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È facile immaginare che di fronte a notizie di questo genere nei tempi che corrono il commento più frequente sarà “le solite cooperative!” seguito da una serie di considerazioni non proprio lusinghiere per il nostro mondo. Che, nel caso specifico, non ho idea se siano meritate o meno (e va comunque segnalato che le imprese interessate, da parte loro, respingono ogni accusa e annunciano ricorsi).

Ma altre cose le so bene, ed è probabile che la gran parte di coloro che leggono una notizia sulla “cooperazione nelle scuole” non le sappia o non le ricordi. E invece questa vicenda – forse destinata ad un finale inglorioso, ha una storia lunga più di vent’anni e in certi momenti in cui ha rappresentato uno dei punti più alti delle politiche di integrazione sociale nel nostro Paese; e avrebbe molto da dire anche su dibattiti oggi all’ordine del giorno, se solo vi fosse qualcuno in grado di ascoltare.

Andiamo allora a vent’anni fa, quando in diverse parti d’Italia nasce l’esperienza di cooperative sociali (oltre che di cooperative di produzione lavoro come quelle cui la notizia si riferisce) impegnate nei servizi scolastici. Siamo nella prima parte degli anni novanta, nel primo periodo quindi dopo la 381/1991, vi è un interesse crescente delle amministrazioni locali per lo strumento delle convenzioni ex articolo 5, quelle che “risolvono due problemi in uno”: offrono un servizio e affrontano il problema dell’occupazione delle fasce deboli. E così c’è qualcuno che pensa ad utilizzare questo strumento per i servizi di pulizia e servizio ai piani (i bidelli, insomma) nelle scuole, allora a gestione comunale.

È un momento in cui ho veramente ammirato alcuni amministratori locali. Ve li immaginate – ho presente nella mia città, Torino - due assessori ad andare nelle assemblee infuocate a sostenere la bontà di questa operazione tra sindacalisti che estraevano il sempre pronto repertorio d’ordinanza contro privatizzazione, precarizzazione, e altre “zioni” simili e genitori inferociti contro chi voleva mettere i figli con “quei drogati” (cioè noi cooperatori sociali)? Ma vi immaginate, con quel che è il livello medio del politico odierno, sensibilissimo ai ragli d’ogni tipo che sappiano far leva sulle paure profonde della gente verso stranieri, poveri, zingari o ogni altro reietto, gli assessori che andavano di fronte a centinaia di persone a dire che invece no, le cooperative sociali erano la scelta giusta, portavano qualità nelle scuole e lavoro – e non assistenza – per i cittadini più fragili?

Eppure una generazione di amministratori lo fece. E partì un’esperienza che, sul livello nazionale, generò migliaia di opportunità occupazionali. Portò qualità dei servizi nelle scuole – che poco dopo generalmente iniziarono a fare a gara per avere anche loro le cooperative sociali -  e lavoro e riscatto sociale per tante persone svantaggiate. Fu una delle grandi operazioni di civiltà del nostro Paese, un salto di qualità delle politiche d’integrazione su larga scala, una killer application che d’un tratto fece sembrare (allora) cosa superata gli strumenti di inserimento anni ottanta.

È il momento in cui tanti enti approvano regolamenti quadro in cui si decide di destinare una quota di commesse ad affidamenti finalizzati all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, tema oggi talvolta impropriamente evocato in commistione con pratiche di malaffare, ma che ha rappresentato una consapevolezza profondamente innovativa, che l’Unione Europea avrebbe fatto definitivamente propria solo in tempi recentissimi: il public procurement, oltre a dotare l’amministrazione e i cittadini di beni e servizi, è uno strumento potente di cambiamento sociale, può spingere le imprese a conformarsi a stili produttivi inclusivi e può contrastare in modo non assistenziale l’esclusione dal mercato del lavoro.

Ritornando a vicende locali: quando venne approvata la 52/1996, che limitava le convenzioni al sotto soglia, nella mia città la vicenda scuole fu uno dei motori decisivi per l’approvazione nel 1998 di un regolamento (di seguito modificato; oggi nell’ultima versione è il 307/2005 della Città di Torino) che rappresenta uno dei primi esempi di lucido inserimento delle clausole sociali in una quota significativa di affidamenti cittadini, sulla base del principio che il mercato andava sfidato a farsi carico dei problemi del territorio. Non “appalti per le cooperative sociali”, ma una città che cambia le caratteristiche del mercato, facendolo diventare inclusivo. Per dire di altri amministratori capaci di guardare in avanti, dove la legge sarebbe arrivata solo 20 anni dopo (forse) e la pratica ancora oggi latita. Ma il fatto era semplice: l’esperienza funzionava, era utile, la politica era lungimirante e le procedure dovevano servire ad assicurare il bene dei cittadini.

Poi qualcosa cambia. Sarebbe troppo lungo e non così utile ripercorrere tutti i passaggi successivi: il passaggio di competenze che toglie ai comuni la gestione delle scuole, i pesanti tagli del ministro Gelmini, gli espedienti che per alcuni anni salvano l’esperienza o pezzi (sempre più piccoli) di essa.

Ma qui si vuol parlare d’altro, e in particolare dell’orientamento, presente in molte politiche di spending review di questi anni, che vede nell’accentramento degli acquisti una strategia utile per razionalizzare e risparmiare; e così tre anni fa di decide di incaricare una centrale di acquisto (Consip) di bandire i servizi scolastici su lotti macroregionali di grandi dimensioni. Anche gli affidamenti a suo tempo dati alle cooperative sociali vengono risucchiati in questa logica: in alcuni casi le cooperative sociali trovano un ruolo – direttamente o attraverso aggregazioni locali - come sub contractor dei soggetti nazionali che oggi sono al centro delle attenzioni richiamate in apertura; in altri spariscono.

