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Decreto impresa sociale, i problemi aperti

E così i tre decreti attuativi della riforma del terzo settore sono giunti in Consiglio dei Ministri; insieme al decreto sul servizio civile universale, già giunto ad approvazione definitiva, il decreto sul “Codice del Terzo settore”, il decreto in materia fiscale e il decreto sull’impresa sociale sono infatti stati approvati nel CdM del 12 maggio; dovranno ora essere sottoposti al parere delle Camere e delle Regioni per poi giungere intorno a fine giugno ad approvazione definitiva. Oggi iniziamo ad analizzare il decreto sull’impresa sociale, quello che ci riguarda più da vicino.

 

Alcuni aspetti rappresentano la mera attuazione della legge che prova ad affrontare alcuni dei nodi principali che hanno reso poco attrattiva la forma di impresa sociale per le società diverse dalle cooperative sociali (che nella gran parte dei casi, formalmente, fino ad oggi imprese sociali non lo erano, mentre con la riforma lo saranno di diritto).

In primo luogo l’essere impresa sociale sino ad oggi non ha portato alcuna premialità, mentre con il decreto (art. 18):

  • si istituisce di fatto un regime fiscale simile a quello delle cooperative in materia di tassazione degli avanzi di gestione (“Gli utili e gli avanzi di gestione delle imprese sociali non costituiscono reddito imponibile ai fini delle imposte dirette qualora vengano destinati ad apposita riserva indivisibile…”) e di possibilità di rivalutazione il capitale entro l’indice Istat;
  • sono introdotte detrazioni per persone fisiche e organizzazioni che investono nelle imprese sociali;
  • viene facilitata la raccolta di capitali estendendo la possibilità di avvalersi di portali telematici come oggi già previsto per le startup e le PMI innovative.

A questi benefici, previsti nel decreto, se ne potranno aggiungere altri (è di pochi giorni fa l’annuncio dello sblocco del fondo rotativo di 200 milioni per le imprese sociali) a testimonianza del fatto che il legislatore ha ben presente la necessità di sostenere l’impresa sociale.

In secondo luogo è affrontato il tema della possibilità delle imprese sociali di avere nel proprio organismo direttivo anche amministrazioni pubbliche e imprese a fini di lucro, rimarcando comunque che esse non possono, né singolarmente né congiuntamente, assumere il controllo dell’impresa sociale; è specificato inoltre che le pubbliche amministrazioni non possono essere imprese sociali (pur se è introdotto un comma piuttosto sibillino e di difficile comprensione sulle società partecipate).

Infine, ma non ultimo, il decreto raccoglie l’impostazione della Legge collocando con chiarezza le imprese sociali entro il perimetro del terzo settore: “Alle imprese sociali si applicano, in quanto compatibili con le disposizioni del presente decreto, le norme del codice del Terzo settore…”.

Su questi aspetti il giudizio è sicuramente positivo; altri punti suscitano invece notevoli perplessità.

I settori di attività di interesse generale

Il decreto definisce i settori di attività dell’impresa sociale. Lo fa, come la legge (malauguratamente) prescrive, identificando per l’impresa sociale un sottoinsieme di attività entro quello più generale previsto per le organizzazioni di terzo settore e destinato poi ad essere “ristretto” per ciascuna forma specifica (salvo un probabile refuso, il settore del micrcredito, presente per l’impresa sociale e non per il terzo settore)

Già rispetto all’insieme più ampio delle attività che possono essere svolte dal terzo settore nel suo complesso qualche annotazione andrebbe fatta; ad esempio dire che sono attività di interesse generale le “prestazioni sanitarie riconducibili ai Livelli Essenziali di Assistenza come definiti dalle disposizioni vigenti in materia” è forse pensato per escludere dall’area della meritorietà i ritocchini estetici di starlette in veloce decadimento, ma determina conseguenze non da poco: e chi offre cure odontoiatriche (non coperte da LEA) a persone indigenti che mai e poi mai potrebbero pagarsi il dentista? E chi cura volontariamente migranti irregolari non coperti dal sistema sanitario nazionale?

Ma in ogni caso, andiamo avanti. Vi è, secondo l’impianto della legge, un insieme di attività generale riferito al terzo settore, lasciando poi a disposizioni specifiche, come il decreto in questione, il compito di selezionare i settori per una specifica forma di terzo settore, come nello specifico l’impresa sociale.

E già qui qualche riflessione è doverosa. Chissà perché il legislatore, con le tante cose importanti che ha da fare, trova così indispensabile scervellarsi a dire “chi può fare cosa”; come se – nell’improbabile caso dicesse cose sensate - la realtà non ci mettesse pochi mesi a superarlo. Quale interesse pubblico si deve tutelare – una volta che si è affermato che una certa attività è di interesse generale – nel dire che l’impresa sociale (o il volontariato, o l’associazionismo, ecc.) non deve occuparsi di un determinato ambito?

