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Aveva iniziato Luca Fazzi, alcuni anni fa, a chiedersi nelle sue ricerche in che misura l'agire delle imprese sociali fosse orientato a obiettivi di "giustizia sociale"; termine un un po' retrò, vagamente tinto di rosso o forse un po' cattocomunista (in fondo "giustizia" è al centro di due beatitudini su nove nel discorso della montagna, una bella percentuale). Desueto, di quei termini che richiamarli da anche un po' fastidio, li leggi e dici "si, ma questo è scontato, non parliamone nemmeno". E a forza di non parlarne ci si è accorti che l'orientamento alla giustizia sociale è presente, ma non certo universale per le cooperative sociali.

Ha continuato Beppe Guerini, l'anno scorso, nel trentennale di Federsolidarietà ad Assiti, dedicando il pensiero centrale della propria relazione al tema della disuguaglianza e di come è necessario che le nostre imprese operino per ridurla. E visto che di anni ne erano passati ancora un po', magari qualcuno più introspettivo degli altri si è chiesto, in fin dei conti, cosa fanno e cosa possono effettivamente fare le nostre imprese sociali per perseguire uguaglianza e giustizia e se questi termini significhino ancora qualcosa o siano annegati in un professionalismo che lascia poco spazio a questi romanticismi.

Fa quindi particolarmente piacere vedere che IRIS Network dedica il Workshop di Riva del Garda del 15-16 settembre a temi non distanti da questi: "Equità e sostenibilità in uno scenario diseguale", questo il titolo del workshop. E nel manifesto di lancio dell'evento si legge che, a partire dai " fattori strutturali di disuguaglianza che caratterizzano le società post-crisi" si ragionerà su come le imprese sociali siano in grado di " declinare in modo nuovo quei principi di equità e sostenibilità alla base del loro modello economico, contribuendo a rendere esigibili i diritti sociali in uno scenario ben diverso da quello delle origini".

Se vogliamo interrogarci in modo serio su questi temi, scopriamo che si tratta di questioni per nulla banali.

In cosa consiste un'azione imprenditoriale che allarga l'esigibilità dei diritti?

Escludiamo una risposta troppo semplicistica: che ciò si sostanzi semplicemente nell'operare in una catena di azioni che mira appunto all'equità. Esemplificando: se un Comune paga un servizio di gestione di un dormitorio e una cooperativa lo gestisce, partecipa all'estensione di un diritto fondamentale (avere un letto su cui dormire) a persone che altrimenti ne sarebbero escluse (gli homeless); ma dedurre solo da ciò che la cooperativa che gestisce sia parte attiva di un'azione volta a diffondere equità sarebbe probabilmente incauto. In fondo l'azione redistributiva è dell'ente pubblico che destina risorse tratte dalla fiscalità per assicurare una prestazione, la cooperativa, nel caso più semplice, si limita a svolgere il lavoro per cui è pagata.

Ma di qui si potrebbe andare avanti: poniamo che una cooperativa non si limiti a svolgere questo lavoro, ma sia in grado di aggiungere risorse proprie: volontari, lavoratori che fanno ore in più o che assicurano un effort non ordinario, ecc. In questo caso si inizia a vedere un ruolo attivo nel partecipare alla costruzione di giustizia sociale; ma, va notato, entro un progetto di allargamento dei diritti concepito e pensato da altri.

Diverso ancora è il caso di una cooperativa che impegni il proprio patrimonio (che, ricordiamolo, è null'altro di quanto i soci hanno rinunciato ad intascarsi nel corso degli anni) per realizzare un'azione volta a costruire maggiore equità in conseguenza ad una propria lettura dei bisogni sociali insoddisfatti; poniamo ad esempio che apra un ambulatorio dedicato a stranieri che non possono godere delle cure del servizio sanitario nazionale.

Ma ancora, chiediamoci: in che misura le azioni tese alla giustizia e all'equità messe in atto da un'impresa sociale si caratterizzano per essere meri trasferimenti di valore da un settore in utile verso uno non sostenibile e in che modo comprendono invece un approccio imprenditoriale e quindi rispondono ad un bisogno insoddisfatto, ampliano i diritti verso persone che non li vedono rispettati attraverso azioni che mirano alla sostenibilità di impresa? E, in questo secondo caso, da dove traggono il valore che rende ciò possibile.

Anche qui dobbiamo essere consapevoli che si annida il rischio di risposte semplicistiche, ancorché abbastanza di moda: che basti vendere un servizio ai privati - senza contare cioè sulle risorse pubbliche - per avere realizzato un'azione socialmente meritoria. Di per sé vendere un servizio sociale a cittadini paganti nulla dice sulla presenza di un'azione di giustizia sociale (chi vende posti in un nido di infanzia non costruisce più giustizia rispetto a chi vende tosaerba), tanto più se ciò avviene in modalità simili a quelle di operatori privati. Né si può parlare di giustizia sociale e di contrasto alla disuguaglianza come sinonimo di offerte low cost, a meno di dire che Lidl persegue maggiormente la giustizia sociale rispetto a Carrefour; semplicemente indirizzano un'offerta a segmenti di domanda diversi.

 

Quale sia la risposta corretta non è facile dirlo, ma da questi brevi esempi è chiaro che il tema non è affatto scontato né immediato, quando si voglia passare da affermazioni generiche e di facciata ad un esame più serio e rigoroso.

Diventa necessario interrogarsi su dove sia prodotta la parte di valore addizionale che rende possibile allargare i diritti, perché questo valore addizionale non esistesse probabilmente la giustizia sociale la costruirebbe qualsiasi operatore di mercato. Chi sono i soggetti che "mettono sul piatto" queste risorse? Volontari? Lavoratori? Cittadini? Finanziatori?

E, seconda domanda, in che misura questi soggetti sono consapevoli e partecipi del "progetto di giustizia" che stanno costruendo? Tema per nulla banale, perché discerne ad esempio l'azione motivata di un socio lavoratore partecipe dal valore conferito - obtorto collo - da un lavoratore che si sente sfruttato da un manipolo di fanatici che lo obbligano a fare cose impossibili per strani progetti a lui oscuri.

La riflessione, ne siamo consapevoli, è solo all'inizio, ma - è questo è la cosa positiva - forse è di nuovo all'inizio; forse si stanno ricreando le condizioni per cui essa sia attuale e presente nelle priorità di pensiero delle imprese sociali, riconquistando un posto in prima fila dopo anni in cui si limitava a fungere da orpello buono per relazioni e documenti ufficiali, ma di fatto estraneo alla definizione delle strategie di impresa.

 

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