Quello che sicuramente scompare dagli affidamenti è una qualsiasi clausola tesa a promuovere o tutelare l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, facendo fare alle politiche di integrazione un passo indietro di vent’anni. Ma non si tratta solo di questo.

Perché si sceglie di utilizzare una centrale di acquisto su macroregioni? I presupposti che hanno portato a tutto ciò non sono così chiari. La si capisce, la logica delle centrali di acquisto, quando si tratta di comprare beni (acquistare 5000 pezzi ha un costo unitario minore che comprarne 100 e sottostante vi è il fatto che i costi di produzione unitaria di un bene sono calanti con la quantità), è invece assai meno chiara rispetto all’acquisto di servizi, in particolare di servizi con forte componente di personale: sino a certi limiti costerà un po’ meno il coordinamento o con dimensioni maggiori ci si potrà dotare di macchine più efficienti – forse – ma l’ora lavoro costa uguale. E comunque i limiti dimensionali per questo tipo di efficienze erano già ampiamente conseguiti. Se la convenienza economica diventa quindi incerta e oltre a certi limiti abbastanza indipendente dalle dimensioni (e di fatto così accade: non si ha il quadro completo a livello nazionale, ma nei casi noti i costi unitari della gara Consip sono superiori a quelli precedentemente praticati dalle cooperative), le controindicazioni sono invece note e documentate; e non ci si riferisce solo alla distruzione degli esiti sociali costruiti negli anni precedenti, tristemente irrilevanti per chi appalta, ma anche a quelle meramente di tipo economico e funzionale.

Il primo è legato al fatto di passare da un mercato concorrenziale ad un oligopolio. Può pur essere vero che in alcuni casi sul territorio prima vigesse una concorrenza imperfetta, perché talvolta le cooperative non presentavano offerte ostili dove lavorano altre cooperative sociali; ma il confronto tra prezzi e prestazioni era sempre presente, visibile a tutti, tra scuole di lotti diversi in territori contigui. Avere trasformato tutto ciò in una situazione oligopolistica con un numero limitatissimo di soggetti dotati di requisiti tali da concorrere a gare macroregionali, porta necessariamente con sé – anche in assenza di accordi illeciti, che sono comunque facilitati - un rafforzamento delle posizioni degli oligopolisti a svantaggio della pubblica amministrazione. Cui prodest?

Secondo tema. Quali costi ha il processo di coordinamento che lega il general contractor, magari attraverso più passaggi, a chi opera in una certa sede locale? Quante sovrastrutture di successivi sub contractor si alimenteranno, con l’esito che magari il costo al metro quadro per le casse pubbliche è il medesimo (o è superiore) e l’impresa che lavora sul territorio percepisce meno? Quale convenienza pubblica può mai esserci in questo tipo di processo.

Terzo. Sono stati valutati gli effetti di spersonalizzazione del rapporto, per cui il dirigente scolastico scontento per far valere le proprie ragioni invece di rivolgersi imbufalito ad una impresa che ha di fronte promettendo di sbatterla fuori se non pulisce bene, deve iniziare una trafila indefinita che risale da una parte alla stazione appaltante e dall’altra al general contractor multiregionale?

Domande retoriche, risposta chiara. Nessun approfondimento o comparazione tra strumenti alternativi, ragionamenti approssimativi, competenze dei decisori risibili, fondamenti economici incerti, profluvio enunciazioni ideologiche a sproposito sulla supremazia del mercato e della concorrenza al posto di serie analisi costi benefici. Questo sta alla base dell’evoluzione sopra descritta.

E la cosa è quanto mai preoccupate dal momento che oggi questi temi sono all’ordine del giorno, senza escludere che vi sia chi qua e là pensi di usare centrali di acquisto per i servizi alla persona. Ignorando tutto quanto sopra, per non parlare di ragionamenti più raffinati. Si riuscirà a far comprendere che una centrale d’acquisto ha senso se il prodotto è unico e standardizzato, ma che spesso nell’intervento sociale così non è? E che se così fosse sarebbe un bel guaio, perché avremmo ridotto tutto all’intermediazione di ore lavoro (standardizzabili) sterilizzando ogni aspetto progettuale? Si riuscirà a spiegare che per razionalizzare il welfare più che allineare verso il basso i costi orari (ma trovatemelo un ente che paga un educatore 40 euro all’ora) ha senso un serio benchmarking tra politiche di intervento, sempre tenendo conto che la replicabilità dei risultati è sottoposta a considerazioni sulle specificità territoriali (ecco tra tante amenità che si ascoltano ogni giorno tra chi vuole vendere consulenze sull'impatto sociale a cooperative ansiose di essere trendy, questo sarebbe invece un progetto serio e utile di utilizzo dell'impatto sociale che farebbe crescere il Paese)? Chissà…

Insomma, ricapitolando. Tanti, troppi, oggi leggeranno la “vicenda scuole” come un possibile nuovo capitolo di rapporti poco trasparenti tra cooperative e pubblica amministrazione; non sappiamo se, nel suo esito attuale lo sia. Ma sappiamo che, a chi avesse lo sforzo della memoria, la vicenda scuole descrive una storia esemplare che, partita con presupposti culturalmente molti distanti da quelli affermatisi negli ultimi anni, ha costituito una parte di grande rilievo nelle pratiche di partenariato pubblico – privato e nelle politiche di integrazione lavorativa; ed è declinata miseramente con evidente disastro sociale e senza vantaggio economico quando sono state introdotte logiche che in teoria sarebbero dovute essere improntate a principi di efficienza.

La cosa più triste è che oggi pochi tra coloro che si trovano a decidere gli orientamenti del Paese su queste materie conoscono questa storia o sono interessati ad impararla.

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