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Sono senza vergogna

Ci sono personaggi fatti così: come il Prefetto Gabrielli, l'amico di ogni potente chiamato ad un delicato compito in una città scossa da ripetuti scandali, che gigioneggia ogni volta che può davanti ad un giornalista, un microfono o una telecamera; ora si schermisce amabilmente come umile servitore dello Stato, ora - spesso - pontifica sulle più varie. Tra questi secondi casi, quello in cui se la prende con il "5% criminogeno", la delibera 60 del 2010 del Comune di Roma, cioè la riserva di affidamenti a cooperative sociali di inserimento lavorativo. 

Dunque, mettiamo i dati oggi conosciuti in ordine: a quanto si legge dai giornali negli ultimi quattro anni nel comune di Roma sono stati affidati senza gare pubbliche o comunque con procedure di scarsa trasparenza l'87% dei lavori, 3 miliardi, la metà della spesa totale; in particolare vengono segnalate poi le posizioni di cinque gruppi imprenditoriali, 3 dei quali cooperativi: la 29 giugno, 40 appalti 17 milioni; la Domus caritatis, 111 appalti per 37 milioni di euro, la casa della solidarietà (La Cascina), 76 appalti per 18.5 milioni di euro.

Fermiamoci un attimo. 3 miliardi affidati senza trasparenza; 70 milioni quelli a soggetti cooperativi su cui si appuntano i maggiori sospetti, il 2.5% scarso. E la "ricetta Gabrielli" è quella di bastonare gli affidamenti a cooperative B che certo, quando scorrettamente utilizzati, possono essere stati un (piccolo) ingranaggio di un sistema criminale, ma che indubitabilmente in tutta Italia rappresentano unveicolo importante per l'inserimento sociale e lavorativo.Meccanismi di questo tipo, diffusi in diverse aree del Paese, sono in realtà esempi di grande responsabilità con cui le amministrazioni locali,anticipando orientamenti oggi fatti propri dalle istituzioni comunitarie, hanno utilizzato il public procurement per politiche di inclusione, consentendo a decine di migliaia di persone - disabili, ex tossicodipendenti, detenuti, pazienti psichiatrici e anche tanti lavoratori altrimenti impossibili da collocare - di reinserirsi socialmente e di uscire dalla condizione assistita.

Come utilizzare questi strumenti al meglio questi strumenti? Al Prefetto Gabrielli basterebbe prendere in mano il volume Maggiolirealizzato da ACI sul tema (o anche le linee guida Anac in via di consultazione e la deliberazione AVCP del 2012) per verificare come sia possibile utilizzare tali strumenti in completa trasparenza e legalità: non si tratta di "rivederli", ma di applicarli come legge prevede. E se si dedicasse a garantire l'applicazione delle leggi, anziché a prendersela con avversari di comodo?


Ma Gabrielli non sproloquia a casaccio: con un istinto comune a molti di coloro che sono avvezzi a ben galleggiare in ogni tempo, sa seguire l'onda e oggi sparare sulla cooperazione va di moda.

Un altro esempio di questa settimana? Un articolo agghiacciante apparso su il Giornale, intitolato "30 mila minori nelle case famiglia: un business che si finge accoglienza": un condensato di scempiaggini non documentate e luoghi comuni da bar: dagli assistenti sociali e giudici che rubano i bambini a famiglie povere ("I servizi sociali, i tribunali e le sentenze a volte date con troppa superficialità") al fatto che manchino i controlli ("Il problema principale è l’assenza di un monitoraggio. Pochi sanno cosa succeda in queste strutture. Solo in rari casi e grazie alla sensibilità di qualche assistente sociale molte verità vengono portate alla luce"): si vede che chi scrive non ha vaga idea di cosa sia la vigilanza, di cosa facciano i servizi sociali e socio sanitari invianti. E poi il ritornello che si tratta di soldi pubblici (sì, ci ha scoperto! In effetti non viene richiesto ai minori di pagare di tasca loro. E nemmeno agli operatori di mantenerli tutti come fossero figli loro senza prendere lo stipendio), per poi concludere: "Non sarebbe meglio lasciare questi minori con i propri genitori? Il contributo dato alle comunità per ogni bambino di 79 euro lo Stato paga dai 2.130 ai 2.970 euro. Una somma questa che potrebbe sostenere i nuclei familiari in difficoltà con il vantaggio di non avere spese aggiuntive. Ma fino ad oggi come ci è sembrato di capire si sceglie la via più drastica, portare via i bambini ."Mary Tagliazzucchi, carissima, che c'entrano i soldi alle famiglie? Mai sentito parlare di abusi? Maltrattamenti? Violenze? E più in generale di tutto ciò che è necessario per uno sviluppo di un minore? E che tali condizioni non le definiscono "comunità che fanno business" ma servizi pubblici, che dispongono - loro, e non certo le comunità - quando è necessario proteggere un minore allontanandolo e quando può ritornare nel nucleo originario?

