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Scuole e cooperative: la vera storia

È facile immaginare che di fronte a notizie di questo genere nei tempi che corrono il commento più frequente sarà “le solite cooperative!” seguito da una serie di considerazioni non proprio lusinghiere per il nostro mondo. Che, nel caso specifico, non ho idea se siano meritate o meno (e va comunque segnalato che le imprese interessate, da parte loro, respingono ogni accusa e annunciano ricorsi).

Ma altre cose le so bene, ed è probabile che la gran parte di coloro che leggono una notizia sulla “cooperazione nelle scuole” non le sappia o non le ricordi. E invece questa vicenda – forse destinata ad un finale inglorioso, ha una storia lunga più di vent’anni e in certi momenti in cui ha rappresentato uno dei punti più alti delle politiche di integrazione sociale nel nostro Paese; e avrebbe molto da dire anche su dibattiti oggi all’ordine del giorno, se solo vi fosse qualcuno in grado di ascoltare.

Andiamo allora a vent’anni fa, quando in diverse parti d’Italia nasce l’esperienza di cooperative sociali (oltre che di cooperative di produzione lavoro come quelle cui la notizia si riferisce) impegnate nei servizi scolastici. Siamo nella prima parte degli anni novanta, nel primo periodo quindi dopo la 381/1991, vi è un interesse crescente delle amministrazioni locali per lo strumento delle convenzioni ex articolo 5, quelle che “risolvono due problemi in uno”: offrono un servizio e affrontano il problema dell’occupazione delle fasce deboli. E così c’è qualcuno che pensa ad utilizzare questo strumento per i servizi di pulizia e servizio ai piani (i bidelli, insomma) nelle scuole, allora a gestione comunale.

È un momento in cui ho veramente ammirato alcuni amministratori locali. Ve li immaginate – ho presente nella mia città, Torino - due assessori ad andare nelle assemblee infuocate a sostenere la bontà di questa operazione tra sindacalisti che estraevano il sempre pronto repertorio d’ordinanza contro privatizzazione, precarizzazione, e altre “zioni” simili e genitori inferociti contro chi voleva mettere i figli con “quei drogati” (cioè noi cooperatori sociali)? Ma vi immaginate, con quel che è il livello medio del politico odierno, sensibilissimo ai ragli d’ogni tipo che sappiano far leva sulle paure profonde della gente verso stranieri, poveri, zingari o ogni altro reietto, gli assessori che andavano di fronte a centinaia di persone a dire che invece no, le cooperative sociali erano la scelta giusta, portavano qualità nelle scuole e lavoro – e non assistenza – per i cittadini più fragili?

Eppure una generazione di amministratori lo fece. E partì un’esperienza che, sul livello nazionale, generò migliaia di opportunità occupazionali. Portò qualità dei servizi nelle scuole – che poco dopo generalmente iniziarono a fare a gara per avere anche loro le cooperative sociali -  e lavoro e riscatto sociale per tante persone svantaggiate. Fu una delle grandi operazioni di civiltà del nostro Paese, un salto di qualità delle politiche d’integrazione su larga scala, una killer application che d’un tratto fece sembrare (allora) cosa superata gli strumenti di inserimento anni ottanta.

È il momento in cui tanti enti approvano regolamenti quadro in cui si decide di destinare una quota di commesse ad affidamenti finalizzati all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, tema oggi talvolta impropriamente evocato in commistione con pratiche di malaffare, ma che ha rappresentato una consapevolezza profondamente innovativa, che l’Unione Europea avrebbe fatto definitivamente propria solo in tempi recentissimi: il public procurement, oltre a dotare l’amministrazione e i cittadini di beni e servizi, è uno strumento potente di cambiamento sociale, può spingere le imprese a conformarsi a stili produttivi inclusivi e può contrastare in modo non assistenziale l’esclusione dal mercato del lavoro.

Ritornando a vicende locali: quando venne approvata la 52/1996, che limitava le convenzioni al sotto soglia, nella mia città la vicenda scuole fu uno dei motori decisivi per l’approvazione nel 1998 di un regolamento (di seguito modificato; oggi nell’ultima versione è il 307/2005 della Città di Torino) che rappresenta uno dei primi esempi di lucido inserimento delle clausole sociali in una quota significativa di affidamenti cittadini, sulla base del principio che il mercato andava sfidato a farsi carico dei problemi del territorio. Non “appalti per le cooperative sociali”, ma una città che cambia le caratteristiche del mercato, facendolo diventare inclusivo. Per dire di altri amministratori capaci di guardare in avanti, dove la legge sarebbe arrivata solo 20 anni dopo (forse) e la pratica ancora oggi latita. Ma il fatto era semplice: l’esperienza funzionava, era utile, la politica era lungimirante e le procedure dovevano servire ad assicurare il bene dei cittadini.

