Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella Cookie policy.
Chiudendo questo banner o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie
FacebookTwitterGoogle BookmarksLinkedinRSS Feed

Quando alcuni anni fa l’allora ministro Tremonti intraprese la campagna contro i falsi invalidi, le associazioni che rappresentavano questi ultimi - e non solo loro! - giustamente insorsero. Non perché si volesse negare che falsi invalidi da qualche parte ve ne fossero, né perché, in tal caso, essi andassero comunque difesi o giustificati per un non meglio identificato corporativismo di categoria; ma perché il fatto che un Ministro puntasse il dito contro i falsi invalidi – ben assecondato da media famelici alla ricerca di un cieco alla guida o di un paraplegico surfista – significava implicitamente dare un chiaro messaggio di rilevanza di tale fenomeno rispetto ad altri relativi al tema della disabilità. In sostanza: se si fa dei falsi invalidi un tema del dibattito politico o mediatico, si afferma implicitamente che sono loro – e non le scelte politiche di chi governa – che determinano l’insufficienza di risorse per gli invalidi veri. E su queste basi per alcuni anni lo scandalo rispetto al quale si volevano mobilitare le coscienze non era più l’invalido lasciato privo di assistenza da un welfare inadeguato, ma l’invalido falso; e il primo era vittima del secondo, non di scelte politiche che negli stessi anni determinavano un sensibile arretramento del nostro già malandato sistema di protezione sociale. Giustamente, in quel frangente, molti non mancarono di reagire alla strabicità culturale di questa campagna.

Quando tutto ciò mi è rivenuto in mente? Qualche giorno fa, per due piccoli fatti più o meno contemporanei.

Il primo è un articolo pubblicato alcuni giorni fa da Vita - e subito ripreso da altri media - e titolato “I nostri figli autistici, come maiali all'ingrasso per il business del welfare” (e nel testo, a spiegazione: “i nostri figli c’è chi li guarda come le rappresentazioni delle mucche e dei maiali dal macellaio, il filetto, il controfiletto… questo qui basta rimpinzarlo per bene e fra un tot di anni, pezzo per pezzo, diventa il nostro business. Non sto esagerando.”).

Il secondo sono i tributi alla carriera a Milena Gabanelli, giornalista probabilmente con molti meriti, ma che rispetto ai temi del welfare (ne parlammo qui) non è stata diversa da molto giornalismo d’inchiesta il cui scoop scandalizzato è spesso riassumibile nel fatto che chi realizza servizi incredibilmente e scandalosamente viene pagato per farlo e che – ulteriore ignominia – è un “privato”.

E il buon cooperatore di fronte a questo si sente a disagio. Magari lavora da vent’anni mettendoci cuore, tempo e passione senza confini, guadagna 1400 euro al mese da contratto – tutti i mesi se ha la fortuna di vivere in Regioni dove gli enti pubblici non pagano con due anni di ritardo - e gira con un’utilitaria e per primo prova rabbia se qualcuno lucra sui bisogni dei più deboli. E a maggior ragione teme che controbattere a chi lo ritiene un profittatore lo esponga all’apparire complice delle peggiori cose. Dice “sì, ma noi siamo diversi, non fate di tutta l’erba un fascio”, ma poco più.

Ma altro da dire ce ne sarebbe, eccome.

Rappresentare la cooperazione e il terzo settore con questo filtro ha una precisa valenza culturale. Che va identificata e riconosciuta. Pensieri schematici e irritanti, che procedono per semplificazioni non casuali.

Gli angeli del fango da una parte, il business degli immigrati dall’altra. Ma anche l’iniziativa sfiziosetta e innovativa e attrattiva per un articolo da una parte e il noioso servizio per anziani o disabili dall’altra. Santi e profittatori, nuovi e vecchi, puri e marci. Magari contrapposti nella strategia comunicativa, tanto per par condicio, per far vedere che non si è prevenuti – un bel servizio sui cattivi, con particina finale per un buono, così rendendo il discorso ancora più subdolo. Il campionario dei pensieri sotterranei sarebbe lungo e ciascuno dei luoghi comuni richiederebbe un discorso a sé. Alcuni esempi?

  • Se sei pagato per un servizio di welfare sei un profittatore delle disgrazie altrui. Insomma, un po’ come dare contro ad un medico o un’infermiera del Pronto Soccorso dicendogli allusivo “voi che guadagnate dei soldi sul fatto che la povera gente sta male”;

  • Se una cosa non la fa l’ente pubblico ma un’organizzazione di terzo settore è perché ci guadagna qualcosa e sono tutti appattati per succhiare soldi pubblici (si tratta di una riserva indiana per dare spazio di espressione ad uno statalismo che sarebbe stato vecchio trent’anni fa, ma che così si rifà una rispettabilità);

  • Forse ci sarà anche qualcuno non marcio, un angelo del fango cui disegnare un’aureola, ma i buoni non sono buoni come sembrano, anzi sono peggio dei cattivi perché vogliono sembrare buoni e noi li abbiamo scoperti; e quindi tanto vale…

In conclusione: ci mancherebbe altro, ciascuno è libero di esprimersi come vuole. Ma una riflessione sui presupposti che stanno dietro a determinate posizioni va fatta e va riconosciuta. “Ieri un immigrato di origine africana ha scippato una vecchietta” può essere una frase che descrive un fatto oggettivo e non essere viziata da alcuna falsità, ma la scelta di comunicare in un quel modo il fatto in questione evidenzia presupposti e retroterra culturali ben determinati. E chi fa informazione in questo modo è responsabile di diffonderli e rilanciarli.

E, per ritornare a quanto si diceva al terzo settore, gli esiti a cui approdano determinati attacchi sono ben noti. Non investiamo nel sociale, tanto è tutto uno spreco, un magna magna. Non investiamo nel sociale, tanto quelli veri lo fanno a gratis (o con un doppio carpiato: traggono risorse dal mercato, con buona pace di chi non può pagare, o dai donatori, come nell'ottocento). Non investiamo nel sociale, è vecchio, assistenziale, ci sarebbero cose molto più nuove da fare (anche se sfortunatamente non si sa quali). Non investiamo nel sociale, la solidarietà non esiste, ognuno per sé. Non investiamo nel sociale, diamo un po' di soldi alle famiglie che così sono contente e poi ci pensano loro.

La soluzione non è certo quella di istituire un nuovo politically correct, fatto di omissioni e perifrasi; ma di pensare in modo non tendenzioso e di scrivere in buona fede. Il resto viene da sé.

P.S. Molto spesso nelle cooperative non esistono angeli e profittatori, esistono persone che scommettono in prima persona anni o decenni della propria esistenza sul fatto che un cambiamento sociale sia possibile, che sia giusto che una società si prenda cura di tutti i suoi membri, anche di quelli più deboli. Che nel fare questo possono commettere errori, talvolta mancare di visione, ma che sono stati comunque i protagonisti di trent’anni di progresso della società italiana; che talvolta stramaledicono le fatiche del proprio lavoro, ma che lo fanno con impegno e dedizione, fin che possono e fino a che riescono. E che comunque in tutta questa complicata vicenda hanno scelto di provarci e di non stare a guardare.

Login Form