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Giustizia sociale, disuguaglianza, equità

Aveva iniziato Luca Fazzi, alcuni anni fa, a chiedersi nelle sue ricerche in che misura l'agire delle imprese sociali fosse orientato a obiettivi di "giustizia sociale"; termine un un po' retrò, vagamente tinto di rosso o forse un po' cattocomunista (in fondo "giustizia" è al centro di due beatitudini su nove nel discorso della montagna, una bella percentuale). Desueto, di quei termini che richiamarli da anche un po' fastidio, li leggi e dici "si, ma questo è scontato, non parliamone nemmeno". E a forza di non parlarne ci si è accorti che l'orientamento alla giustizia sociale è presente, ma non certo universale per le cooperative sociali.

Ha continuato Beppe Guerini, l'anno scorso, nel trentennale di Federsolidarietà ad Assiti, dedicando il pensiero centrale della propria relazione al tema della disuguaglianza e di come è necessario che le nostre imprese operino per ridurla. E visto che di anni ne erano passati ancora un po', magari qualcuno più introspettivo degli altri si è chiesto, in fin dei conti, cosa fanno e cosa possono effettivamente fare le nostre imprese sociali per perseguire uguaglianza e giustizia e se questi termini significhino ancora qualcosa o siano annegati in un professionalismo che lascia poco spazio a questi romanticismi.

Fa quindi particolarmente piacere vedere che IRIS Network dedica il Workshop di Riva del Garda del 15-16 settembre a temi non distanti da questi: "Equità e sostenibilità in uno scenario diseguale", questo il titolo del workshop. E nel manifesto di lancio dell'evento si legge che, a partire dai " fattori strutturali di disuguaglianza che caratterizzano le società post-crisi" si ragionerà su come le imprese sociali siano in grado di " declinare in modo nuovo quei principi di equità e sostenibilità alla base del loro modello economico, contribuendo a rendere esigibili i diritti sociali in uno scenario ben diverso da quello delle origini".

Se vogliamo interrogarci in modo serio su questi temi, scopriamo che si tratta di questioni per nulla banali.

In cosa consiste un'azione imprenditoriale che allarga l'esigibilità dei diritti?

Escludiamo una risposta troppo semplicistica: che ciò si sostanzi semplicemente nell'operare in una catena di azioni che mira appunto all'equità. Esemplificando: se un Comune paga un servizio di gestione di un dormitorio e una cooperativa lo gestisce, partecipa all'estensione di un diritto fondamentale (avere un letto su cui dormire) a persone che altrimenti ne sarebbero escluse (gli homeless); ma dedurre solo da ciò che la cooperativa che gestisce sia parte attiva di un'azione volta a diffondere equità sarebbe probabilmente incauto. In fondo l'azione redistributiva è dell'ente pubblico che destina risorse tratte dalla fiscalità per assicurare una prestazione, la cooperativa, nel caso più semplice, si limita a svolgere il lavoro per cui è pagata.

Ma di qui si potrebbe andare avanti: poniamo che una cooperativa non si limiti a svolgere questo lavoro, ma sia in grado di aggiungere risorse proprie: volontari, lavoratori che fanno ore in più o che assicurano un effort non ordinario, ecc. In questo caso si inizia a vedere un ruolo attivo nel partecipare alla costruzione di giustizia sociale; ma, va notato, entro un progetto di allargamento dei diritti concepito e pensato da altri.

Diverso ancora è il caso di una cooperativa che impegni il proprio patrimonio (che, ricordiamolo, è null'altro di quanto i soci hanno rinunciato ad intascarsi nel corso degli anni) per realizzare un'azione volta a costruire maggiore equità in conseguenza ad una propria lettura dei bisogni sociali insoddisfatti; poniamo ad esempio che apra un ambulatorio dedicato a stranieri che non possono godere delle cure del servizio sanitario nazionale.