Poi qualcosa cambia. Sarebbe troppo lungo e non così utile ripercorrere tutti i passaggi successivi: il passaggio di competenze che toglie ai comuni la gestione delle scuole, i pesanti tagli del ministro Gelmini, gli espedienti che per alcuni anni salvano l’esperienza o pezzi (sempre più piccoli) di essa.

Ma qui si vuol parlare d’altro, e in particolare dell’orientamento, presente in molte politiche di spending review di questi anni, che vede nell’accentramento degli acquisti una strategia utile per razionalizzare e risparmiare; e così tre anni fa di decide di incaricare una centrale di acquisto (Consip) di bandire i servizi scolastici su lotti macroregionali di grandi dimensioni. Anche gli affidamenti a suo tempo dati alle cooperative sociali vengono risucchiati in questa logica: in alcuni casi le cooperative sociali trovano un ruolo – direttamente o attraverso aggregazioni locali - come sub contractor dei soggetti nazionali che oggi sono al centro delle attenzioni richiamate in apertura; in altri spariscono.

Quello che sicuramente scompare dagli affidamenti è una qualsiasi clausola tesa a promuovere o tutelare l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, facendo fare alle politiche di integrazione un passo indietro di vent’anni. Ma non si tratta solo di questo.

Perché si sceglie di utilizzare una centrale di acquisto su macroregioni? I presupposti che hanno portato a tutto ciò non sono così chiari. La si capisce, la logica delle centrali di acquisto, quando si tratta di comprare beni (acquistare 5000 pezzi ha un costo unitario minore che comprarne 100 e sottostante vi è il fatto che i costi di produzione unitaria di un bene sono calanti con la quantità), è invece assai meno chiara rispetto all’acquisto di servizi, in particolare di servizi con forte componente di personale: sino a certi limiti costerà un po’ meno il coordinamento o con dimensioni maggiori ci si potrà dotare di macchine più efficienti – forse – ma l’ora lavoro costa uguale. E comunque i limiti dimensionali per questo tipo di efficienze erano già ampiamente conseguiti. Se la convenienza economica diventa quindi incerta e oltre a certi limiti abbastanza indipendente dalle dimensioni (e di fatto così accade: non si ha il quadro completo a livello nazionale, ma nei casi noti i costi unitari della gara Consip sono superiori a quelli precedentemente praticati dalle cooperative), le controindicazioni sono invece note e documentate; e non ci si riferisce solo alla distruzione degli esiti sociali costruiti negli anni precedenti, tristemente irrilevanti per chi appalta, ma anche a quelle meramente di tipo economico e funzionale.

Il primo è legato al fatto di passare da un mercato concorrenziale ad un oligopolio. Può pur essere vero che in alcuni casi sul territorio prima vigesse una concorrenza imperfetta, perché talvolta le cooperative non presentavano offerte ostili dove lavorano altre cooperative sociali; ma il confronto tra prezzi e prestazioni era sempre presente, visibile a tutti, tra scuole di lotti diversi in territori contigui. Avere trasformato tutto ciò in una situazione oligopolistica con un numero limitatissimo di soggetti dotati di requisiti tali da concorrere a gare macroregionali, porta necessariamente con sé – anche in assenza di accordi illeciti, che sono comunque facilitati - un rafforzamento delle posizioni degli oligopolisti a svantaggio della pubblica amministrazione. Cui prodest?

Secondo tema. Quali costi ha il processo di coordinamento che lega il general contractor, magari attraverso più passaggi, a chi opera in una certa sede locale? Quante sovrastrutture di successivi sub contractor si alimenteranno, con l’esito che magari il costo al metro quadro per le casse pubbliche è il medesimo (o è superiore) e l’impresa che lavora sul territorio percepisce meno? Quale convenienza pubblica può mai esserci in questo tipo di processo.

Terzo. Sono stati valutati gli effetti di spersonalizzazione del rapporto, per cui il dirigente scolastico scontento per far valere le proprie ragioni invece di rivolgersi imbufalito ad una impresa che ha di fronte promettendo di sbatterla fuori se non pulisce bene, deve iniziare una trafila indefinita che risale da una parte alla stazione appaltante e dall’altra al general contractor multiregionale?

Domande retoriche, risposta chiara. Nessun approfondimento o comparazione tra strumenti alternativi, ragionamenti approssimativi, competenze dei decisori risibili, fondamenti economici incerti, profluvio enunciazioni ideologiche a sproposito sulla supremazia del mercato e della concorrenza al posto di serie analisi costi benefici. Questo sta alla base dell’evoluzione sopra descritta.

