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È stata oltre 300 operatori sociali che per quattro ore hanno lavorato insieme su temi diversi per circa quattro ore a confrontarsi su cittadinanza attiva, lavoro, inclusione, disabilità, dipendenze, diritti, migranti, abitare, cibo, sport, vicinato, cultura, minori, giovani, ambiente, riuso, crowfunding, agricoltura sociale, sviluppo locale, anziani, rigenerazione urbana, salute, benessere, ecc.

Lo hanno fatto tentando di mettere da parte la tendenza a parlare solo di sé, ma cercando di ascoltare, dialogare, confrontarsi, scambiare. Un cambio di prospettiva non facile, dopo decenni di impostazione fieristica degli eventi, fatta di spazi, metri quadri e tempi di intervento. Togliendo tutto questo sono rimaste le persone e la loro curiosità di scoprire gli altri.

È stata giocare con le carte della prossimità, disordinarle e riordinarle, è stata metterci la faccia di fronte alla macchina fotografica per dire "io c'ero", è stato partire sin da subito con l'idea di abbandonare i ruoli e far emergere le persone.

È stata cinque laboratori per approfondire come la prossimità può far evolvere l'amministrazione condivisa delle città, la gestione dei beni comuni, l'accoglienza dei migranti, i servizi alla persona, l'inserimento lavorativo, mettendo insieme competenze eccellenti di esperti e competenze diffuse dei presenti; ed è stata un matrimonio tra testimonianza, confronto, racconto e arte.

La Biennale della Prossimità è stata un intenso film di un viaggio tra il Marocco e Milano e poterne poi parlare con l'autore;

E' stata creare un filo tra i padri del pensiero di prossimità - da Calogero a Dolci, da Capitini a Olivetti - e il nostro lavoro di oggi.

E' stata affidare al vento le parole di TUTTI, un prodotto collettivo che raccoglie i racconti di 28 operatori sociali. Ed è stata un concerto con grandi musicisti sul palco insieme al laboratorio di un servizio di accoglienza di rifugiati o i disegni di ragazzi che hanno lasciato la propria casa animati su un muro da giovani artisti.

Insomma, è stata una fabbrica di legami e di relazioni inedite.

La Biennale della Prossimità è stata fare il punto sulle idee che ci accomunano, per fare un primo passo, due anni dopo Genova, verso un manifesto della prossimità che forse ora potremo iniziare a scrivere insieme ed è stata riconoscerci per il percorso fatto, darci atto reciprocamente degli sforzi compiuti.

La Biennale della Prossimità è stata una cena con oltre 700 persone, preparata insieme dalle cucine popolari e dalla comunità islamica, in cui un vescovo e un imam procedevano a braccetto tra tavolate multietniche.

È stata una costruzione comune, un prodotto collettivo, fatta da cento organizzazioni che hanno condiviso sotto una stessa bandiera capacità e risorse.

È stata una strana combinazione di dedizione, professionalità e serietà, ma anche di spontaneità e di leggerezza.

E, infine, è stata la possibilità di ritorvarci alla fine per dirci che è senz'altro il caso di proseguire, che la Biennale della Prossimità può lasciare molte cose importanti sul territorio che l'ha ospitata e continuare il suo percorso negli anni a venire.

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