Ma ancora, chiediamoci: in che misura le azioni tese alla giustizia e all'equità messe in atto da un'impresa sociale si caratterizzano per essere meri trasferimenti di valore da un settore in utile verso uno non sostenibile e in che modo comprendono invece un approccio imprenditoriale e quindi rispondono ad un bisogno insoddisfatto, ampliano i diritti verso persone che non li vedono rispettati attraverso azioni che mirano alla sostenibilità di impresa? E, in questo secondo caso, da dove traggono il valore che rende ciò possibile.

Anche qui dobbiamo essere consapevoli che si annida il rischio di risposte semplicistiche, ancorché abbastanza di moda: che basti vendere un servizio ai privati - senza contare cioè sulle risorse pubbliche - per avere realizzato un'azione socialmente meritoria. Di per sé vendere un servizio sociale a cittadini paganti nulla dice sulla presenza di un'azione di giustizia sociale (chi vende posti in un nido di infanzia non costruisce più giustizia rispetto a chi vende tosaerba), tanto più se ciò avviene in modalità simili a quelle di operatori privati. Né si può parlare di giustizia sociale e di contrasto alla disuguaglianza come sinonimo di offerte low cost, a meno di dire che Lidl persegue maggiormente la giustizia sociale rispetto a Carrefour; semplicemente indirizzano un'offerta a segmenti di domanda diversi.

 

Quale sia la risposta corretta non è facile dirlo, ma da questi brevi esempi è chiaro che il tema non è affatto scontato né immediato, quando si voglia passare da affermazioni generiche e di facciata ad un esame più serio e rigoroso.

Diventa necessario interrogarsi su dove sia prodotta la parte di valore addizionale che rende possibile allargare i diritti, perché questo valore addizionale non esistesse probabilmente la giustizia sociale la costruirebbe qualsiasi operatore di mercato. Chi sono i soggetti che "mettono sul piatto" queste risorse? Volontari? Lavoratori? Cittadini? Finanziatori?

E, seconda domanda, in che misura questi soggetti sono consapevoli e partecipi del "progetto di giustizia" che stanno costruendo? Tema per nulla banale, perché discerne ad esempio l'azione motivata di un socio lavoratore partecipe dal valore conferito - obtorto collo - da un lavoratore che si sente sfruttato da un manipolo di fanatici che lo obbligano a fare cose impossibili per strani progetti a lui oscuri.

La riflessione, ne siamo consapevoli, è solo all'inizio, ma - è questo è la cosa positiva - forse è di nuovo all'inizio; forse si stanno ricreando le condizioni per cui essa sia attuale e presente nelle priorità di pensiero delle imprese sociali, riconquistando un posto in prima fila dopo anni in cui si limitava a fungere da orpello buono per relazioni e documenti ufficiali, ma di fatto estraneo alla definizione delle strategie di impresa.

 

Soci consapevoli per cooperative autentiche

Vorrei condividere con voi alcune considerazioni perché ritengo sia fondamentale riflettere attentamente su ciò che accade all'interno delle nostre cooperative, e mi riferisco alla compagine sociale, che spesso e' priva di consapevolezza e di ideali a cui ispirarsi. Quegli ideali che hanno fondato il mondo della cooperazione e che oggi, a causa dei problemi contingenti, quotidiani, spesso vengono dimenticati.

Che cosa significa essere cooperatori? Perché questo ci distingue ampiamente dagli altri sistemi e ci rende veramente peculiari? Essere cooperatori significa abbracciare una visione del mondo e una visione del lavoro dove lavorare significa mettere insieme le risorse, significa stringere i denti insieme, significa comunque avere la consapevolezza che quello che facciamo, i servizi che offriamo, non sono solo di aiuto a noi stessi, perché contribuiscono al nostro reddito, ma sono di aiuto perché hanno un impatto sociale, perché la cooperativa è il "motore che solleva, cura e sviluppa la parte più debole della società civile" … quindi comunque è un lavoro particolare, un lavoro che , passatemi il termine, in alcuni casi , presupporrebbe quasi una vocazione.