E qui infatti nascono i problemi. Prendiamo ad esempio della beneficienza, che è tra le attività possibili per il terzo settore in generale, ma non è ricompresa tra le attività delle imprese sociali: perché un banco alimentare, che gestisce decine di automezzi, dispense refrigerate, magazzini non può farlo, se lo ritiene opportuno, in forma di impresa sociale? Perché un gruppo di giovani che ha ideato un app che intermedia i beni alimentari in scadenza della grande distribuzione con le necessità delle associazioni che accolgono indigenti e che si sostiene facendo raccolta pubblicitaria sul proprio portale non può essere impresa sociale?

O pensiamo all’accoglienza dei migranti e rifugiati; sulla base del decreto, le imprese sociali possono dare loro lavoro e alloggio a stranieri in iniziative di housing, ma non compare un punto sull’accoglienza e integrazione sociale a se stante. Ben si può comprendere che oggi più che mai si sviluppa nella mente del legislatore il seguente sillogismo: l’accoglienza dei migranti non deve essere un business; l’impresa è business; l’accoglienza dei migranti non deve essere impresa. Ma quindi, se un’organizzazione accoglie in più siti una trentina di rifugiati con un ricavo presumibilmente di circa 350 mila euro, come deve strutturarsi?

E ancora: l’impresa sociale non fa protezione civile; e quindi un soggetto che si doti di mezzi di soccorso, cucine da campo, ecc. e che quindi investe diverse centinaia di migliaia di euro, non può – se vuole – farlo sotto forma di impresa sociale? Perché?

Dulcis in fundo (nel senso che è l’ultima delle attività elencate per il terzo settore in generale): non è tra le attività possibili per le imprese sociali la gestione di beni confiscati alla criminalità organizzata. Insomma, un’azienda agricola su terreni confiscati, un recupero produttivo di uno stabilimento, ecc. possono essere realizzati da una qualche forma di terzo settore, ma non se assume la forma di impresa sociale.

In generale: perché il legislatore deve ritenersi depositario di un’intelligenza superiore per dire cosa ciascuno deve fare e non deve fare? A che pro?

Una volta definito che una certa attività, se svolta con il criterio del beneficio pubblico, è di interesse generale, ciascuno poi la perseguirà secondo la sua vocazione: chi attivando la disponibilità volontaria dei cittadini, chi in forma imprenditoriale, chi favorendo il mutuo sostegno tra persone che condividono uno stesso problema, chi raccogliendo fondi e suscitando donazioni. Perché lo Stato deve dire che una certa modalità è giusta e una no?

E, dando un’occhiata sotto questo aspetto all’altro Decreto approvato, quello sul Codice, perché le imprese sociali non possono fare attività continuativa di raccolta fondi (art. 7)? Una struttura sanitaria che cura senza fini di lucro un certo tipo di patologia e che (ragionevolmente) ha scelto di essere impresa sociale non può raccogliere fondi per la ricerca? Chissà perché…

Ma veniamo a noi cooperatori.

Negli ultimi due giorni il testo ha cancellato l’inciso che ampliava alla cooperazione sociale la possibilità di svolgere le attività delle imprese sociali. In altre parole, chi oggi nella cooperazione sociale fa semiclandestinamente housing sociale, turismo sociale, agricoltura sociale, sviluppo locale, ecc. o continua a contrabbandare queste attività grazie al fatto di farvi inserimento lavorativo, o deve cambiare forma giuridica. Le cooperative sociali fanno assistenza alle persone, altri fanno tutto il resto.

Se questo non cambiasse ci troveremmo di fronte ad una biforcazione storica: da una parte le cooperative sociali che abbandonano alcuni dei principali aspetti di dinamismo che hanno contraddistinto l’ultimo decennio, che si dedicano a gestire servizi socio assistenziali per anziani, disabili e minori; dall’altra il resto delle imprese sociali che possono spaziare su tutte le possibili attività.

Non è un problema di mercato, di avere una parte di fatturato più o meno grande. È che alcuni degli aspetti più interessanti e innovativi della cooperazione sociale si sono sviluppati in questi anni proprio dalla capacità di contaminare ambiti e settori diversi, così da innovare gli interventi sociali.

Il segnale che la legge dà è una battuta d’arresto, una possibilità non colta.

Certo le vie di fuga esistono: una cooperativa sociale che dà vita ad una impresa sociale con cui avvia le attività ad essa precluse; possibili futuri cambiamenti della 381/1991; cooperative di produzione e lavoro che diventano “sociali di fatto”. Ma l’interrogativo rimane: perché nel momento in cui tutto viene rivisto e ricombinato, in cui si dà forma al nuovo terzo settore, si inseguono possibili sviluppi futuri (imprese o associazioni che avviano attività di imprenditorialità sociale) e si deprimono i soggetti che queste attività, magari sul filo della legalità, le stavano facendo da 10 anni?

 

L’inserimento lavorativo

Veniamo ora al tema dell’inserimento lavorativo.

Anche in questo caso si assiste ad una tripartizione tra le organizzazioni di terzo settore in generale, le imprese sociali diverse dalle cooperative sociali e le imprese sociali in forma di cooperativa sociale.