E la cosa è quanto mai preoccupate dal momento che oggi questi temi sono all’ordine del giorno, senza escludere che vi sia chi qua e là pensi di usare centrali di acquisto per i servizi alla persona. Ignorando tutto quanto sopra, per non parlare di ragionamenti più raffinati. Si riuscirà a far comprendere che una centrale d’acquisto ha senso se il prodotto è unico e standardizzato, ma che spesso nell’intervento sociale così non è? E che se così fosse sarebbe un bel guaio, perché avremmo ridotto tutto all’intermediazione di ore lavoro (standardizzabili) sterilizzando ogni aspetto progettuale? Si riuscirà a spiegare che per razionalizzare il welfare più che allineare verso il basso i costi orari (ma trovatemelo un ente che paga un educatore 40 euro all’ora) ha senso un serio benchmarking tra politiche di intervento, sempre tenendo conto che la replicabilità dei risultati è sottoposta a considerazioni sulle specificità territoriali (ecco tra tante amenità che si ascoltano ogni giorno tra chi vuole vendere consulenze sull'impatto sociale a cooperative ansiose di essere trendy, questo sarebbe invece un progetto serio e utile di utilizzo dell'impatto sociale che farebbe crescere il Paese)? Chissà…

Insomma, ricapitolando. Tanti, troppi, oggi leggeranno la “vicenda scuole” come un possibile nuovo capitolo di rapporti poco trasparenti tra cooperative e pubblica amministrazione; non sappiamo se, nel suo esito attuale lo sia. Ma sappiamo che, a chi avesse lo sforzo della memoria, la vicenda scuole descrive una storia esemplare che, partita con presupposti culturalmente molti distanti da quelli affermatisi negli ultimi anni, ha costituito una parte di grande rilievo nelle pratiche di partenariato pubblico – privato e nelle politiche di integrazione lavorativa; ed è declinata miseramente con evidente disastro sociale e senza vantaggio economico quando sono state introdotte logiche che in teoria sarebbero dovute essere improntate a principi di efficienza.

La cosa più triste è che oggi pochi tra coloro che si trovano a decidere gli orientamenti del Paese su queste materie conoscono questa storia o sono interessati ad impararla.

La cooperazione autentica dopo il sacco di Roma

Quanta tristezza e amarezza nel vedere sui giornali il nome della cooperazione sociale associato ad episodi di gravissima illegalità! Cooperatori che danno soldi a persone con ruoli pubblici per assicurarsi commesse; e questo, per di più, non in una singola occasione, ma come sistema per condizionare in modo permanente la destinazione di risorse pubbliche. 

Certo che si tratta di mele marce in un sistema sano, che i giornali ci ricamano sopra - quando si tratta di cooperative ciò viene rimarcato quasi il misfatto fosse legato all'essere cooperativa, mentre a nessuno verrebbe in mente che se una s.r.l., una s.p.a. o una s.a.s. corrompe qualcuno ciò sia legato alla sua natura giuridica di tali imprese -, certo che vi è un fastidiosissimo moralismo che da anni viene utilizzato contro chi opera nel sociale, sintetizzato da frasi quali "prendono soldi pubblici per assistere minori", "il business degli immigrati", quasi che essere pagati per lavorare, tra mille sacrifici, a favore dei più deboli sia di per sé deprecabile.

Certo che alle tante cooperative dove dirigenti e lavoratori da mesi si privano del necessario per poter accogliere minori arrivati sulle nostre coste per i quali le istituzioni pagano con drammatico ritardo, sentir dire che gli immigrati fanno guadagnare più della droga fa ribollire il sangue. E si potrebbe continuare a lungo su distorsioni di questo tipo. 

Ma accanto a ciò, qualche riflessione - accanto a quelle, del tutto opportune e condivisibili del presidente di Federsolidarietà Guerini - è opportuno farla.

La prima è che la cooperazione sana non deve avere rapporti - nemmeno leciti, come un finanziamento legalmente dichiarato - che possano in qualsiasi modo rimandare ad uno scambio con la politica. Non deve sostenere l'uno o l'altro politico, non deve essere collettore di orientamenti dei propri soci o lavoratori; deve mantenere un rapporto autonomo e autorevole, interloquire facendosi portatrice di una visione del mondo e di esigenze sociali. La cooperazione "non è politica", vive del fare bene il proprio lavoro e non di rapporti con amministratori pubblici, interloquisce con le istituzioni sulla base di finalità sociali comuni - ne parleremo in questo numero - e non per scambiare private utilità. Interloquisce con la politica per sostenere le ragioni della solidarietà e non gli interessi particolari. Il discrimine? Mai offrire nulla alla politica se non il lavorare per il bene comune: mai soldi, nemmeno leciti, mai voti (anzi se un presidente si disinteressa proprio di chi votano i propri soci o lavoratori fa solo bene). 

La seconda è che la cooperazione sana deve essere anche distante da un certo rampantismo che ha sostituito la capacità di cambiamento sociale con il successo di impresa. L'eccellenza imprenditoriale è una cosa positiva, ma il successo non può essere il termine. Anzi, i grafici in meravigliosa e innaturale crescita non devono giustificare nulla. La capacità di chiudere accordi spregiudicati, di farsi largo sgomitando, non possono appartenere al nostro mondo. Non può, non deve esserci nessuno sguardo compiacente e tollerante verso la logica che "gli affari sono affari", che "si sa come va il mondo" e chi vince ha sempre ragione.

