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Non si tratta di inventare nulla, ma solo di guardarsi intorno. Persone che condividono un’abitazione, orti urbani, paesi che diventano cooperative di comunità, forni comuni per il pane, abitanti che prendono in carico la propria via o un giardino del loro quartiere, empori solidali, vecchi edifici che ritornano a nuova vita diventando spazi comuni per associazioni, cooperative, cittadini che li riempiono di iniziative.

Questo è quello che sta accadendo. Un movimento carsico all’inizio, quando cinque anni fa iniziammo a riflettere sulla prossimità e forse ancora a Genova, quando nel 2015 ci ritrovammo per la prima Biennale.

Oggi invece non passa giorno senza che in rete o sui media, anche quelli generalistici, non si leggano notizie di questo tipo.

Certo, troveremo iniziative solide e fuochi di paglia destinati ad estinguersi in pochi mesi; proposte di grande valore per tutta la comunità e altre non libere da qualche particolarismo; talvolta ci interrogheremo su alcune ambiguità del concetto di prossimità, quando ad esempio viene presentato come soluzione universale a fronte de ritiro del welfare.

Ma, senza perdere mai questo sano senso critico, non ci deve sfuggire che qualcosa sta accadendo, qualcosa di importante sta accadendo!

Alcune di queste iniziative hanno forma di impresa, altre no; alcune affondano le radici in esperienze consolidate di volontariato, ma non tutte. Alcune riguardano il welfare, ma molte altre investono in senso più ampio quei molteplici ambiti che vanno a definire il benessere di un cittadino: la cultura, l’ambiente, la socialità, la bellezza. Cosa accomuna tutto ciò?

Il punto di partenza, probabilmente, sta in uno sguardo diverso. Prossimi lo si era anche prima, semplicemente non si sentiva la prossimità come dimensione rilevante della nostra esistenza. Prossimi, si diventa nel momento in cui la dimensione del condividere un problema, un’aspirazione, una situazione con altre persone di una comunità territoriale o elettiva, diventa una parte del nostro quotidiano. Noi siamo abitanti di questa via, genitori dei ragazzi di questa classe, persone che condividono una certa passione, ecc. E a partire da questo noi riconosciamo come sia possibile costruire insieme soluzioni, impegnandoci in prima persona a contribuire a realizzarle.

Quali forme assuma questo noi – di impresa, associativo, informale; ma anche prassi fatta propria da amministrazioni locali – non è discriminante. Ciò che cambia è, appunto, lo sguardo: che fa nascere il noi e che lo declina in senso inclusivo: un noi aperto al beneficio dell’intera comunità e non preoccupato di demarcare le differenze e le diversità con un voi che è di conseguenza escluso.

E quanto qui affermato comporta anche il sentirsi distanti da un’altra possibile visione della prossimità. Quella, che spesso sentiamo, che abbiamo orecchiato anche nel nostro percorso di costruzione della Biennale, che ha come punto di partenza il ritornello “visto che gli enti pubblici non hanno più soldi allora dobbiamo fare da soli”

La prossimità non nasce da lì, l’avvertire la comunanza di destini è un cambio di sguardo che prescinde dalla presenza o carenza di risorse pubbliche; se ve ne sono, potranno potenziare ulteriormente la nostra azione, ma il tutto si origina da una diversa consapevolezza, da un modo diverso di sentire e di intendere il fatto di essere cittadini. Che poi le istituzioni intravedano una risorsa preziosa in queste forme di partecipazione e che questo possa contribuire a costruire benessere pubblico anche quando altre risorse calano è un dato di fatto, ma non è il punto di partenza.

Non che quello della prossimità sia un percorso facile! Teste diverse, sensibilità differenti e spesso quell’ambivalenza che anche in un percorso collettivo fa riemergere i particolarismi, le individualità che scalpitano. È normale. Ma la prossimità è e non può che essere un percorso collettivo, in cui ciò che ciascuno può portare è un capitale a disposizione di tutti e non una rendita personale da riscuotere.

I nostri eroi non sono geni solitari, ma comunità che sperimentano l’entusiasmo ma anche le fatiche del costruire insieme.

Su queste dinamiche si è snodato anche il percorso che in un anno e mezzo ci ha portato a questo momento. La Biennale della Prossimità non è un evento mediatico, è un percorso di costruzione collettiva.

In questi tre giorni ci saranno circa un centinaio di momenti: riunioni, musica, laboratori, teatro, giochi, reading, cinema, ecc. Tutto – tutto! – è frutto di ciò che ciascuno dei protagonisti di queste giornate ha portato come proprio contributo. Non ci sono esperti esterni, artisti di grido, docenti chiamati per l’occasione: ci sono solo persone e organizzazioni che hanno scelto di condividere e scambiare il loro modo di vivere la prossimità.

Questo è il primo successo della Biennale della Prossimità, il suo tratto distintivo. Non si viene ad ascoltare un certo personaggio o superstar, non abbiamo mai fatto di nomi pur eccellenti presenti in queste giornate l’elemento di richiamo della Biennale.

E anche rispetto ai promotori vale lo stesso: ci si mette tutti la faccia, ma non si viene come in fiera a promuovere il proprio prodotto o logo. Si condividono e si scambiano invece esperienze e sensibilità, si costruiscono nuove relazioni e nuovi legami, si scoprono prossimità inedite anche tra mondi tradizionalmente distanti, si sperimentano situazioni, come la cena in strada, in cui barriere e posizionamenti si annullano, in cui ciascuno può avvicinare un altro e parargli; tutto ciò ci porta a costruire insieme un prodotto collettivo, il nostro prodotto collettivo!

La Biennale della Prossimità è, in conclusione, al tempo stesso frutto e parte di un percorso nato diversi mesi fa, che abbiamo condotto e costruito insieme e che, nella misura in cui saremo in grado di costruire relazioni, di comunicare e soprattutto di ascoltare e di lasciarsi stimolare da quanto ascolteremo, potrà portare ad un cambiamento che va ben oltre le sensazioni che vivremo nei prossimi tre giorni.

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