Partiamo dal terzo settore in generale, comprendendo in prima istanza in questa definizione le imprese sociali diverse dalle cooperative sociali; queste organizzazioni hanno tra le proprie attività possibili quella di offrire “servizi finalizzati all’inserimento o al reinserimento nel mercato del lavoro” di determinate categorie, che la legge specifica.

Prima di riflettere sulle categorie, fermiamoci un attimo sulla definizione del tipo di attività: sembra far riferimento non all’inserimento lavorativo, ma a servizi quali l’incontro domanda e offerta di lavoro, l’analisi e il rafforzamento delle competenze, la gestione di tirocini, ecc.

E su questo vale quanto affermato in precedenza: lo possono fare le imprese sociali non cooperative, lo potranno forse fare altre forme di terzo settore, ma le cooperative sociali (che pure già lo fanno) no.

Ma veniamo all’inserimento lavorativo in senso stretto, quello che consiste nell’assumere a libro paga persone svantaggiate. Le imprese sociali (non le altre organizzazioni di terzo settore) possono essere tali, indipendentemente dall’attività svolta, assumendo lavoratori di certe categorie in misura almeno pari al 30%.

Le categorie, come si può vedere dalla tabella sottostante, sono molto ampie e comprendono presumibilmente una parte considerevole degli oltre tre milioni di disoccupati italiani, comprendendo tutti i disoccupati da oltre 24 mesi e in molti casi anche i disoccupati da oltre 12 mesi.

Nulla cambia invece per le cooperative sociali.

 

Si configura così la seguente situazione:

 

Offre servizi finalizzati all’occupabilità di fasce deboli

Inserisce al proprio interno lavoratori svantaggiati (a prescindere dal tipo di attività in cui ciò avviene)

Fiscalizzazione degli oneri sociali per le persone svantaggiate assunte

Terzo settore in generale

No

-

Imprese sociali diverse dalle cooperative sociali

Sì, il 30% (categorie estese)

No

Cooperative sociali

No

Sì, il 30% (categorie ristrette)

 

A fronte di questo quadro si possono fare alcune osservazioni.

La prima è che le maglie per l’impresa sociale sono a questo proposito molto larghe. Il fatto di svolgere un’attività qualsiasi e di avere tra i propri lavoratori, ad esempio, un terzo di giovani disoccupati da almeno un anno non è nel paese dei due milioni di neet un fatto particolarmente originale. Vero è che l’inserimento in imprese sociali si verifica in assenza di favor specifici relativi all’inserimento, diversi quindi da quelli richiamati in apertura per tutte le imprese sociali in termini di detassazione degli utili.

Quale può essere l’esito di questa situazione?

Ragionevolmente avremo da una parte imprese sociali – oltre ad offrire servizi per l’occupabilità – che assumono “poco svantaggiati” (non hanno incentivi che rendano possibile assumere chi ha uno svantaggio maggiore), dall’altra le cooperative sociali che continuano a dedicarsi – e forse a questo punto trovano un proprio terreno esclusivo - agli svantaggiati più svantaggiati. A prima vista potrebbe anche essere ragionevole.

Peccato che la revisione delle categorie 381/1991 sia uno dei temi che la cooperazione sociale pone da un decennio, risalendo l’elenco oggi esistente a più di 25 anni fa.

Da un certo punti di vista si potrebbe pensare che – poco male – in fondo per aggiornare le categorie della 381/1991 basta un decreto, che si procederà a tempo debito.

Ma – al di là del fatto che tutto ciò attende da anni e che il momento della riforma potrebbe essere quello buono per ripensare in generale anche a questi temi, emerge, dalla lettura complessiva qui proposta, una considerazione più generale.

 

La cooperazione sociale attraversa la riforma senza raccogliere gli stimoli che gli ultimi dieci – quindici anni di lavoro sul campo hanno ripetutamente offerto. Stimoli che, non alternativi ma complementari e integrati alla mission originaria, hanno descritto le traiettorie di sviluppo più innovative della cooperazione sociale italiana. Housing sociale, rigenerazione di beni urbani degradati, sviluppo locale, agricoltura sociale, turismo sociale e così via sono solo alcuni dei nomi che descrivono i fermenti che hanno animato la cooperazione sociale in questi anni; così come il pensare al lavoro non solo come inserimento lavorativo ma anche come servizi per l’impiego e porsi in ascolto delle nuove evoluzioni sociali in termini di svantaggio.

Se i decreti passassero così, nulla di tutto questo sarebbe recepito.

Avremo da una parte una cooperazione sociale rintanata nel suo “perimetro 1991”, dall’altra, in imprese sociali e in altre forme di terzo settore, tutti i fermenti di innovazione.

Non sarebbe una buona cosa.