E quindi la mia riflessione è questa: siamo noi in grado come cooperative di dire che la nostra base sociale è consapevole di questo valore, è consapevole dell'importanza di creare un luogo di lavoro ispirato ai valori etici dell'onestà, della trasparenza, della responsabilità sociale e dell'attenzione verso gli altri? Esiste la consapevolezza che Le cooperative sono basate su valori come la responsabilità, la democrazia, l'eguaglianza, l'equità e la solidarietà? Oppure i nostri soci vivono la cooperativa esclusivamente come l'ennesimo datore di lavoro?

I nostri soci sono i gestori di un patrimonio, di norma fortemente legato ad un territorio e che può essere trasmesso alle future generazioni. ...

L'esperienza cooperativa rischia di trasformarsi in una mera impresa come tutte le altre se non si riappropria,in maniera forte, dei principi che ne hanno ispirato la fondazione. Mi riferisco all'importanza, direi vitale, di creare momenti di condivisione con i nostri soci, dove la costruzione (riappropriazione) di valori diventa fonte di ispirazione. Dove si ha la percezione reale di fare il "bene in modo buono", dove la cooperativa attiva una economia ispirata al principio della solidarietà, capace di creare socialità. Un ultima provocazione: la riappropriazione di significati è, come ho già detto, fondamentale per evitare l'inaridimento del mondo della cooperazione, ma dobbiamo anche trovare il coraggio di uscire dai luoghi dove operiamo per contaminare il mondo che ci circonda, perché il mondo ha bisogno di sapere quello che facciamo, affinché diventi un posto migliore.

Innovazione ieri e oggi: analogie e differenze

1. Flaviano Zandonai apre così un suo intervento su Vita la scorsa settimana: “Le cooperative di comunità? Poche e incompiute. Le imprese benefit? Più convegni che concrete realizzazioni. Le startup a vocazione sociale? Si contano a poche decine. Gli ibridi dell’impresa sociale? Beh quelli addirittura non esistono (per qualcuno). È curioso notare come molte forme organizzative dell’innovazione siano oggetto di un confronto molto acceso a fronte di numeri esigui (unità attive, valore economico, occupazionale, sociale, ecc.).” Flaviano continua poi argomentando, in modo convincente, come malgrado questi dati di fatto, tali esperienze di innovazione siano comunque rilevanti perché marcano dei “segnali di futuro” verso un nuovo modello di sviluppo e di produzione del valore.

2. Premessa: si potrebbe sostenere che vi sono altre manifestazioni di innovazione sociale – o anche più radicalmente che l’innovazione sociale è altro – che invece proliferano e si consolidano, in particolare con riferimento al mondo cooperativo; ma lasciamo fuori dal nostro ragionamento questo tipo di argomentazioni e dedichiamoci alla galassia appunto delle nuove forme dell’innovazione, quelle citate da Flaviano e altre per cui varrebbero ragionamenti simili.

3. Il tema è stimolante: quante volte assistiamo ad una singolare scissione per cui vi sono da una parte esperienze “innovative” proposte sulle riviste e nei convegni e poi un’operatività quotidiana delle stesse organizzazioni che le hanno magnificate, dove essere scendono dalla ribalta per essere relegate tra le “varie eventuali”, una sorta di gradevole passatempo, destinate a cedere il passo alle attività “vere”, quelle che producono occupazione, servizi, fatturato.