 

Certo tutti ignoravano gli aspetti criminali che riguardano la cooperativa 29 giugno, ma basta una ricerca internet per rendersi conto di quanto essa, a partire dal suo successo imprenditoriale, è stata portata in più sedi come esempio positivo da imitare. Ora, ci si domanda, in che misura si accorda visibilità mediatica e onori sulla base del successo nel business, mantenendo nell'anonimato migliaia di cooperative con prodotti sociali encomiabili? In quante occasioni, nei mesi scorsi, si è guardato con sufficienza, come ricorda Beppe Guerini, sulle "nostre cooperativette sociali", per ammiccare ad un modello di sviluppo che santifica i "grandi imprenditori" considerando ogni riferimento all'etica come un rimasuglio del passato? 

 

E quindi l'idea di un "codice etico" - non necessariamente lo stesso di 20 anni fa, ma aggiornato nei contenuti, mantenendo un forte richiamo al fatto che i comportamenti imprenditoriali debbano essere orientati a principi etici - per cui Federsolidarietà è stata da tanti ritenuta "eccentrica", è così fuori luogo? 

 

Certo, i codici non garantiscono nulla, ma l'illegalità si nutre spesso di scarsa sensibilità sistemi di valori e di comportamento - quali quelle sopra accennate rispetto ai rapporto con la politica e con il mercato - che laddove diventano legittimati e non contrastati prendono pericolosamente piede.

 

Questa fase è delicata. Non mancherà chi si farà forza nell'affermare che "in fondo sono tutti uguali" e che dunque cooperazione e impresa privata, profit e non profit, tutti insomma sono la stessa cosa; e inevitabilmente si è regalata una formidabile a chi ogni giorno si scaglia contro le ragioni della solidarietà, dicendo che in fondo si tratta solo di far guadagnare qualche soggetto amico. E non mancherà chi scriverà che gare, appalti, ribassi, sono i metodi oggettivi e sicuri per evitare favoritismi.

 

Un rimedio quasi peggiore del male, che nasce dall'incapacità di distinguere tra lavoro comune per l'interesse generale e accordi innominabili per mutui vantaggi privati.

 

E questo proposito, il caso ha voluto che questo numero di NotzieInRete, centrato su una buona prassi di partenariato tra cooperazione e enti locali, uscisse in questo contesto, in un momento in cui parlare di partenariato tra cooperazione e istituzioni potrebbe sembrare fuori luogo. 

 

Era certo prudenza parlare d’altro.

 

Ma non è questa la scelta che si è fatta, nella convinzione che non sia la competizione l’elemento di garanzia – molto spesso le peggiori cose si sono fatte in occasione di appalti – ma la capacità di instaurare rapporti collaborativi con la parte più autentica del terzo settore.

 

 

 


 

Hanno detto in proposito 

 

 

Di chi a detto a sproposito, si tace

 

 

Per la legalità, a testa alta

In queste settimane due persone della nostra rete, a Roma e in Sicilia, sono state coinvolte nelle indagini che stanno interessando, oltre ad amministratori pubblici e imprenditori, alcuni esponenti della cooperazione sociale italiana. Nei giorni successivi agli avvisi di garanzia hanno responsabilmente lasciato ogni carica, e questo separa le storie personali da quelle delle organizzazioni in cui operano; queste ed altre vicende forniscono un spunto per alcune riflessioni su quanto sta accadendo.

Grazie a VolontariatoOggi per la pubblicazione e agli altri organi di informazione che vorranno dare spazio a questi contenuti.


Perché dimettersi dopo un avviso di garanzia. Nei casi in questione chi è stato interessato da inchieste, nel giro di pochi giorni dopo avere ricevuto gli avvisi di garanzia, ha separato il proprio destino personale da quello della cooperativa o consorzio di appartenenza. Si è dimesso, senza polemica verso nessuno anche quando rivendica con forza la propria innocenza, dichiarando piena fiducia nella giustizia. Così deve essere, perché se per le persone vi è la doverosa presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio, vi è l’esigenza di poter accordare piena fiducia alle organizzazioni, che non possono essere governate da chi è anche solo sfiorato dal sospetto di essere coinvolte in episodi censurabili. In ogni caso, anche in situazioni spiacevoli, è emerso uno stile diverso da altri cui siamo abituati.