 

 

25 anni fa, la legge 381

Tanti sono i segni positivi e gli esempi di buone prassi di realtà sociali sane che, mettendosi in gioco come imprese vere e proprie, che operano sul territorio nazionale nei diversi ambiti sociali, sanitari educativi ecc. Tutto ciò è stato possibile grazie proprio ad una norma, varata nel 1991, che ha promosso la nascita di un tipo particolare d'impresa sociale: la cooperativa sociale. Il 2016 è stato un anno fondamentale per questo tipo d'imprese perché ha visto il 25° anniversario di questa importante legge che, pur avendo diverse sfumature da aggiornare e rivedere, rimane comunque una pietra miliare della nascita del terzo settore in Italia. Una norma che ancora oggi è un esempio in molti paesi europei. Nata nel 91, dopo un lungo percorso di gestazione che ha visto Confcooperative, Legacoop ed altri soggetti autorevoli in campo sociale collaborare insieme al Governo per la sua stesura, la legge 381 definisce la nascita della cooperazione sociale in Italia, per come la conosciamo oggi, mettendo subito in chiaro che le cooperative sociali hanno lo scopo di perseguire l'interesse generale della comunità alla promozione umana e all'integrazione sociale. Ed è stato grazie a questa norma che tante realtà sociali sul territorio sono diventate un partner operativo importante per il pubblico che da solo, già all'inizio degli anni novanta e ancor più ora, non è in grado di rispondere a tutti i bisogni che provengono dalle comunità dove le esigenze cambiano di volta in volta e con la stessa frequenza variano tipologie ed entità dei gruppi in difficoltà. Gli stessi gruppi a cui le cooperative sociali danno delle risposte concrete sia tramite l'assistenza socio-educativa che tramite gli inserimenti lavorativi.

L'ambito degli inserimenti lavorativi, infatti, ha diversi approcci metodologici ma ciò che la L.381 è riuscita a realizzare in questi 25 anni, si traduce pienamente nel concetto di 'produzione' che, associato al lavoro delle persone svantaggiate, assume la connotazione della piena inclusione sociale. Fino a quel momento "l'aiuto" che veniva dato a chi operava nel sociale non era finalizzato alla creazione di una vera e propria professionalità. Questo è stato il vero e proprio cambio di paradigma che ha aperto materialmente la strada alla realizzazione lavorativa di tante persone, che pur avendo dei limiti, danno un contributo significativo, e decisivo nello stesso tempo, in tanti settori lavorativi. Grazie alla 381 le cooperative sociali hanno delineato una caratteristica particolare, che le distingue da tutte le altre imprese perché nascono direttamente dalle esigenze di lavoro. E' ormai noto a tutti che le cooperative rispondono a questo bisogno, di lavoro appunto, mettendo in centro la persona. Ecco perché spesso, hanno ambiti lavorativi con servizi e attività eterogenei tra loro. Tutto ciò ha reso difficile il processo di specializzazione su un singolo settore, ma nonostante tutto non ha impedito che le cooperative crescessero. In questi anni infatti le cooperative hanno dimostrato di essere competitive, si sono professionalizzate sempre di più con certificazioni di vario tipo e sono riuscite a stare sul mercato, anche meglio di alcune aziende profit, rispettando la loro dualità sociale e imprenditoriale. A 25 anni dalla sua nascita, dopo aver creato un sistema di relazioni determinanti a dare una risposta sociale concreta sul territorio, la legge 381 è oggetto di discussione e necessita di un aggiornamento. Sono al vaglio nuovi criteri per definire ad esempio un nuovo codice degli appalti che tenga conto anche degli interessi delle fasce sociali più deboli, un sistema di co-progettazione dei servizi dove il pubblico insieme al privato possa fare rete al fine di erogare progetti innovativi per il territorio, andando in deroga a finalità solo economiche, dove il criterio del miglior servizio al miglior prezzo, non sia l'unico criterio di selezione dei bandi pubblici ma che si tenga conto anche dei contenuti di promozione umana. E' uno scenario che si trasforma e che pone le cooperative sociali davanti a nuove sfide. Scommesse aperte per le quali è necessario allargare l'ingresso ai giovani per far entrare forze nuove e persone che possono leggere meglio i bisogni della società attuale. Concentrarsi ad esempio su nuove categorie di svantaggio perché, da quando la legge è stata varata, sono nati nuovi bisogni. Oltre alle solite fasce deboli infatti, legate ad esempio alla detenzione, alla disabilità psico-fisica, alle dipendenze, ecc., oggi ci sono anche altri tipi di esigenze sociali, spesso anche solo temporanee, come ad esempio le persone in età avanzata che perdono il lavoro, le mamme sole, i padri separati, gli immigrati e tanti altri tipi di famiglie, dove si sono consumati gli effetti della frantumazione, devastanti sulla vita delle persone, che inevitabilmente portano nuovi bisogni anche se non certificabili. Ciò che in questi anni ha prodotto la 381 ha un valore inestimabile. Costruire i servizi partendo dalla persona e non dall'azienda, ha determinato il vero punto di forza di queste realtà sociali perché in maniera tempestiva si riescono a creare sempre nuove risposte a nuovi bisogni, commisurando l'erogazione di un servizio e l'intervento sociale. Il mondo della cooperazione, proprio per questa sua caratteristica peculiare è in grado di adattarsi e ridisegnarsi in base alle esigenze. Questo fa parte del suo DNA ed è una delle caratteristiche più importanti che determina la sua sopravvivenza nelle situazioni più estreme e lo distingue dal mondo profit. Anche se non ci sono ancora studi ufficiali, già da qualche anno si parla di misurare l'impatto sociale sui territori dove operano le cooperative sociali e confrontarlo con i territori dove queste non operano o non hanno mai operato, per vedere quale benessere sociale sia stato prodotto. E' un aspetto decisivo di questa fase evolutiva della legge 381, su cui sarebbe importante concentrarsi di più per favorire decreti attuativi che prendano in considerazione studi su questo tipo di misurazioni, al fine di rinsaldare un nuovo patto fra pubblico e privato. Questo è il tema su cui bisogna continuare a lavorare. Questo è quello che la 381 deve continuare a fare: accompagnare le persone, tramite il lavoro e i servizi sociali ad hoc, ad uscire dalla marginalità e a creare un proprio percorso di vita autonoma e soddisfacente per recuperare la dignità personale che si riflette sicuramente in una crescita del benessere di tutta la comunità. Un obiettivo ambizioso per il quale l'azione della legge 381 deve iniziare ad agire molto prima, e cioè anche dal punto di vista educativo, nelle scuole, nelle classi di alunni dove i ragazzi disabili e "diversi" spesso sono visti come un ostacolo all'apprendimento degli altri e non un valore per la crescita personale. In una società che esaspera sempre più nel lavoro l'efficienza personale e la produzione, la legge 381, con i suoi 25 anni, si conferma ancora come avamposto dell'inclusione sociale.

