NotizieInRete 429 - 21/12/2016

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Appendice statistica Appendice statistica
130 file in formato xls contenenti gli indicatori in serie storica disaggregati, dove possibile, per regione, sesso e classe di età
Nota stampa Nota per la stampa
Il rapporto Bes 2016 si basa sull’analisi dei 12 domini del benessere in Italia attraverso 130 indicatori
sito BES Informazioni statistiche e metodologiche
Tutte le diffusioni e le informazioni metodologiche sulla misura del benessere equo e sostenibile in Italia

 

di Gianfranco Marocchi

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Quando il cooperatore è un nemico

Quando alcuni anni fa l’allora ministro Tremonti intraprese la campagna contro i falsi invalidi, le associazioni che rappresentavano questi ultimi - e non solo loro! - giustamente insorsero. Non perché si volesse negare che falsi invalidi da qualche parte ve ne fossero, né perché, in tal caso, essi andassero comunque difesi o giustificati per un non meglio identificato corporativismo di categoria; ma perché il fatto che un Ministro puntasse il dito contro i falsi invalidi – ben assecondato da media famelici alla ricerca di un cieco alla guida o di un paraplegico surfista – significava implicitamente dare un chiaro messaggio di rilevanza di tale fenomeno rispetto ad altri relativi al tema della disabilità. In sostanza: se si fa dei falsi invalidi un tema del dibattito politico o mediatico, si afferma implicitamente che sono loro – e non le scelte politiche di chi governa – che determinano l’insufficienza di risorse per gli invalidi veri. E su queste basi per alcuni anni lo scandalo rispetto al quale si volevano mobilitare le coscienze non era più l’invalido lasciato privo di assistenza da un welfare inadeguato, ma l’invalido falso; e il primo era vittima del secondo, non di scelte politiche che negli stessi anni determinavano un sensibile arretramento del nostro già malandato sistema di protezione sociale. Giustamente, in quel frangente, molti non mancarono di reagire alla strabicità culturale di questa campagna.

Quando tutto ciò mi è rivenuto in mente? Qualche giorno fa, per due piccoli fatti più o meno contemporanei.

Il primo è un articolo pubblicato alcuni giorni fa da Vita - e subito ripreso da altri media - e titolato “I nostri figli autistici, come maiali all'ingrasso per il business del welfare” (e nel testo, a spiegazione: “i nostri figli c’è chi li guarda come le rappresentazioni delle mucche e dei maiali dal macellaio, il filetto, il controfiletto… questo qui basta rimpinzarlo per bene e fra un tot di anni, pezzo per pezzo, diventa il nostro business. Non sto esagerando.”).

Il secondo sono i tributi alla carriera a Milena Gabanelli, giornalista probabilmente con molti meriti, ma che rispetto ai temi del welfare (ne parlammo qui) non è stata diversa da molto giornalismo d’inchiesta il cui scoop scandalizzato è spesso riassumibile nel fatto che chi realizza servizi incredibilmente e scandalosamente viene pagato per farlo e che – ulteriore ignominia – è un “privato”.

E il buon cooperatore di fronte a questo si sente a disagio. Magari lavora da vent’anni mettendoci cuore, tempo e passione senza confini, guadagna 1400 euro al mese da contratto – tutti i mesi se ha la fortuna di vivere in Regioni dove gli enti pubblici non pagano con due anni di ritardo - e gira con un’utilitaria e per primo prova rabbia se qualcuno lucra sui bisogni dei più deboli. E a maggior ragione teme che controbattere a chi lo ritiene un profittatore lo esponga all’apparire complice delle peggiori cose. Dice “sì, ma noi siamo diversi, non fate di tutta l’erba un fascio”, ma poco più.

Ma altro da dire ce ne sarebbe, eccome.

Rappresentare la cooperazione e il terzo settore con questo filtro ha una precisa valenza culturale. Che va identificata e riconosciuta. Pensieri schematici e irritanti, che procedono per semplificazioni non casuali.

Gli angeli del fango da una parte, il business degli immigrati dall’altra. Ma anche l’iniziativa sfiziosetta e innovativa e attrattiva per un articolo da una parte e il noioso servizio per anziani o disabili dall’altra. Santi e profittatori, nuovi e vecchi, puri e marci. Magari contrapposti nella strategia comunicativa, tanto per par condicio, per far vedere che non si è prevenuti – un bel servizio sui cattivi, con particina finale per un buono, così rendendo il discorso ancora più subdolo. Il campionario dei pensieri sotterranei sarebbe lungo e ciascuno dei luoghi comuni richiederebbe un discorso a sé. Alcuni esempi?