4. Il tema nonè irrilevante nemmeno nelle analisi degli studiosi. “Si ha innovazione sociale quando nuove idee che funzionano danno soluzioni a bisogni sociali ancora insoddisfatti”, scriveva Mulgan in una delle più citate definizioni di innovazione sociale. “Che funzionano”, quindi, perché l’innovazione non può essere potenziale. Insomma, mutuando un esempio dal campo tecnologico: gli schermi tattili, che quindi interagiscono con l’utente che li tocca, esistono da metà anni sessanta, il primo computer touchscreen è del 1983, ma per la massa questa tecnologia è legata all’introduzione sei anni fa del primo Ipad e alle gestualità che esso ha reso universali e alla successiva di tablet e cellulari basati su tencnologie touch. Una cosa è concepire una soluzione – e magari renderla tecnicamente praticabile -, una cosa è far sì che questa soluzione diventi uno standard o quanto meno un’alternativa socialmente considerata rispetto al panorama precedente. Ipotesi di soluzione teoricamente brillanti, ma che non si diffondono, rimangono innovazioni solo potenziali.

5. L’innovazione nell’ambito del welfare è esistita eccome ed è stata dirompente nell’ultimo trentennio. Praticamente tutti i servizi e gli interventi che oggi conosciamo, dalla comunità alloggio all’inserimento lavorativo, dall’assistenza domiciliare ad un centro diurno per disabili, dalla mediazione culturale ai gruppi appartamento, in un tempo relativamente poco lontano non esistevano o avevano caratteristiche tali da renderli non comparabili con quelli attuali. Quindi, l’ambito del welfare non è di per sé per nulla refrattario al fatto che vi siano persone, opinioni, tecniche, organizzazioni che cambiano in modo radicale l’assetto preesistente introducendo nuovi modi di pensare, di lavorare, di concepire il problema e di risolverlo. In una parola, all’innovazione. Ma ora chiediamoci: come sono avvenuti questi processi? E, nel ricostruirne la storia, quali analogie e quali differenze notiamo rispetto al presente?

6. Partiamo dalle analogie. Ogni generazione produce – meno male! – istanze di cambiamento; e ogni generazione, facendolo, sente la dirompenza delle proprie idee rispetto all’inerzia del contesto preesistente. Già, il contesto: istituzioni, organizzazioni, centri di potere... Tutto ciò l’innovatore generalmente lo detesta e lo contesta, lo destruttura e ristruttura, mira a cambiarlo, anche radicalmente. E, se si accetta la semplificazione, possiamo affermare per molte buone ragioni che generalmente le nuove generazioni portano con sé una consistente dose di buone ragioni. Questo valeva 35 anni fa per i cooperatori sociali e vale oggi per tutti coloro che operano nel campo dell’innovazione. E, come dice giustamente Flaviano, molte tra le potenziali innovazioni di oggi colgono effettivamente dei nodi critici della nostra economia e della nostra società e propongono risposte verosimili a problemi rilevanti.

7. L’innovazione ha sempre lasciato sul campo abbondanti cadaveri (non solo in senso figurato, se pensiamo alla conquista dell’aria e poi dello spazio) e anche in campo sociale chi ha qualche decina d’anni di carriera ben ricorda idee e proposte magnifiche e progressive miseramente atterrate al suolo senza avere portato esito alcuno. Manchevolezze nella progettazione? Idee troppo nuove in un contesto arretrato? Malasorte? Chissà. In questi casi le letture dei diversi attori coinvolti generalmente divergono assai e effettivamente non è che gli sconfitti siano necessariamente da denigrare. Si può anche perdere per sfortuna o per avere avuto il coraggio di combattere battaglie che andavano combattute, anche se con esito negativo (non avete idea di quanto siano deteriori i telefilm americani che le nostre giovani generazioni assorbono ben oltre la modica quantità dove l’insulto più umiliante è “perdente”). In fondo, per il mondo occidentale, gli Spartani delle Termopili non sono dei poveri idioti ma degli eroi ed Ettore è amato dai lettori quanto se non più di Achille.