Ma di questi tempi sono un po' tutti senza vergogna.

Distinzioni (riflessioni su in'intervista di Raffaele Cantone)

NotizieInRete 386 - 10 agosto 2015

L'intervista a Raffaele Cantone apparsa su Avvenire il 3 agosto, così come alcune dichiarazioni dello stesso Cantone qualche settimana fa a Otto e mezzo (minuto 13:45) meritano più di una riflessione. In entrambi i casi il presidente ANAC, accanto a considerazioni generali sulla perdita dello spirito cooperativo e la spregiudicatezza dell'agire imprenditoriale delle grandi cooperative, affonda anche su questioni a noi vicine, individuando tra l'altro ripetutamente uno dei nodi della questione negli affidamenti finalizzati all'inserimento lavorativo: "La questione si pone per le cooperative sociali di tipo B che nascono non per svolgere attività di lucro e che proprio per questo possono accedere al sistema degli appalti senza gare ma con affidamenti diretti, una corsia preferenziale" (Avvenire) "Abbiamo una legislazione di affidamenti degli appalti, anche di lavori oltre che di servizi alle cooperative di tipo B cioè a quelle non lucrative che prescinde completamente dal codice degli appalti" ... lo trovo assolutamente sbagliato ..." (Otto e Mezzo)

Di qui alcune riflessioni.

Cantone è persona benemerita per molti motivi, presenti e passati, e per questo leggere sue dichiarazioni di questo tenore risulta particolarmente spiazzante. L'effetto di disorientamento si moltiplica ancor di più quando si trovano una accanto all'altra affermazioni pienamente condivisibili - comprese quelle che giustamente puntano il dito sui fenomeni degenerativi del movimento cooperativo - e altre scoordinate. Immaginiamo il lettore non proprio di settore che dopo aver letto (Avvenire) due paragrafi su Cpl e sui "colossi che vincono cinquecento o mille appalti e che non hanno nulla più di cooperativo" legge la risposta alla successiva domanda, quella in cui l'intervistatore gli chiede allora quali modifiche normative ritenga necessarie per contrastare tali fenomei, e legge appunto la dichiarazione sopra riportata che individua il nodo nella "corsia preferenziale" per le cooperative B. Che c'entra? Nulla, ma possiamo ben immaginare il lettore non specialista che, sulla base dell'autorevolezza di Cantone, inizia a pensare che metanizzazione o tratte di TAV siano affidate con l'art. 5 della 381/1991.

E cosa c'entrano gli affidamenti a cooperative B con l'accoglienza dei migranti ("Vogliamo affidare a una cooperativa di tipo B l’accoglienza degli immigrati? Va bene, ma facciamo un bando tra tutti quelli che hanno i requisiti")? Nulla, e se c'entrano è perché qualcuno sta violando le norme che già ci sono.

E non è preoccupante vedere il convenzionamento per l'inserimento lavorativo trattato in modo così  evidentemente approssimativo sia dal punto di vista giuridico che del significato profondo di queste norme? (Ma per fortuna va dato atto che di ben altro livello è la trattazione che se ne fa nel documento ANAC oggetto di consultazione in queste settimane)

E dire che lo spirito cooperativistico si è snaturato e che è diventato un "meccanismo di abuso, un vero e proprio bubbone" non è un po' eccessivo oltre che generico? Come sarebbe dirlo del Ministero delle Finanze per gli scandali Finmeccanica o degli "imprenditori italiani" in generale visto quanto ha fatto l'ILVA, Parmalt o Cirio. Andare per generalizzazioni e luoghi comuni non fa mai bene e certe affermazioni ("si arriva perfino a rubare i soldi agli immigrati"), buttate lì senza le opportune delimitazioni, soprattutto quanto escono dalla bocca non di un anonimo e rabbioso commentatore di un blog, ma del presidente ANAC, sono fuorvianti,  perché restituiscono un'immagine complessiva molti distante dalla realtà.

Queste cose si possono dire con serenità, anche quando ad affermarle è Cantone, senza passare per essere difensori di quanto di marcio c'è nel sistema?

