'operatore sociale che è tenuto quantomeno in quella sede a svolgere attività di pubblico ufficiale (vedi dopo un approfondimento sul tema) e quindi vedrà abdicare al suo rapporto fiduciario, oppure l'interprete chiamato forse a partecipare all'audizione?

7) L'operatore sociale come pubblico ufficiale

L'art.  6 “Modifiche al decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25”, 1 a) 3-septies del Decreto Legge 17 febbraio 2017, n. 13 recita: "Nello svolgimento delle operazioni di notificazione di cui al comma 3-ter, il responsabile del centro o della struttura è considerato pubblico ufficiale ad ogni effetto di legge".
Ciò vuol dire attribuire il ruolo e la funzione di "pubblico ufficiale”.
Secondo le pacifiche critiche, significa ledere intanto la terzietà dell'operatore sociale e violare il Rapporto di  Fiducia tra Migrante e Operatore stesso.
Chi difende la norma, afferma che si tratta di una qualifica "a tempo", valida solo per le notifiche.
Chi invece solleva questioni di diritto e di opportunità, osserva che la qualifica di P. U. non possa essere "a tempo parziale"
Anche ritenendo accoglibile la tesi della "qualifica a tempo", questa disposizione contiene comunque un segnale inquietante.

 

Orbene, il Decreto Minniti, alla luce delle previsioni sopra richiamate, è stato ampiamente ed apertamente criticato da operatori sociali e di diritto, tra i quali avvocati che si occupano di Diritto dell'Immigrazione e Magistrati che lo ritengono  suscettibile di osservazioni da parte della Corte Costituzionale. Rispondere alla criticità di un fenomeno migratorio che è di proporzioni epocali attraverso la limitazione dei diritti, non pare adeguato. Giova infatti ricordare che al momento l'unico precedente di esodo di queste dimensioni risale agli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale ma allora, con la fine del conflitti, il problema si avviava alla soluzione. Oggi, invece, si registra un aumento progressivo del numero dei profughi come principale effetto collaterale di una serie di conflitti armati o punti di crisi, anche "nascosti"; infatti oltre ai punti di crisi conclamati e denunciati dai media (Siria, Iraq, Somalia, Sud Sudan) esistono numerosi territori con governi disgregati e corrotti dove la protezione per i cittadini è inesistente ed anzi sono in atto continue persecuzioni (caso della Libia e Nigeria). Le vittime di "Guerra per procura" sono sempre più numerose e la riduzione di garanzie costituzionali non può essere la strada da seguire. L'Italia, da tempo in prima linea, dopo anni di gestione sul campo del fenomeno, dovrebbe costruire prospettive e non frontiere implicite ed esplicite (culturali, legali, psicologiche). L'esternalizzazione della gestione delle migrazioni, affidata alle più grandi dittature esistenti attraverso accordi bilaterali (es. Turchia) è una responsabilità politica importantissima,come lo è la costruzione di un impianto sull'asilo impostato sul regolamento Dublino che nega la libertà di circolazione, di residenza e di lavoro creando situazioni al limite del paradosso e della crudeltà.

Bisognerebbe rifuggire politiche di repressione a favore di politiche di immigrazione regolare favorendo la mobilità lavorativa, di studio, di accoglienza dignitosa per chi scappa da guerre e persecuzioni; bisognerebbe smettere di utilizzare i mezzi di comunicazione per costruire sospetto e paura nei confronti di persone che scappano per salvarsi la vita e di creare ad arte una competizione tra questi e i cittadini italiani svantaggiati. Sarebbe invece importante investire a livello europeo sui paesi colpiti dal maggior esodo aumentando le possibilità di studio (necessarie alla costruzione di una classe dirigente orientata alla democrazia) e aumentando le possibilità di lavoro regolare per chi arriva in Europa.

Insomma, costruire prospettive e non muri. Costruire diritti e non ridefinire il potere... altrove.

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