8. Ma, cadaveri a parte, quello che è necessario domandarsi è se alla fine una parte dell’innovazione si consolidi, diventi parte integrante della cassetta per gli attrezzi che una società ha a disposizione per risolvere i propri problemi. Questa è una valutazione difficile e potenzialmente ingannevole se data in contemporanea agli eventi. Ma ritornando a Flaviano, effettivamente la sensazione è che l’innovazione parlata (che comunque di per sé può essere non irrilevante perché sintomo di cambiamento culturale) oggi sia enormemente superiore a quella dei fatti. Insomma un esito strano e paradossale: cultura e istituzioni almeno ufficialmente assai innovofile e realtà più statica rispetto a vent’anni fa. 

9. Già, perché oltre alle analogie dobbiamo ora vedere differenze con quanto successo nel periodo storico che ora utilizziamo come metro di confronto. Ciò che appare sicuramente diverso (inferiore) è come si è visto il grado in cui l’innovazione in campo sociale riesce a penetrare i contesti istituzionali, intesi in senso ampio. Facciamo degli esempi per differenza, con la cooperazione sociale anni novanta. Con le istituzioni litigava quotidianamente – succede ancor oggi, riversando sui funzionari pubblici ogni miseria per l’approccio burocratico, insensibile e retrogrado; ma intanto – litigando – ci dialogava per definire l’assetto dei servizi. E, visto con il senno di vent’anni dopo, l’evoluzione sociale è stata un frutto dell’alleanza – facile o litigiosa più di un matrimonio, lineare o tortuosa, cercata o subita – tra i soggetti sociali più innovativi e la parte più aperta dell’ente locale. Lo stesso si può dire anche guardando entro il terzo settore e la cooperazione sociale. Pur maledicendolo ogni santo giorno, pur sentendosi il “nuovo” dentro un “vecchio” quasi irriformabile, la cooperazione sociale storicamente ha scelto di essere parte del movimento cooperativo e non un’altra cosa. Insomma, un rapporto di amore – odio per le istituzioni, da cui è scaturito un trentennio di cambiamento radicale del nostro welfare.

10. In confronto, oggi, la situazione appare paradossale. Di innovazione sociale si è occupato il MIUR e il MISE, il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, no; e a discesa ogni amministrazione con competenze sul welfare. Anche a livello territoriale nulla che vada oltre a sperimentazioni episodiche. Nessun litigio, ma nessuna contaminazione extra convegnistica. Allo stesso modo, soggetti alfieri dell’innovazione che operino entro centrali cooperative o comunque le grandi aggregazioni cooperative poco o nulla. E le cooperative, generalmente, lo abbiamo detto considerano i temi dell’innovazione sociale nella categoria dell’hobbistica, cosa di per sé piacevole nel tempo libero, fino a quando poi non c’è da lavorare sul serio. Si potrebbe continuare, ma il senso è quello.

11. Non ci poniamo, in questa sede, il problema di capire “di chi è la colpa” (se colpa vi è). Cooperatori grigi e imbolsiti, usi a frequentare sale d’attesa degli assessori a salvaguardare rendite di posizione e non a guardare aventi? Innovatori ragazzini presutuosetti, tutta anglo-fuffa e fumo? (le cattiverie sull’Ente pubblico le saltiamo, è contro la Convenzione di Ginevra sparare sulla Croce Rossa). In fondo, se guardiamo al risultato finale, non è decisivo sapere di chi è la colpa, quanto constatare come una possibile risorsa innovativa, invece di contaminare e fare crescere il welfare, appare percorrere percorsi paralleli.

12. Intendiamoci, è possibile legittimamente sostenere che a) è solo un bene che sia così, tanto sia pubblico che sul terzo settore tradizionale sono solo cadaveri provvisoriamente scampati all’estinzione, l’unica cosa che farebbero è imbastardire l’innovazione, più ne stanno fuori meglio è; e/o 2) che l’innovazione sta proprio nel riconcettualizzare una questione ad oggi interpretata in termini di welfare in un modo diverso, più affine ai temi dello sviluppo locale e della contaminazione del tessuto economico, quindi è normale che i riferimenti, tanto istituzionali che sociali, siano diversi.