Retropensieri

Quando alcuni anni fa l’allora ministro Tremonti intraprese la campagna contro i falsi invalidi, le associazioni che rappresentavano questi ultimi - e non solo loro! - giustamente insorsero. Non perché si volesse negare che falsi invalidi da qualche parte ve ne fossero, né perché, in tal caso, essi andassero comunque difesi o giustificati per un non meglio identificato corporativismo di categoria; ma perché il fatto che un Ministro puntasse il dito contro i falsi invalidi – ben assecondato da media famelici alla ricerca di un cieco alla guida o di un paraplegico surfista – significava implicitamente dare un chiaro messaggio di rilevanza di tale fenomeno rispetto ad altri relativi al tema della disabilità. In sostanza: se si fa dei falsi invalidi un tema del dibattito politico o mediatico, si afferma implicitamente che sono loro – e non le scelte politiche di chi governa – che determinano l’insufficienza di risorse per gli invalidi veri. E su queste basi per alcuni anni lo scandalo rispetto al quale si volevano mobilitare le coscienze non era più l’invalido lasciato privo di assistenza da un welfare inadeguato, ma l’invalido falso; e il primo era vittima del secondo, non di scelte politiche che negli stessi anni determinavano un sensibile arretramento del nostro già malandato sistema di protezione sociale. Giustamente, in quel frangente, molti non mancarono di reagire alla strabicità culturale di questa campagna.

Quando tutto ciò mi è rivenuto in mente? Qualche giorno fa, per due piccoli fatti più o meno contemporanei.

Il primo è un articolo pubblicato alcuni giorni fa da Vita - e subito ripreso da altri media - e titolato “I nostri figli autistici, come maiali all'ingrasso per il business del welfare” (e nel testo, a spiegazione: “i nostri figli c’è chi li guarda come le rappresentazioni delle mucche e dei maiali dal macellaio, il filetto, il controfiletto… questo qui basta rimpinzarlo per bene e fra un tot di anni, pezzo per pezzo, diventa il nostro business. Non sto esagerando.”).

Il secondo sono i tributi alla carriera a Milena Gabanelli, giornalista probabilmente con molti meriti, ma che rispetto ai temi del welfare (ne parlammo qui) non è stata diversa da molto giornalismo d’inchiesta il cui scoop scandalizzato è spesso riassumibile nel fatto che chi realizza servizi incredibilmente e scandalosamente viene pagato per farlo e che – ulteriore ignominia – è un “privato”.

E il buon cooperatore di fronte a questo si sente a disagio. Magari lavora da vent’anni mettendoci cuore, tempo e passione senza confini, guadagna 1400 euro al mese da contratto – tutti i mesi se ha la fortuna di vivere in Regioni dove gli enti pubblici non pagano con due anni di ritardo - e gira con un’utilitaria e per primo prova rabbia se qualcuno lucra sui bisogni dei più deboli. E a maggior ragione teme che controbattere a chi lo ritiene un profittatore lo esponga all’apparire complice delle peggiori cose. Dice “sì, ma noi siamo diversi, non fate di tutta l’erba un fascio”, ma poco più.

Ma altro da dire ce ne sarebbe, eccome.