  • Se sei pagato per un servizio di welfare sei un profittatore delle disgrazie altrui. Insomma, un po’ come dare contro ad un medico o un’infermiera del Pronto Soccorso dicendogli allusivo “voi che guadagnate dei soldi sul fatto che la povera gente sta male”;

  • Se una cosa non la fa l’ente pubblico ma un’organizzazione di terzo settore è perché ci guadagna qualcosa e sono tutti appattati per succhiare soldi pubblici (si tratta di una riserva indiana per dare spazio di espressione ad uno statalismo che sarebbe stato vecchio trent’anni fa, ma che così si rifà una rispettabilità);

  • Forse ci sarà anche qualcuno non marcio, un angelo del fango cui disegnare un’aureola, ma i buoni non sono buoni come sembrano, anzi sono peggio dei cattivi perché vogliono sembrare buoni e noi li abbiamo scoperti; e quindi tanto vale…

In conclusione: ci mancherebbe altro, ciascuno è libero di esprimersi come vuole. Ma una riflessione sui presupposti che stanno dietro a determinate posizioni va fatta e va riconosciuta. “Ieri un immigrato di origine africana ha scippato una vecchietta” può essere una frase che descrive un fatto oggettivo e non essere viziata da alcuna falsità, ma la scelta di comunicare in un quel modo il fatto in questione evidenzia presupposti e retroterra culturali ben determinati. E chi fa informazione in questo modo è responsabile di diffonderli e rilanciarli.

E, per ritornare a quanto si diceva al terzo settore, gli esiti a cui approdano determinati attacchi sono ben noti. Non investiamo nel sociale, tanto è tutto uno spreco, un magna magna. Non investiamo nel sociale, tanto quelli veri lo fanno a gratis (o con un doppio carpiato: traggono risorse dal mercato, con buona pace di chi non può pagare, o dai donatori, come nell'ottocento). Non investiamo nel sociale, è vecchio, assistenziale, ci sarebbero cose molto più nuove da fare (anche se sfortunatamente non si sa quali). Non investiamo nel sociale, la solidarietà non esiste, ognuno per sé. Non investiamo nel sociale, diamo un po' di soldi alle famiglie che così sono contente e poi ci pensano loro.

La soluzione non è certo quella di istituire un nuovo politically correct, fatto di omissioni e perifrasi; ma di pensare in modo non tendenzioso e di scrivere in buona fede. Il resto viene da sé.

P.S. Molto spesso nelle cooperative non esistono angeli e profittatori, esistono persone che scommettono in prima persona anni o decenni della propria esistenza sul fatto che un cambiamento sociale sia possibile, che sia giusto che una società si prenda cura di tutti i suoi membri, anche di quelli più deboli. Che nel fare questo possono commettere errori, talvolta mancare di visione, ma che sono stati comunque i protagonisti di trent’anni di progresso della società italiana; che talvolta stramaledicono le fatiche del proprio lavoro, ma che lo fanno con impegno e dedizione, fin che possono e fino a che riescono. E che comunque in tutta questa complicata vicenda hanno scelto di provarci e di non stare a guardare.

NotizieInrete vi augura buone feste. Saremo di nuovo insieme l'11 gennaio ma forse anche prima...

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Lavoratori che aiutano altri lavoratori

Di Emiliano Violante

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Rimini, La Formica dona 15 mila euro al Fondo per il Lavoro di Rimini

I soci e dei lavoratori della cooperativa la Formica di Rimini hanno deciso di festeggiare ili ventesimo anno dalla propria fondazione con una donazione  speciale: un assegno di 15mila Euro al Fondo per il Lavoro della Diocesi di Rimini.  Un scelta coerente con la propria missione, con le proprie idee e anche con il proprio codice genetico, in quanto la cooperativa è stata fondata nel 1996 proprio da alcuni obiettori di coscienza della Caritas Diocesana. La consegna è avvenuta  proprio nelle mani del Vescovo Francesco Lambiasi  in occasione dell’assemblea  della cooperativa, venerdì scorso 16 dicembre, un momento di particolare condivisione in cui è emerso il desiderio autentico di solidarietà nei confronti  di quei lavoratori, e sono ancora tanti in questo periodo, che sono in difficoltà.

Non si tratta di un gesto nuovo per la cooperativa, che per il quarto anno consecutivo, ha visto i suoi  lavoratori tassarsi la busta paga per donare una percentuale del proprio stipendio. Una grande sensibilità  che tra lavoratori occupati e non occupati,  ha un sapore di solidarietà ancora più intenso. Negli ultimi quattro anni La Formica ha già versato al fondo € 10.000,00 tra donazioni libere dei lavoratori a cui si è aggiunta una somma messa dalla cooperativa.