Sì, si può.

A patto di considerare con serietà anche gli aspetti condivisibili di questi interventi e primo tra tutti il richiamo ad un recupero del vero spirito della cooperazione che giustamente Cantone sottolinea.

Il mondo cooperativo ha iniziato a muoversi: la proposta di legge contro le false cooperative è sicuramente positiva, così come lo è la Carta di Assisi che nel trentennale di Federsolidarietà ha ben marcato in un'occasione così solenne l'impegno della cooperazione sociale autentica.

Due ulteriori passaggi debbono però essere messi in cantiere. 

Il primo è condivisibilmente evidenziato da Cantone nella sua intervista e riguarda il rapporto con la politica. Che va "sterilizzato" rispetto a tutte le possibili deviazioni. Sì, perché un denominatore comune alle vicende giudiziarie che interessano le cooperative sociali e non solo è proprio il rapporto con la politica. Il che non vuol dire ovviamente non dialogare - anzi, bisogna farlo - con chi contribuisce ad amministrare la cosa pubblica, ma individuare dei paletti molto stringenti che evitino rapporti pericolosi: mai contributi economici, mai iniziative / sostegni elettorali, possibilmente mai passaggi diretti da ruoli apicali di terzo settore alla politica. Tutte cose assolutamente legali ma da evitare (sull'evitare quelle illegali non c'è bisogno di scriverlo).

Il secondo riguarda gli strumenti. Perché si possono fare le migliori enunciazioni, individuare i principi più saldi, ma poi è necessario darsi degli strumenti efficaci. E i controlli costano. Probabilmente la soluzione non sta nel moltiplicarli, ma nel qualificare quelli esistenti, a partire dalla revisione, che, accanto ad intercettare eventuali casi di irregolarità esplicita, deve essere in grado di attivare sistemi di allerta anche in caso di situazioni perfettamente legali ma dubbie dal punto di vista dello stile cooperativo.

Il decalogo del dirigente di cooperativa

"Dirigere un’impresa cooperativa sociale è un coltivare e un intraprendere paziente, diverso dalla roboante velocità della crescita smisurata e tumultuosa. Prendersi cura richiede tempo, a volte pretende lentezza, come nell’assistere o nell’educare, ma soprattutto come nel vedere crescere un albero, una semina, un animale allevato, un sapere che si fa conoscenza. E infatti si coltiva la terra come si coltiva il sapere."  Questo lo stile con cui Beppe Guerini, presidente di Federsolidarietà, ha introdotto il decalogo del dirigente di cooperativa, poi sviluppato attraverso 10 verbi:

  1. Potere: un verbo, appunto, nel senso di avere ricevuto un'investitura ad operare nell'interesse dei soci e che in quanto tale rimanda sempre ad una dimensione collettiva; e non invece un sostantivo, legato all'ambizione personale. 
  2. Condividere: le cooperative non sono organizzazioni per uomini soli al comando, il dirigente è chiamato a avere la lucidità di saper scegliere cosa condividere e con chi. 
  3. Distinguere: non possiamo pretendere di promuovere un'economia diversa e poi usare metodi e tecniche di gestione in modo analogo a quello di ogni altra impresa .
  4. Decidere: spesso insieme ad altri, qualche volta da soli, trovando equilibrio tra la propria storia e la necessità di evolversi. Il dirigente deve sapere che prendere decisioni è un suo compito.
  5. Trovare: trovare soluzioni ai problemi, non rimandarli e soprattutto non crearne sempre di nuovi e non nasconderli.
  6. Ritmare: perché il tempo è prezioso, non lasciare cose in sospeso, avere la consapevolezza che spesso questo significa non avere un lavoro dalle 9 alle 17.
  7. Accompagnare: il dirigente non è uno startupper, ma cammina costantemente a fianco dell'organizzazione e delle persone che ne fanno parte: "Il dirigente non cammina 2 chilometri avanti il suo popolo, ma cerca di stare mezzo metro avanti e quando serve si mette a fianco e magari a volte anche dietro, a spingere!"
  8. Ricordare: narra da senso alla storia della propria organizzazione e così traccia anche una mappa per il viaggio
  9. Distribuire: mentre il "divide et impera" serve per mantenere il potere, "distribuisci e aggrega" è lo stile del dirigente cooperativo: distribuire i compiti, aggregare le forze.
  10. Valutare: trovare gli equilibri nel distribuire il valore tra mutualità allargata e mutualità tra soci, tra esigenze economiche e finalità sociali.

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