Rappresentare la cooperazione e il terzo settore con questo filtro ha una precisa valenza culturale. Che va identificata e riconosciuta. Pensieri schematici e irritanti, che procedono per semplificazioni non casuali.

Gli angeli del fango da una parte, il business degli immigrati dall’altra. Ma anche l’iniziativa sfiziosetta e innovativa e attrattiva per un articolo da una parte e il noioso servizio per anziani o disabili dall’altra. Santi e profittatori, nuovi e vecchi, puri e marci. Magari contrapposti nella strategia comunicativa, tanto per par condicio, per far vedere che non si è prevenuti – un bel servizio sui cattivi, con particina finale per un buono, così rendendo il discorso ancora più subdolo. Il campionario dei pensieri sotterranei sarebbe lungo e ciascuno dei luoghi comuni richiederebbe un discorso a sé. Alcuni esempi?

  • Se sei pagato per un servizio di welfare sei un profittatore delle disgrazie altrui. Insomma, un po’ come dare contro ad un medico o un’infermiera del Pronto Soccorso dicendogli allusivo “voi che guadagnate dei soldi sul fatto che la povera gente sta male”;

  • Se una cosa non la fa l’ente pubblico ma un’organizzazione di terzo settore è perché ci guadagna qualcosa e sono tutti appattati per succhiare soldi pubblici (si tratta di una riserva indiana per dare spazio di espressione ad uno statalismo che sarebbe stato vecchio trent’anni fa, ma che così si rifà una rispettabilità);

  • Forse ci sarà anche qualcuno non marcio, un angelo del fango cui disegnare un’aureola, ma i buoni non sono buoni come sembrano, anzi sono peggio dei cattivi perché vogliono sembrare buoni e noi li abbiamo scoperti; e quindi tanto vale…

In conclusione: ci mancherebbe altro, ciascuno è libero di esprimersi come vuole. Ma una riflessione sui presupposti che stanno dietro a determinate posizioni va fatta e va riconosciuta. “Ieri un immigrato di origine africana ha scippato una vecchietta” può essere una frase che descrive un fatto oggettivo e non essere viziata da alcuna falsità, ma la scelta di comunicare in un quel modo il fatto in questione evidenzia presupposti e retroterra culturali ben determinati. E chi fa informazione in questo modo è responsabile di diffonderli e rilanciarli.

E, per ritornare a quanto si diceva al terzo settore, gli esiti a cui approdano determinati attacchi sono ben noti. Non investiamo nel sociale, tanto è tutto uno spreco, un magna magna. Non investiamo nel sociale, tanto quelli veri lo fanno a gratis (o con un doppio carpiato: traggono risorse dal mercato, con buona pace di chi non può pagare, o dai donatori, come nell'ottocento). Non investiamo nel sociale, è vecchio, assistenziale, ci sarebbero cose molto più nuove da fare (anche se sfortunatamente non si sa quali). Non investiamo nel sociale, la solidarietà non esiste, ognuno per sé. Non investiamo nel sociale, diamo un po' di soldi alle famiglie che così sono contente e poi ci pensano loro.

La soluzione non è certo quella di istituire un nuovo politically correct, fatto di omissioni e perifrasi; ma di pensare in modo non tendenzioso e di scrivere in buona fede. Il resto viene da sé.

P.S. Molto spesso nelle cooperative non esistono angeli e profittatori, esistono persone che scommettono in prima persona anni o decenni della propria esistenza sul fatto che un cambiamento sociale sia possibile, che sia giusto che una società si prenda cura di tutti i suoi membri, anche di quelli più deboli. Che nel fare questo possono commettere errori, talvolta mancare di visione, ma che sono stati comunque i protagonisti di trent’anni di progresso della società italiana; che talvolta stramaledicono le fatiche del proprio lavoro, ma che lo fanno con impegno e dedizione, fin che possono e fino a che riescono. E che comunque in tutta questa complicata vicenda hanno scelto di provarci e di non stare a guardare.

In ricordo di Nadia

La notizia della morte di Nadia Pulvirenti, 25 anni, operatrice di una cooperativa sociale di Iseo da una delle persone assistite, genera in tutti noi sconcerto e profondo dolore. Ancor più per la giovane età, per le foto che ne svelano l’entusiasmo e la voglia di vivere e che contrastano con la sua fine tragica.

“La scelsi per l’entusiasmo. Perché condivideva il progetto di accompagnare le persone con disagio psichico all’autonomia. Per il modo in cui si era presentata, così, senza appuntamento, portando a mano le sue credenziali. Riconobbi subito in lei quello che fa la differenza nei lavori come il nostro: passione e dedizione”. In queste parole del suo responsabile ogni cooperatore riconosce qualcosa di familiare, spesso un tratto di sé e della propria identità.

La ricordiamo prendendo a prestito alcune delle parole che si trovano nella pagina facebook di Cascina Clarabella, aggiungendo solo una riflessione. 