13. Cosa è giusto o cosa no lo dirà la storia.Nella storia esistono anche le rivoluzioni, che non sono venute a patto con niente e con nessuno e che hanno cambiato il mondo. Come esistono (sono molte di più) rivoluzioni fallite che non hanno cambiato un bel nulla se non, in senso opposto, per le reazioni contrarie che hanno suscitato. Ma accanto ai processi di rottura, vi sono esempi di cambiamento maturati entro una dialettica anche aspra, ma che ha coinvolto le istituzioni: anche a prescindere dal welfare, trent’anni fa buttavamo tutti i rifiuti in una pattumiera e nessun papà cambiava i pannolini al proprio figlio. Evoluzioni che si sono sostanziate grazie all’incontro / scontro tra battaglie movimentiste, organizzazioni strutturate della società civile, istituzioni permeabili al cambiamento, incessante lavoro sul piano culturale. in assenza di questi processi le istanze di cambiamento di una generazione culturalmente assai vivace come quella attuale, rischiano di rimanere risultano disperse. 

Viaggio nel cuore della cooperazione

Riccardo Grozio intervista Valerio Balzini per Liguria Non Profit, con un "viaggio nel cuore della cooperazione". Di seguito una sintesi dei contenuti, qui l'intervista completa

”Profugopoli”... denuncia il grande business dell'immigrazione... Non le pare un po' timida la reazione del mondo della Cooperazione? 

Forse è anche vero, siamo sotto attacco da più parti e forse anche poco coesi per sviluppare una reazione collettiva. Quello che posso dire con certezza è che senza immigrati il nostro Paese e la Liguria, in particolare, sono destinati, nel giro di qualche decennio, ad un inevitabile declino, di cui vediamo già oggi i primi segni. Occorre separare nettamente il problema dell'integrazione da quello dell' illegalità. L’alternativa non è fra “accogliamoli tutti o espelliamoli tutti”. Integriamo invece nuove famiglie che possano rigenerare un tessuto sociale sempre più debole e vecchio.

La cooperazione, oggi sotto attacco dall' esterno, non ha anche gravi problemi interni, come la perdita di identità e del senso autentico dell'operare insieme? 

Il valore del volontariato, che storicamente ha generato la cooperazione sociale, purtroppo è stato smarrito, mentre rimane ancora l’elemento portante e distintivo del settore, che è sempre più identificato, sia all’esterno che all’interno, come fornitore di servizi socio-sanitari. Spesso la cooperazione sociale è considerata erroneamente come una risposta lavorativa costruita sui bisogni dei più deboli. Guai a pensarla così. ...

La risposta della Cooperazione agli scandali di Mafia Capitale è stata la petizione “Stop alle false cooperative”, .... Cosa ne pensa? 

Occorre bandire le cooperative spurie, che utilizzano questa forma giuridica unicamente per ottenere vantaggi e produrre più utili per poche persone. ... cooperazione sociale che non è più semplicemente un pezzo di welfare che il pubblico estrenalizza, ma un vero e proprio progetto di inclusione sociale, in cui l’innovazione gioca un ruolo centrale. ... occorre rispondere direttamente ai bisogni dei cittadini e delle famiglie, creando, anche insieme all’Ente Pubblico, reti fiduciarie territoriali

Come vede la Riforma del Terzo Settore promossa dal Governo? 

Una buona Riforma, anche se mi aspettavo qualcosa di più. In certi aspetti è persino un po’ timida. La nostra Legge Regionale, riconoscendo apertamente la funzione pubblica del Terzo Settore, è sicuramente più avanti.

Quattro sfide per la cooperazione sociale

Compiuti i primi 20 anni di attività, cogliamo l’occasione per riflettere brevemente sulle molteplici esperienze realizzate in questo periodo di tempo e nei due decenni precedenti, consapevoli che la nostra storia - e quella della cooperazione sociale nel suo complesso - non inizia nel 1995, ma nei primi anni ’80 del Novecento, quando i movimenti per il cambiamento, già attivi e protagonisti a partire dall’anno simbolo ‘68 e poi nel corso di tutti gli anni ‘70, perdono rapidamente i loro spazi di agibilità politica, a seguito di una sostanziale sconfitta sul campo.