Il Fondo per il Lavoro nasce da una grande idea di solidarietà per chi, e sono davvero tanti nel nostro territorio, sta vivendo questa difficile situazione di crisi economica. L’esigenza è quella di andare in aiuto a molte persone che hanno perso il posto di lavoro e che non riescono più a condurre una dignitosa vita familiare e personale. Un’iniziativa che non coinvolge solo la vita delle famiglie ma riguarda anche le aziende e il mercato di consumo. Dai dati messi a disposizione dalla Caritas riminese aggiornati al 14 dicembre scorso, emergono numeri davvero importanti. Sono 448.416,14 gli euro che fin ora sono stati donati da Caritas, Diocesi, Enti pubblici, Parrocchie, Azienda, Banche e Privati. Un impegno che ad oggi ha già dato i sui frutti se si pensa che le somme già erogate a vario titolo ammontano a € 308.249,51 che si devono sommare a quelle già impegnate per contratti stipulati a scadere, cioè € 112.904,41.

Importanti anche i risultati relativi ai lavoratori a cui è stata data una seconda possibilità. Sono 97 in tutto quelli che hanno trovato una forma di occupazione attraverso il Fondo, tra cui 20 che hanno ottenuto un contratto a tempo determinato, 27 con un contratto di 6 mesi, 35 con un contratto di oltre 6 mesi, ed altri per periodi inferiori. Diverse sono state anche le aziende convenzionate che hanno effettuato assunzioni che sono 56 in tutto. Attualmente  la somma disponibile per sostenere l'inserimento lavorativo di nuovi candidati si è fortemente abbassata: circa € 27.000,00. Troppo pochi per far fronte alle tante domande pervenute al Fondo attraverso le Caritas Parrocchiali e gli sportelli del patronato ACLI di Rimini, che ad oggi sono arrivate ad essere 610 in tutto. Ecco il motivo per cui è stato lanciato un nuovo appello a tutte le realtà economiche e sociali del riminese, affinché  vi sia una mobilitazione per fare affluire al Fondo per il lavoro nuove risorse  economiche. Un appello prontamente raccolto come si è detto dalla Cooperativa  sociale La Formica.

Al di là del consistente valore economico delle donazioni effettuate, è stato importante sensibilizzare i lavoratori sul tema della disoccupazione, chiedendo agli stessi di contribuire con la devoluzione volontaria di una percentuale del loro salario, a favore di chi il lavoro lo ha perso.

“Quello che ci piace di sottolineare - ribadisce Pietro Borghini -   è che in questa partita abbiamo sempre coinvolto i soci lavoratori che liberamente hanno aderito e si sono tassati la busta paga per dare qualcosa a chi è più bisognoso.  E’ una solidarietà che non è nuova fra i nostri lavoratori perché, oltre alle altre adesioni al fondo degli anni precedenti,  in occasione del terremoto abbiamo posto ai lavoratori una sottoscrizione e anche in quella occasioni hanno versato € 3500 alla Caritas Diocesana per il fondo del terremoto nell’Italia centrale. Per noi la solidarietà è importate, ma più importante è questo meccanismo di coinvolgere i lavoratori e soci nella solidarietà.

“Quest’anno per noi è un anno importante, - dice Mirca Renzetti - ci siamo interrogati a lungo su cosa fare per festeggiare i nostri 20 anni di cooperazione e alla fine ci siamo detti, cosa c’è di meglio che donare  15.000,00 € al Fondo per il Lavoro ! E’ una cifra importante anche perché viene proprio dai lavoratori stessi e dalla cooperativa che ha sempre raddoppiato, da quattro anni,  tutte le cifre che i ragazzi hanno devoluto.  Ogni anno in questo periodo natalizio i ragazzi si sono tassati, devolvendo una parte del proprio stipendio al fondo. Si tratta di un risultato perfettamente in linea con quella che è la nostra mission sociale. In realtà anche noi dobbiamo ringraziare il Fondo per il lavoro - fa notare la vicepresidente della cooperativa -  perché ci ha portato sei persone che sono passate in cooperativa ed hanno avuto un’opportunità lavorativa . Ad oggi è rimasto un ragazzo che ha un contratto a tempo indeterminato e che si è rivelato un ottima persona ed un ottimo lavoratore”.


Il Fondo per il lavoro

Il Fondo per il lavoro, promosso dalla Caritas Rimini e Diocesi di Rimini, è stato istituito nel 2014 con l'obiettivo di creare posti di lavoro, attraverso incentivi economici per l’avvio di nuove attività lavorative e/o mediante l'assunzione di persone disoccupate o inoccupate. Il suo motto - in linea con il richiamo costante di Papa Francesco a non far scomparire la parola "solidarietà", è un patto di solidarietà per la dignità di ogni persona. Il fondo sostiene due tipi di attività:

  • creare posti di lavoro: copertura parziale delle spese fiscali per aziende che assumono disoccupati da noi segnalati

  • incentivare economicamente l'avvio di nuove attività lavorative, attraverso indizione di bandi.

A tutela della trasparenza e a garanzia per tutti coloro che aderiranno al Fondo con una propria donazione, è stato costituito un Comitato di Garanti.