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1. Flaviano Zandonai apre così un suo intervento su Vita la scorsa settimana: “Le cooperative di comunità? Poche e incompiute. Le imprese benefit? Più convegni che concrete realizzazioni. Le startup a vocazione sociale? Si contano a poche decine. Gli ibridi dell’impresa sociale? Beh quelli addirittura non esistono (per qualcuno). È curioso notare come molte forme organizzative dell’innovazione siano oggetto di un confronto molto acceso a fronte di numeri esigui (unità attive, valore economico, occupazionale, sociale, ecc.).” Flaviano continua poi argomentando, in modo convincente, come malgrado questi dati di fatto, tali esperienze di innovazione siano comunque rilevanti perché marcano dei “segnali di futuro” verso un nuovo modello di sviluppo e di produzione del valore.

2. Premessa: si potrebbe sostenere che vi sono altre manifestazioni di innovazione sociale – o anche più radicalmente che l’innovazione sociale è altro – che invece proliferano e si consolidano, in particolare con riferimento al mondo cooperativo; ma lasciamo fuori dal nostro ragionamento questo tipo di argomentazioni e dedichiamoci alla galassia appunto delle nuove forme dell’innovazione, quelle citate da Flaviano e altre per cui varrebbero ragionamenti simili.

3. Il tema è stimolante: quante volte assistiamo ad una singolare scissione per cui vi sono da una parte esperienze “innovative” proposte sulle riviste e nei convegni e poi un’operatività quotidiana delle stesse organizzazioni che le hanno magnificate, dove essere scendono dalla ribalta per essere relegate tra le “varie eventuali”, una sorta di gradevole passatempo, destinate a cedere il passo alle attività “vere”, quelle che producono occupazione, servizi, fatturato.

4. Il tema nonè irrilevante nemmeno nelle analisi degli studiosi. “Si ha innovazione sociale quando nuove idee che funzionano danno soluzioni a bisogni sociali ancora insoddisfatti”, scriveva Mulgan in una delle più citate definizioni di innovazione sociale. “Che funzionano”, quindi, perché l’innovazione non può essere potenziale. Insomma, mutuando un esempio dal campo tecnologico: gli schermi tattili, che quindi interagiscono con l’utente che li tocca, esistono da metà anni sessanta, il primo computer touchscreen è del 1983, ma per la massa questa tecnologia è legata all’introduzione sei anni fa del primo Ipad e alle gestualità che esso ha reso universali e alla successiva di tablet e cellulari basati su tencnologie touch. Una cosa è concepire una soluzione – e magari renderla tecnicamente praticabile -, una cosa è far sì che questa soluzione diventi uno standard o quanto meno un’alternativa socialmente considerata rispetto al panorama precedente. Ipotesi di soluzione teoricamente brillanti, ma che non si diffondono, rimangono innovazioni solo potenziali.

5. L’innovazione nell’ambito del welfare è esistita eccome ed è stata dirompente nell’ultimo trentennio. Praticamente tutti i servizi e gli interventi che oggi conosciamo, dalla comunità alloggio all’inserimento lavorativo, dall’assistenza domiciliare ad un centro diurno per disabili, dalla mediazione culturale ai gruppi appartamento, in un tempo relativamente poco lontano non esistevano o avevano caratteristiche tali da renderli non comparabili con quelli attuali. Quindi, l’ambito del welfare non è di per sé per nulla refrattario al fatto che vi siano persone, opinioni, tecniche, organizzazioni che cambiano in modo radicale l’assetto preesistente introducendo nuovi modi di pensare, di lavorare, di concepire il problema e di risolverlo. In una parola, all’innovazione. Ma ora chiediamoci: come sono avvenuti questi processi? E, nel ricostruirne la storia, quali analogie e quali differenze notiamo rispetto al presente?

6. Partiamo dalle analogie. Ogni generazione produce – meno male! – istanze di cambiamento; e ogni generazione, facendolo, sente la dirompenza delle proprie idee rispetto all’inerzia del contesto preesistente. Già, il contesto: istituzioni, organizzazioni, centri di potere... Tutto ciò l’innovatore generalmente lo detesta e lo contesta, lo destruttura e ristruttura, mira a cambiarlo, anche radicalmente. E, se si accetta la semplificazione, possiamo affermare per molte buone ragioni che generalmente le nuove generazioni portano con sé una consistente dose di buone ragioni. Questo valeva 35 anni fa per i cooperatori sociali e vale oggi per tutti coloro che operano nel campo dell’innovazione. E, come dice giustamente Flaviano, molte tra le potenziali innovazioni di oggi colgono effettivamente dei nodi critici della nostra economia e della nostra società e propongono risposte verosimili a problemi rilevanti.

7. L’innovazione ha sempre lasciato sul campo abbondanti cadaveri (non solo in senso figurato, se pensiamo alla conquista dell’aria e poi dello spazio) e anche in campo sociale chi ha qualche decina d’anni di carriera ben ricorda idee e proposte magnifiche e progressive miseramente atterrate al suolo senza avere portato esito alcuno. Manchevolezze nella progettazione? Idee troppo nuove in un contesto arretrato? Malasorte? Chissà. In questi casi le letture dei diversi attori coinvolti generalmente divergono assai e effettivamente non è che gli sconfitti siano necessariamente da denigrare. Si può anche perdere per sfortuna o per avere avuto il coraggio di combattere battaglie che andavano combattute, anche se con esito negativo (non avete idea di quanto siano deteriori i telefilm americani che le nostre giovani generazioni assorbono ben oltre la modica quantità dove l’insulto più umiliante è “perdente”). In fondo, per il mondo occidentale, gli Spartani delle Termopili non sono dei poveri idioti ma degli eroi ed Ettore è amato dai lettori quanto se non più di Achille.