E’ proprio a partire dalla perdita di spazio di agibilità politica che le energie di quei movimenti si riversano in altri contesti, come la riscoperta della – fino ad allora bistrattata - dimensione privata, e verso altri obiettivi, come l’allora nascente ambientalismo, ed il pacifismo (ancorché coniugati di prevalenza nella forma oppositiva: contro le centrali nucleari, contro gli euromissili…, ma anche aperti a nuove modalità costruttive, quali il ritorno alla terra e all’agricoltura non industriale) e, per quanto qui maggiormente ci interessa, l’azione per il cambiamento sociale, non solo volta alla costruzione di modelli teorici alternativi, ma anche, e soprattutto, costruire alternative concrete. In altre parole, ciò che già ha avuto avvio, in precedenza, come attività politica contro le istituzioni totali (manicomi, carceri, caserme, orfanatrofi) diventa azione concreta nei territori urbani, diretta a risollevare persone e fasce di popolazione dalle condizioni di disagio causate dai fattori più diversi (economici, sanitari o culturali). Da un primo fiorire di scuole popolari, laboratori di animazione, gruppi teatrali di avanguardia, via via si organizzano forme di intervento sociale più basilari e quotidiane, quali le prime comunità familiari per minori, i centri socioeducativi, le comunità per la cura del disagio psichiatrico, le attività di inserimento lavorativo.

È a questo punto (variamente databile, nel corso del decennio ’80) che nascono le cooperative sociali come supporto organizzativo e societario a quelle attività, avviate per lo più inizialmente in forma volontaristica e progressivamente trasformate in professionali, proprio per la loro nuova natura “quotidiana” e tale da richiedere impegni a tempo pieno. Tipicamente, una primissima fase sperimentale è sostenuta dagli obiettori di coscienza al servizio militare, che mettono a disposizione i loro 12- 20 mesi di servizio civile e supporti organizzativi ed economici complessi e non più gestibili con le modalità leggere dell’impegno volontario.

In tal modo, la cooperazione sociale diventa rapidamente il luogo per eccellenza produttore e realizzatore di idee e sperimentazioni nell’ambito dei servizi sociali, affrontando una prima ‘sfida’, quella di costruire un nuovo sistema di servizi per le fasce svantaggiate, in forte partnership con gli enti locali, che investono - non solo le risorse economiche, ma anche le loro migliori competenze tecniche. Si tratta di un sistema innovativo e rivolto alla persona come tale, e non più all’istituzione totale come interprete assoluta dei bisogni della persona in difficoltà.

Questa prima fase pionieristica culmina con l’approvazione della legge 381 del 1991, che ’fotografa’ e norma la situazione così come si è venuta a creare, costituendo la nuova fattispecie di società ‘cooperativa sociale’ e riconoscendole lo scopo di perseguire l'interesse generale della comunità alla promozione umana e all'integrazione sociale dei cittadini attraverso:

  1. la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi;
  2. lo svolgimento di attività diverse finalizzate all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate (art 1).

Una seconda sfida si presenta nel Decennio successivo, quando le risorse ‘scarse’ (e quindi più preziose) passano dalle capacità tecniche e di innovazione (quelle che hanno caratterizzato il primo periodo) ad essere puramente economiche, introducendo una problematica sconosciuta fino ad allora: la sostenibilità economica dell’attività sociale in un contesto di spesa pubblica in progressiva e costante diminuzione.