La giustizia e le persone. Chi è cooperatore da molti anni sviluppata relazioni di stima e amicizia reciproca. Quando si apprendono notizie che addebitano a persone alle quali si è legati da questi sentimenti reati anche gravi, ci possono essere reazioni diverse. La solidarietà umana per la sofferenza di una persona cara, l'auspicio che venga provata l’estraneità ai fatti o opinione le ipotesi investigative vengano ridimensionate dai successivi approfondimenti. Si può sentire tutto ciò – questo è il sentimento di molti cooperatori – senza in alcun modo voler minimizzare la necessità delle indagini in corso, ma al contrario sperando che esse procedano facendo piena chiarezza e riuscendo a individuare e punire i responsabili di condotte scorrette. In un mondo in cui vi è chi chiede “un euro a migrante” (e qualcuno glielo dà!) è solo un bene che vi siano indagini; e chi indaga svolge una funzione difficile e delicatissima, non può sapere a priori chi risulterà poi connesso solo marginalmente o accidentalmente ai fatti e chi ha sviluppato comportamenti apertamente delinquenziali. Deve cercare la verità. Nel farlo può coinvolgere chi si sente lontano dall’immagine deprecabile del corrotto e corruttore. Ma questi sono effetti – magari talvolta ingenerosi verso singole persone - di una azione di cui riconosciamo senza esitazioni l’urgenza e la positività.

La politica fa male al cooperatore sociale. È una considerazione che va al di là delle persone coinvolte, ma di cui la cooperazione sociale deve fare tesoro. Certo, l’esperienza accumulata sul campo può essere utile nel contribuire a formare principi generali, a scrivere una buona legge, ma… appena ci si avvicina di più alla gestione amministrativa o all’appartenenza ad una parte, le cose diventano diverse. La politica è anche amministrazione e quindi assegnazione di risorse, responsabilità di controllo, ecc. Insomma, ci vuole poco a generare il sospetto che un soggetto politicamente amico sia destinatario di un trattamento di favore, anche se di fatto ciò non avvenisse. E poi: se il punto di partenza sono le persone per cui si lavora, si deve essere pronti a lodare o criticare la politica da questo esclusivo punto di vista, se no non si è credibili. Per cui i viaggi di “andata e/o ritorno” dalla politica al terzo settore e viceversa sono frequenti, ma se ce ne fossero di meno sarebbe meglio, le presenze contemporanee nei due campi sono in sé scivolose. Gli incontri elettorali (se proprio si vuole farli) rigorosamente con tutti i candidati, cene elettorali o altre azioni di sostegno a candidati mai. I finanziamenti – anche legali - ai partiti, mai, mai mai (e, detto tra noi, dovrebbero essere proibiti al pari di una tangente a tutti i soggetti economici).

Non esistono “buoni” a prescindere…  “I buoni” è il titolo di un libro (bello ancorché assai malizioso) che punta il dito contro coloro che, nel terzo settore, si sentono autorizzati a fare ogni cosa – compreso ciò che deplorerebbero profondamente se messo in atto da altri – perché, appunto, si sentono “buoni”. Abbiamo scoperto che 1) non sempre i cooperatori sociali sono buoni e che 2) le buone intenzioni di per sé non giustificano nulla. E ciò vale sempre, ma oggi più di ieri.

… e i “cattivi” non sono tutti uguali. Non sappiamo ora chi, alla prova delle indagini, risulterà avere effettive responsabilità; e anche tra coloro cui saranno fatti addebiti di diverso genere, emergeranno presumibilmente gradi di responsabilità molto diversi. Tra chi ha governato il circuito criminale e chi sopravviveva con ruoli marginali nei mercati da altri dominati; tra chi grazie al crimine si è arricchito e chi ci si è dovuto adattare per non scomparire senza trarne vantaggi personali. Chi corrompe o minaccia per avere assegnato un appalto è un delinquente; i cooperatori che scelgono reciprocamente di non attaccare una gestione storica altrui forse in alcuni casi commettono un reato, ma non possono essere messi sullo stesso piano. In un caso la soluzione è la galera, nell'altro una riflessione più approfondita sui rapporti tra enti pubblici e terzo settore. Non è escluso, anche per effetto del clima che si è venuto a creare, che risultino, alla fine, anche parziali addebiti a persone assai lontane, per storia e per complesso delle azioni svolte in anni di lavoro nel sociale, dalla figura del delinquente. Dovremo sapere guardare con serenità a questa evenienza, da una parte rinnovando e rafforzando le istanze di legalità che devono governare il nostro mondo, dall’altra sapendo valutare in modo diverso persone e situazioni diverse. 

Lavorare nel sociale non è un reato! Oggi basta scorrere i commenti ad un qualsiasi articolo sui maggiori quotidiani, ad esempio circa la gestione di servizi per migranti, per leggere decine di commenti che vomitano un misto di razzismo e complottismo: sintetizzando, le cooperative (scafiste?) che vogliono far venire qui i negri per lucrarci. Vaneggiamenti a parte, l’essere pagati per il lavoro svolto in ambito sociale non è immorale, è solo giustizia; ma quante sono le trasmissioni o gli articoli in cui qualcuno afferma, allusivo, come se fosse una prassi sospetta e deprecabile, che quella cooperativa “riceve dei soldi pubblici per accogliere dei minori”? E’ come inveire contro un medico perché campa sulla pelle dei malati o contro un insegnante perché prende soldi sulla pelle degli ignoranti.