Il dolore può facilmente evolvere nella recriminazione, nella rabbia. Ciascuno ci mette la sua: perché l’hanno lasciata sola con un individuo pericoloso, lo Stato che paga poco, l’extracomunitario assassino, i pazzi da rinchiudere. Certamente nei vari commenti in rete si è letto anche questo. Ma molto, molto di più si è letta una reazione commossa e composta, di persone che sicuramente non mancheranno di farsi interrogare dall’episodio – in modo autentico, nel proprio lavoro quotidiano, non postando un commento da qualche parte – ma che riescono a trovare in quanto accaduto una spinta nel proseguire il proprio lavoro con impegno e dedizione, che pensano che il modo migliore per onorare questa giovane collega sia dare seguito ai valori e all’impegno che l’hanno animata; e sono questi i commenti che ci piace rilanciare, perchè i cooperatori sociali sono anche e soprattutto questo.


Commenti sulla pagina facebook di Cascina Clarabella

“Solo uniti e sempre fiduciosi nel vostro fare quotidiano saprete proseguire, continuate a crederci, abbiamo bisogno di voi. Forza Clarabella!!!”

"Grazie per tutto quello che hai fatto Nadia chi crede e lavora per gli esseri umani come hai fatto tu ogni giorno fa un regalo speciale a tutto il mondo."

"Ora, lascia che sia Qualcun'altro a prendersi cura di te, come tu hai fatto con i tuoi amati pazienti."

"Tutto il mio sostegno ai famigliari di Nadia e al suo compagno, a Cascina Clarabella a tutto il suo staff che ammiro e stimo profondamente"

"Non potrò mai dimenticare i suoi occhi e il suo sorriso coinvolgente oltre ad un'innata sensibilità nell'entrare in punta di piedi nelle storie di vita difficili"

"Era bello incrociarti perché con il tuo sorriso illuminavi anche le cose buie. Splendida Nadia"

"Eroi caduti per questa umanità malata."

"Vicinanza e solidarietà per il tragico evento e l'esortazione a continuare questo difficile straordinario lavoro!"

"La morte di Nadia è difficile da accettare. Ma la sua incondizionata dedizione al mestiere che aveva scelto fa di Lei una persona speciale "

"In questo tristissimo momento nel quale anche le spalle più forti si piegano e ci si sente magari con un pugno di mosche tra le mani voglio farvi sentire la nostra vicinanza pregando perché la vs cara collega Nadia vi dia la forza di non mollare e continuare nella vostra iniziativa tanto ammirevole e condivisibile. Siete grandi. Ogni cosa che accade anche se tragica come questa lascia una piccola traccia che deve essere approfondita e coltivata affinché possa generare nuova vita e linfa vitale. voi avete un grande esempio e fortuna nell'aver conosciuto e stimato la vs cara collaboratrice. seguite con forza il suo esempio sempre nella sua memoria"

"Nadia, che nel poco tempo in cui ti ho conosciuto sei riuscita a trasmettermi tutto il tuo entusiasmo."

"Il suo entusiasmo e la sua passione saranno da esempio per chi come me crede nell'inclusione sociale e continuerà a crederci."

"Per chi come me lavora nel sociale e ci crede tanto la morte di Nadia mi lascia tanto dolore ma anche lo spazio per riflettere e continuare a credere in quello che facciamo."

"Che delusione ma forza che la strada è quella giusta. Non scoraggiatevi!"

Giustizia sociale, disuguaglianza, equità

Aveva iniziato Luca Fazzi, alcuni anni fa, a chiedersi nelle sue ricerche in che misura l'agire delle imprese sociali fosse orientato a obiettivi di "giustizia sociale"; termine un un po' retrò, vagamente tinto di rosso o forse un po' cattocomunista (in fondo "giustizia" è al centro di due beatitudini su nove nel discorso della montagna, una bella percentuale). Desueto, di quei termini che richiamarli da anche un po' fastidio, li leggi e dici "si, ma questo è scontato, non parliamone nemmeno". E a forza di non parlarne ci si è accorti che l'orientamento alla giustizia sociale è presente, ma non certo universale per le cooperative sociali.

Ha continuato Beppe Guerini, l'anno scorso, nel trentennale di Federsolidarietà ad Assiti, dedicando il pensiero centrale della propria relazione al tema della disuguaglianza e di come è necessario che le nostre imprese operino per ridurla. E visto che di anni ne erano passati ancora un po', magari qualcuno più introspettivo degli altri si è chiesto, in fin dei conti, cosa fanno e cosa possono effettivamente fare le nostre imprese sociali per perseguire uguaglianza e giustizia e se questi termini significhino ancora qualcosa o siano annegati in un professionalismo che lascia poco spazio a questi romanticismi.

Fa quindi particolarmente piacere vedere che IRIS Network dedica il Workshop di Riva del Garda del 15-16 settembre a temi non distanti da questi: "Equità e sostenibilità in uno scenario diseguale", questo il titolo del workshop. E nel manifesto di lancio dell'evento si legge che, a partire dai " fattori strutturali di disuguaglianza che caratterizzano le società post-crisi" si ragionerà su come le imprese sociali siano in grado di " declinare in modo nuovo quei principi di equità e sostenibilità alla base del loro modello economico, contribuendo a rendere esigibili i diritti sociali in uno scenario ben diverso da quello delle origini".