Lì si colloca la nascita del Consorzio Agorà, come risposta organizzativa ed imprenditoriale alla necessità di coniugare l’offerta di servizi alla persona, segnatamente quella in condizioni di disagio, con l‘esigenza ormai imprescindibile di avere un’organizzazione capace di supportarne la gestione via via più complessa e la necessaria quadratura dei bilanci. Scelta inusuale, all’epoca, e destinata a destare scalpore e non pochi malumori nell’ambiente ancora legato a modelli meno complessi, dove la componente ideologica si pone talvolta come sovrastruttura ad appesantire la connaturata componente etica ed ideale…

Sta tutta qui l’intuizione originaria e fondativa di Agorà, nella necessità cioè di aggregare cooperative attive e vitali non per la semplice condivisione di alcuni servizi all’impresa, ma anche e soprattutto per la costituzione di un gruppo compatto capace di politiche imprenditoriali unitarie - non ultime l’organizzazione e la gestione dei servizi offerti e la gestione delle risorse economiche e finanziarie- in grado pertanto di confrontarsi con un mercato dei servizi - che proprio allora si stava delineando con la forza aggregata e coesa dei soggetti consorziati.

La progressiva contrazione del welfare e delle risorse dedicate, il taglio della spesa per il welfare in particolare negli enti locali, la crisi economica generata dagli eventi del 2008 pongono la cooperazione sociale di fronte a una terza sfida, quella cioè di offrire, accanto ad una gamma di servizi di qualità – ed in costante evoluzione e innovazione – e nel rispetto delle esigenze di sostenibilità economica, anche consistenti opportunità di lavoro, garantendone sia i diritti giuslavoristici sia le potenzialità di crescita umana e professionale. Viene recuperata qui la dimensione originaria della cooperazione tout court, quella cioè di aggregare allo scopo di offrire opportunità lavorative, all’interno di un contesto partecipativo e democratico, dove il profitto è strumento funzionale da reinvestire e non obiettivo da perseguire come primario dell’azione imprenditoriale, mentre primari rimangono invece gli obiettivi mutualistici, cioè l’offerta di lavoro e servizi.

In tal modo, le risorse economiche seppure limitate, fornite dal pubblico ai soggetti del terzo settore conseguono il duplice obiettivo di mettere a disposizione servizi di qualità per persone in condizioni di disagio e, nel contempo, di offrire massicce opportunità occupazionali (in una coop sociale mediamente il costo del lavoro assorbe circa l’80 per cento dei fatturati) in un contesto economico segnato dalla sempre più marcata diminuzione del lavoro e dei suoi diritti, evitando, per la natura etica della cooperazione sociale, le scorciatoie brevi del lavoro non garantito e precario, in favore del rispetto della dignità e dei diritti dei lavoratori (e quindi dei contratti collettivi, del tempo indeterminato, delle politiche di welfare aziendale ecc..).

Oggi una quarta sfida si presenta di fronte alle nostre organizzazioni, quella cioè di essere in grado di offrirsi come modello di impresa economica anche per settori diversi dal nostro, forti dall’aver sperimentato come la gestione condivisa e partecipata (pur nel contesto di organizzazioni strutturate) il rispetto di diritti del lavoro, di una dimensione etica dell’agire economico, e segnatamente l’orientamento non centrato sul profitto possano garantire importanti successi imprenditoriali (quali ad esempio la sopravvivenza ad una crisi che sta mettendo in forte difficoltà così tanti soggetti economici, e la salvaguardia dei livelli occupazionali, ma anche la capacità di competere e superare, a livello tecnico-professionale, organizzativo e di mercato, non pochi soggetti privati).

In questa direzione, le società cosiddette di ‘quarto settore’ negli States (es: Patagonia Corporate e la sua Corporate Responsibility) o le esperienze nostrane di responsabilità sociale di impresa e di welfare aziendale sembrano già cogliere gli aspetti più salienti dell’esperienza di economia etica sperimentata dal terzo settore: ma tutto un mondo imprenditoriale si sta affacciando a questi temi, e nel futuro più prossimo non potrà sottrarsi dal confrontarsi con esso. E noi, avremo più di qualcosa da dire al riguardo.

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