 

Il giusto peso alle cose. Accanto all’illegalità da reprimere ci sono, oggi come ieri, storie di quotidiano eroismo da valorizzare, centinaia di persone che - per rimanere sul tema dell'accoglienza - si spendono giorno e notte senza risparmio per accogliere chi arriva sulle nostre coste, persone che spesso lavorano in cooperative che ricevono pagamenti mesi dopo e che si sottopongono a sforzi oltre ogni immaginazione. Non sappiamo se alla fine ci saranno 5 o 10 cooperatori cui verranno attribuiti dei reati; ma siamo certi che ogni giorno 400 mila persone fanno di tutto e di più a vantaggio dei cittadini più deboli. Però il messaggio mediatico è paradossalmente inverso: a fronte di articoli o trasmissioni che descrivono la cooperazione sociale come luogo di diffuso malaffare, al massimo si dà atto che forse qualcuno onesto c’è. E questo è scorretto, è un modo di rovesciare la realtà.

 

Da lontano è più facile. Non è un caso che, anche prima di mafia capitale, da alcuni anni le organizzazioni di terzo settore che sono state oggetto di più frequenti non solo di censure legali ma anche di biasimo etico sui mezzi di informazione operino nei servizi ai migranti. Dove sono emersi, accanto ad aspetti esecrabili di corruzione e malaffare, anche addebiti sulla qualità dei servizi resi (il tal luogo sporco, sovraffollato, la presenza di prostituzione, i letti che mancano, ecc.). Ora: tutti noi dobbiamo considerare con scrupolo e attenzione le critiche e assumerci la responsabilità di eventuali errori, ma chi critica deve farlo sapendo che è in generale più facile parlare o scrivere da qualche centinaio di km di distanza piuttosto che agire quando arrivano da un momento all’altro alcune centinaia di disperati privi di tutto. 

 

 

 

Ci voleva Cantone? E, a questo proposito, ci voleva proprio Cantone  per dire che un sistema di prima accoglienza (CARA) non può essere usato come soggiorno di lungo periodo? Perché non ci sono arrivati prima i soggetti deputati alle politiche di accoglienza? Quanti problemi avremmo evitato se non avessimo avuto strutture sovraffollate, usate per tempi impropri? La cooperazione sociale spesso è terminale ultimo su cui si riversano inappropriatezze del sistema; anche questo non costituisce un salvacondotto per chi sbaglia, ma invita chi analizza e ricostruisce i fenomeni a collocare le responsabilità in modo appropriato.

 

 

 

Anac e appalti. Molti mezzi di informazione hanno evidenziato, sulla base dei dati ANAC, come tra gli affidamenti degli enti di enti locali potenzialmente irregolari una parte non secondaria riguarda l’ambito sociale. Giusto e sbagliato al tempo stesso. Giusto, perché la legge è legge ed aggirare gli obblighi di fare gare europee con frazionamenti di lotti o temporali è illegale. Sbagliato, laddove si leggesse in tutto ciò la presenza diffusa di fenomeni comparabili con quelli di Mafia Capitale e dove la soluzione fosse quella di equiparare il sociale ad ogni altro ambito ritenendo la gara europea l’unico strumento ammissibile. Questo può valere per una parte specifica degli affidamenti, non per quelli che si basano su aspetti relazionali e di radicamento territoriale, per i quali l’appalto è di per sé un procedimento inadatto. Gli strumenti giuridici trasparenti e corretti per rapportarsi con il terzo settore in questi casi ci sono, ma spesso si preferisce la scorciatoia del frazionamento a percorsi più impegnativi per tutti, amministratori locali, funzionari e cooperatori. È un bene che il problema sia stato posto, ma le risposte giuste non sono quelle più immediate e meccaniche.

 

 

 

Informare con responsabilità. Per un giornalista quanto sta accadendo deve essere succosissimo. Come l’uomo che morde il cane, anche il buono che delinque fa notizia. Ma una stampa responsabile non dovrebbe mai venir meno alla deontologia. Denominare Buzzi “capo / boss / ras / re delle cooperative romane” è un grave falso. Oltre a dire una cosa oggettivamente non vera, genera con gratuita malizia la percezione che un intero mondo sia corrotto (se lo è il capo, necessariamente lo saranno anche i sottoposti). In generale la ricerca di “connessioni” è intrigante, ma va fatto con responsabilità: ogni legame ipotizzato, anche solo con un punto interrogativo (“anche x è collegato a y?”) può avere un impatto mediatico distruttivo, magari su soggetti che oltre a non centrare nulla con fatti censurabili lavorano in modo meritorio tra grandi fatiche. La foga di collegare una determinata esperienza oggetto di indagine ad un’associazione, un consorzio, ad altre con nomi simili (ad esempio nella cooperazione sociale vi sono alcune decine di organizzazioni denominate Sol.Co, acronimo di “solidarietà e cooperazione”, che non hanno alcun legame tra loro, negli anni ottanta molti hanno scelto questo nome) corrisponde al preconcetto di un disegno criminale complessivo, di un marciume diffuso e per questo non è accettabile; semplicemente perché non è vero. Va invece tenuto conto che in generale il sistema della cooperazione sociale è fatta di organizzazioni orgogliosamente autonome – anche quando scelgono di appartenere ad una associazione o a un consorzio – e che i modelli di relazione basati su società collegate e controllate tipici di altri settori economici non sono sensatamente applicabili alla cooperazione.