Se vogliamo interrogarci in modo serio su questi temi, scopriamo che si tratta di questioni per nulla banali.

In cosa consiste un'azione imprenditoriale che allarga l'esigibilità dei diritti?

Escludiamo una risposta troppo semplicistica: che ciò si sostanzi semplicemente nell'operare in una catena di azioni che mira appunto all'equità. Esemplificando: se un Comune paga un servizio di gestione di un dormitorio e una cooperativa lo gestisce, partecipa all'estensione di un diritto fondamentale (avere un letto su cui dormire) a persone che altrimenti ne sarebbero escluse (gli homeless); ma dedurre solo da ciò che la cooperativa che gestisce sia parte attiva di un'azione volta a diffondere equità sarebbe probabilmente incauto. In fondo l'azione redistributiva è dell'ente pubblico che destina risorse tratte dalla fiscalità per assicurare una prestazione, la cooperativa, nel caso più semplice, si limita a svolgere il lavoro per cui è pagata.

Ma di qui si potrebbe andare avanti: poniamo che una cooperativa non si limiti a svolgere questo lavoro, ma sia in grado di aggiungere risorse proprie: volontari, lavoratori che fanno ore in più o che assicurano un effort non ordinario, ecc. In questo caso si inizia a vedere un ruolo attivo nel partecipare alla costruzione di giustizia sociale; ma, va notato, entro un progetto di allargamento dei diritti concepito e pensato da altri.

Diverso ancora è il caso di una cooperativa che impegni il proprio patrimonio (che, ricordiamolo, è null'altro di quanto i soci hanno rinunciato ad intascarsi nel corso degli anni) per realizzare un'azione volta a costruire maggiore equità in conseguenza ad una propria lettura dei bisogni sociali insoddisfatti; poniamo ad esempio che apra un ambulatorio dedicato a stranieri che non possono godere delle cure del servizio sanitario nazionale.

Ma ancora, chiediamoci: in che misura le azioni tese alla giustizia e all'equità messe in atto da un'impresa sociale si caratterizzano per essere meri trasferimenti di valore da un settore in utile verso uno non sostenibile e in che modo comprendono invece un approccio imprenditoriale e quindi rispondono ad un bisogno insoddisfatto, ampliano i diritti verso persone che non li vedono rispettati attraverso azioni che mirano alla sostenibilità di impresa? E, in questo secondo caso, da dove traggono il valore che rende ciò possibile.

Anche qui dobbiamo essere consapevoli che si annida il rischio di risposte semplicistiche, ancorché abbastanza di moda: che basti vendere un servizio ai privati - senza contare cioè sulle risorse pubbliche - per avere realizzato un'azione socialmente meritoria. Di per sé vendere un servizio sociale a cittadini paganti nulla dice sulla presenza di un'azione di giustizia sociale (chi vende posti in un nido di infanzia non costruisce più giustizia rispetto a chi vende tosaerba), tanto più se ciò avviene in modalità simili a quelle di operatori privati. Né si può parlare di giustizia sociale e di contrasto alla disuguaglianza come sinonimo di offerte low cost, a meno di dire che Lidl persegue maggiormente la giustizia sociale rispetto a Carrefour; semplicemente indirizzano un'offerta a segmenti di domanda diversi.

 

Quale sia la risposta corretta non è facile dirlo, ma da questi brevi esempi è chiaro che il tema non è affatto scontato né immediato, quando si voglia passare da affermazioni generiche e di facciata ad un esame più serio e rigoroso.

Diventa necessario interrogarsi su dove sia prodotta la parte di valore addizionale che rende possibile allargare i diritti, perché questo valore addizionale non esistesse probabilmente la giustizia sociale la costruirebbe qualsiasi operatore di mercato. Chi sono i soggetti che "mettono sul piatto" queste risorse? Volontari? Lavoratori? Cittadini? Finanziatori?

E, seconda domanda, in che misura questi soggetti sono consapevoli e partecipi del "progetto di giustizia" che stanno costruendo? Tema per nulla banale, perché discerne ad esempio l'azione motivata di un socio lavoratore partecipe dal valore conferito - obtorto collo - da un lavoratore che si sente sfruttato da un manipolo di fanatici che lo obbligano a fare cose impossibili per strani progetti a lui oscuri.

La riflessione, ne siamo consapevoli, è solo all'inizio, ma - è questo è la cosa positiva - forse è di nuovo all'inizio; forse si stanno ricreando le condizioni per cui essa sia attuale e presente nelle priorità di pensiero delle imprese sociali, riconquistando un posto in prima fila dopo anni in cui si limitava a fungere da orpello buono per relazioni e documenti ufficiali, ma di fatto estraneo alla definizione delle strategie di impresa.

 

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