8. Ma, cadaveri a parte, quello che è necessario domandarsi è se alla fine una parte dell’innovazione si consolidi, diventi parte integrante della cassetta per gli attrezzi che una società ha a disposizione per risolvere i propri problemi. Questa è una valutazione difficile e potenzialmente ingannevole se data in contemporanea agli eventi. Ma ritornando a Flaviano, effettivamente la sensazione è che l’innovazione parlata (che comunque di per sé può essere non irrilevante perché sintomo di cambiamento culturale) oggi sia enormemente superiore a quella dei fatti. Insomma un esito strano e paradossale: cultura e istituzioni almeno ufficialmente assai innovofile e realtà più statica rispetto a vent’anni fa. 

9. Già, perché oltre alle analogie dobbiamo ora vedere differenze con quanto successo nel periodo storico che ora utilizziamo come metro di confronto. Ciò che appare sicuramente diverso (inferiore) è come si è visto il grado in cui l’innovazione in campo sociale riesce a penetrare i contesti istituzionali, intesi in senso ampio. Facciamo degli esempi per differenza, con la cooperazione sociale anni novanta. Con le istituzioni litigava quotidianamente – succede ancor oggi, riversando sui funzionari pubblici ogni miseria per l’approccio burocratico, insensibile e retrogrado; ma intanto – litigando – ci dialogava per definire l’assetto dei servizi. E, visto con il senno di vent’anni dopo, l’evoluzione sociale è stata un frutto dell’alleanza – facile o litigiosa più di un matrimonio, lineare o tortuosa, cercata o subita – tra i soggetti sociali più innovativi e la parte più aperta dell’ente locale. Lo stesso si può dire anche guardando entro il terzo settore e la cooperazione sociale. Pur maledicendolo ogni santo giorno, pur sentendosi il “nuovo” dentro un “vecchio” quasi irriformabile, la cooperazione sociale storicamente ha scelto di essere parte del movimento cooperativo e non un’altra cosa. Insomma, un rapporto di amore – odio per le istituzioni, da cui è scaturito un trentennio di cambiamento radicale del nostro welfare.

10. In confronto, oggi, la situazione appare paradossale. Di innovazione sociale si è occupato il MIUR e il MISE, il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, no; e a discesa ogni amministrazione con competenze sul welfare. Anche a livello territoriale nulla che vada oltre a sperimentazioni episodiche. Nessun litigio, ma nessuna contaminazione extra convegnistica. Allo stesso modo, soggetti alfieri dell’innovazione che operino entro centrali cooperative o comunque le grandi aggregazioni cooperative poco o nulla. E le cooperative, generalmente, lo abbiamo detto considerano i temi dell’innovazione sociale nella categoria dell’hobbistica, cosa di per sé piacevole nel tempo libero, fino a quando poi non c’è da lavorare sul serio. Si potrebbe continuare, ma il senso è quello.

11. Non ci poniamo, in questa sede, il problema di capire “di chi è la colpa” (se colpa vi è). Cooperatori grigi e imbolsiti, usi a frequentare sale d’attesa degli assessori a salvaguardare rendite di posizione e non a guardare aventi? Innovatori ragazzini presutuosetti, tutta anglo-fuffa e fumo? (le cattiverie sull’Ente pubblico le saltiamo, è contro la Convenzione di Ginevra sparare sulla Croce Rossa). In fondo, se guardiamo al risultato finale, non è decisivo sapere di chi è la colpa, quanto constatare come una possibile risorsa innovativa, invece di contaminare e fare crescere il welfare, appare percorrere percorsi paralleli.

12. Intendiamoci, è possibile legittimamente sostenere che a) è solo un bene che sia così, tanto sia pubblico che sul terzo settore tradizionale sono solo cadaveri provvisoriamente scampati all’estinzione, l’unica cosa che farebbero è imbastardire l’innovazione, più ne stanno fuori meglio è; e/o 2) che l’innovazione sta proprio nel riconcettualizzare una questione ad oggi interpretata in termini di welfare in un modo diverso, più affine ai temi dello sviluppo locale e della contaminazione del tessuto economico, quindi è normale che i riferimenti, tanto istituzionali che sociali, siano diversi.

13. Cosa è giusto o cosa no lo dirà la storia.Nella storia esistono anche le rivoluzioni, che non sono venute a patto con niente e con nessuno e che hanno cambiato il mondo. Come esistono (sono molte di più) rivoluzioni fallite che non hanno cambiato un bel nulla se non, in senso opposto, per le reazioni contrarie che hanno suscitato. Ma accanto ai processi di rottura, vi sono esempi di cambiamento maturati entro una dialettica anche aspra, ma che ha coinvolto le istituzioni: anche a prescindere dal welfare, trent’anni fa buttavamo tutti i rifiuti in una pattumiera e nessun papà cambiava i pannolini al proprio figlio. Evoluzioni che si sono sostanziate grazie all’incontro / scontro tra battaglie movimentiste, organizzazioni strutturate della società civile, istituzioni permeabili al cambiamento, incessante lavoro sul piano culturale. in assenza di questi processi le istanze di cambiamento di una generazione culturalmente assai vivace come quella attuale, rischiano di rimanere risultano disperse. 

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