 

 

 

In conclusioneper la legalità, serenamente a testa alta. Disgusto per la corruzione e per chi sfrutta la sofferenza. Umiltà di guardare la propria vicenda in modo critico e, quando serve autocritico. Nessuna difesa di ufficio, consapevolezza della necessità di farsi interrogare da quanto sta avvenendo. Ma anche pieno orgoglio per la propria esperienza, senza cui l’Italia – bambini e loro famiglie, anziani e disabili, migranti, indigenti e cittadini fragili - non durerebbe un giorno. È difficile, tra un ritardo di pagamento che mette a rischio lo stipendio e un taglio di bilancio, trovare la giusta motivazione per continuare a lavorare quando, complici certe semplificazioni mediatiche, si viene paradossalmente additati come squali pronti a lucrare sulla sofferenza dei più deboli. E quindi: senza timori nel sostenere l’esigenza di legalità, sereni di fronte alle esigenze di cambiamento, orgogliosi di compiere un ogni giorno, nella fatica e nel silenzio, un lavoro senza pari per il nostro Paese.

 

 

 

Leggi anche su NotizieInRete, la newsletter del Consorzio Nazionale Idee in Rete

 

 

Lettera aperta (dopo mafia capitale)

Caro Amico,

(giornalista, blogger, commentatore, funzionario, magistrato, amministratore locale, consigliere di opposizione, lettore, cittadino, ecc.)

malgrado le circostanze non siano quelle che avrei preferito, sono lieto che nei giorni scorsi tu abbia scoperto l’esistenza della cooperazione sociale, anche se non nascondo il timore che tu possa essertene fatto un’idea un po' parziale.

Delle cose sentite, della Mafia Capitale, sono sconvolto io più di te: cooperatori tangentisti non se ne erano ancora visti e spero proprio che non se ne vedano mai più. Ma visto che è di reati che parliamo e che, sull'onda di una situazione come questa è facile che tu legga, raccontati come esempi di sospetto malaffare, anche altre notizie relative a cooperative sociali, mi farebbe piacere che tu considerassi quanto segue:

  • se un cooperatore sociale argomenta con forza e passione ad un amministratore locale i vantaggi di riservare un affidamento per dare lavoro a persone svantaggiate non sta commettendo un reato, ma sta offrendo una soluzione prevista dalla legge e vantaggiosa per la comunità locale, che attraverso il lavoro offre opportunità di reinserimento sociale
  • se sostiene l’opportunità di rispondere ad un bisogno sociale non con un appalto, ma con un patto che coinvolga amministrazione e terzo settore, non sta proponendo nulla di illecito, un qualche aggiramento delle norme, ma sta suggerendo una strada legale e virtuosa per far crescere una comunità locale che sappia prendersi cura dei bisogni dei cittadini, anziché distruggere nella competizione risorse preziose
  • se un cooperatore sociale dice “questa gara non la faccio, perché il servizio è già gestito da un’altra cooperativa” non sta turbando il mercato né nascondendo patti occulti, ma ha compreso che l’interesse generale non è estendere il proprio business, ma crescere nella cooperazione con altri. Fa molto bene a farlo!
  • se un cooperatore protesta per una gara al massimo ribasso, non è perché voglia far spendere di più all’amministrazione, ma perché lo richiedono sia la legge, sia il buon senso, visto che ciascuno di noi affida un figlio o un genitore non a chi chiede meno soldi ma a qualcuno che gli dà garanzie di serietà e affidabilità
  • se su un territorio le cooperative di un territorio sono tutte raggruppate in un consorzio e non competono l'una con l'altra, non è per “fare cartello”, ma perché hanno capito che lavorare insieme è un vantaggio per tutti. Non solo le cooperative, ma soprattutto i cittadini
  • e si potrebbe continuare…

So bene che, insieme a quei veri delinquenti di cui hai letto, leggerai di tanti casi in cui qualcuno di questi  comportamenti sarà additato come esempio ulteriore di marciume diffuso. Ecco, non cadere nell’errore:chi paga tangenti è un disgustoso delinquente, chi fa le cose scritte sopra – anche quando mai dovesse trovarsi accostato (magari in buona fede, da parte di chi lo fa) ai criminali da un giornalista, un magistrato, un blogger - è un benemerito eroe dei nostri giorni, che non si è arreso scorciatoia di pensare che competendo a gomitate si faccia il bene di tutti, ma sta cercando di costruire un mondo migliore insieme ad altri, in cui due non sono uno contro l’altro, ma alleati per fare il bene di tutti. Da anni è stato innalzato il totem della concorrenza, quale elemento salvifico di qualsiasi economia; ma è preservando e accrescendo le capacità di collaborazione che una società migliora.

Mi piacerebbe anche farti capire quanto queste persone, su cui vedrai scrivere le peggiori cose, sono quelle che oggi tengono insieme la nostra malconcia società, grazie ai quali disabili, giovani, anziani, migranti, indigenti, e tanti altri concittadini più deboli possono avere un minimo di sostegno.

Sentirai ancora dire – quasi che fosse uno scandalo – che per fare tutto ciò “prendono soldi pubblici”, sussurrato come se si stesse disvelando un’intollerabile verità. Mah, chissà poi chi dovrebbe pagare per il lavoro di chi si dedica corpo e anima a chi ha bisogno, per gli affitti di una comunità di accoglienza, per pasti e vestiti! Forse di tasca loro i bambini che vi sono accolti, forse i lavoratori stessi? (In verità, detto tra noi, quest'ultima cosa non è che non succeda, quando a seguito di ritardi vergognosi delle amministrazioni sono proprio cooperative e cooperatori a sostenere di tasca loro i costi dei servizi. Ma questo è un altro discorso). 

E ti dico anche che quando ti capiterà di indignarti – e fai benissimo – per lavoratori pagati poco e in ritardo, prova a capirci di più, prova ad approfondire: qualche volta effettivamente troverai dei cooperatori poco di buono e allora mi troverai alleato nel combatterli, altre voltepersone che fanno del loro meglio con enti che pagano dopo mesi e che corrispondono tariffe irrisorie. Insomma, nessuna difesa di ufficio, ma se hai a cuore la verità prova a capire cosa sta effettivamente accadendo.  

Ancora, ti diranno che "la cooperativa è politica" e quando ciò accade rappresenta un aspetto clientelare detestabile. Ma considera anche che nelle cooperative sociali di solito un presidente non ha la minima idea di chi votino i propri soci e probabilmente non ha nemmeno mai considerato che la cosa possa interessargli.

Potrei continuare a lungo. Ma in fondo più di tutto ciò mi piacerebbe davvero che, dopo ad essere rimasto colpito da quanto hai letto sulle vicende romane, tu provassi a comprendere davvero cosa fanno ogni giorno fanno con impegno e dedizione decine di migliaia di persone nel nostro Paese.

Talvolta anche da inizi faticosi può nascere una splendida amicizia.

Ci vuole molto coraggio!

E' difficile trovare le parole per esprimere la tristezza di fronte all'attentato subito da Sebino Scaglione, presidente della cooperativa Passwork, inserita nel sistema del nostro socio Solco Rete di Imprese Sociali Siciliane, sotto la cui abitazione a Canicattì Bagni nella notte tra il 17 e il 18 è deflagrata una carica esplosiva. La cooperativa Passwork accoglie a Canicattì Bagni delle donne vittime di tratta e a Floridia dei minori immigrati. Per Idee in Rete Sebino ha curato tra l'altro la realizzazione a Siracusa del progetto Haven in Harbour, finalizzato a intercettare e contrastare i fenomeni di tratta nei porti attraverso un lavoro di rete tra operatori sociali e portuali. 

Come ricorda anche Libera, cui la cooperativa Passwork aderisce, "da sempre Scaglione e Passwork sono impegnati nell'affermazione dei temi della legalità e nel dare servizi e risposte al crescente disagio sociale, che spesso diventa, purtroppo, terreno fertile per la criminalità".

Solidarietà anche dal sindaco (anch'egli vittima di una simile intimidazione due anni fa), che ricorda come Passwork sia "una delle più sane imprese della nostra città", richiamando la qualità del lavoro che essa svolge, encomi che, come ricorda Solco nel suo comunicato, erano pervenuti pochi giorni fa anche dal comune di Floridia, dove la cooperativa con i propri giovani volontari aveva operato per riaprire e rendere fruibile la Villa comunale.

A seguito dell'attentato diversi soggetti del territorio, tra cui Libera, Arci, CNA hanno organizzato un presidio di legalità davanti alla sede di Passwork.

Non è purtroppo il primo attentato che subito da cooperative sociali, dentro e fuori della nostra rete, in Sicilia come in Calabria. Colpisce in modo ulteriore il fatto che non sia stato indirizzato alla sede della cooperativa ma direttamente presso l'abitazione del suo presidente.

A Sebino la vicinanza e la solidarietà di tutta la rete, ci vuole veramente molto coraggio a lavorare in situazioni di questo genere, difficilmente comprensibile da chi può operare in condizioni normali, un motivo in più per ammirare il lavoro svolto da Passwork.

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