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25/4/2016 - Ho sentito anche questo!

In effetti me lo stavo chiedendo, cosa dicono quegli amministratori locali che per dovere istituzionale debbono tenere il discorso del 25 aprile, ma che il 24 e il 26 (e i giorni più o meno adiacenti) ringhiano contro gli immigrati.

Bene, sono stato accontentato. Dopo che i bambini della scuola elementare avevano finito di declamare stralci del discorso di Calamandrei sulla Costituzione, dopo inno nazionale e introduzione dell’ANPI che commemora i partigiani del paese, tocca al Sindaco tenere discorso.

Il ragionamento è più o meno questo: ricordare i partigiani caduti è un modo per rafforzare la nostra identità, sono i nostri morti, la nostra storia locale di cui andiamo orgogliosi (e vabbè, escamotage furbetto, penso, ma ci può stare, anche se presumibilmente qualcuno dei caduti abbracciava orizzonti internazionalisti); oggi, inoltre, dobbiamo avere la capacità di sentirci tutti uniti, superare le divisioni (sarà un invito alla riconciliazione nazionale? Ci può stare anche questo, anche se non sembra proprio più un clima di caccia al fascista; adesso magari virerà su Pansa e “Il sangue dei vinti”? … SBAGLIATO! No, non è lì che il sermoncino vuole andare a parare!). Ecco, ora ci arriva: cos’è che ci divide? Qual è la minaccia di fronte a cui l’Italia tutta deve destarsi e cingersi d’elmo la testa e pugnare? Ora forse si rende conto che la sta dicendo un po’ grossa e fa uno strano giro di parole, ma - penso di avere ben compreso - il concetto è quello: la nostra generazione in luogo della Wehrmacht è chiamata a contrastare altre orde di invasori. Lascio alla vostra immaginazione quali. Sì, ecco il significato del 25 aprile: come ieri ai nazisti, oggi tocca opporsi ai negri invasori che insidiano la nostra identità culturale, il nostro essere popolo e comunità. E se ho colto bene il filo del ragionamento, io – noi – invece siamo gli eredi diretti della Xa MAS a Salò. Perché? Come, perché: facile! In fondo l’orda barbara sta entrando dentro i sacri confini grazie a dei perfidi collaborazionisti che per guadagnarci dei soldi o per altri non meglio individuati interessi di potere li fanno entrare a frotte.

Sono un po’ confuso ma comprendo quanto basta per astenermi dall’applaudire, o meglio, da riservare tutti gli applausi a ragazzi che leggono “Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione

Racconto natalizio

La storia è abbastanza nota. Si tratta di una famiglia di extracomunitari, una di quelle che non riesce a stare fuori dai guai. Pur assai anziano, a causa di un innalzamento dell’età pensionabile, lui, un falegname, aveva dovuto lavorare all’estero parecchi anni e solo da pochi mesi era tornato in patria. Ed erano iniziati i problemi. 

Benchè i potenti di allora fossero dediti a baccanali e amassero le danze dei sette veli fatte da giovani ragazze, le leggi si ergevano a strenua difesa della famiglia; bene, con alcuni semplici calcoli, vi fu chi mise in dubbio la virtù di sua moglie, che risultava in stato interessante. A chi gli chiedeva perché non la ripudiasse rispondeva con una strana storia farneticante. Probabilmente era pazzo, sempre che questo suo insistere sui “sogni” non rivelasse una doppia diagnosi. Insomma, le alternative erano lapidare lei e fare un TSO a lui, oppure calare un velo pietoso e lasciar stare. Si concluse che in fondo si trattava di due poveracci, per cui con un residuo senso di umanità si scelse di far finta di niente, sperando che da quel punto in avanti rigassero dritto.

Non era finita. La maggior potenza planetaria del tempo adottava una politica imperialista nei confronti del medio oriente e inolte i cittadini erano vittima di imposizioni burocratiche che li obbligavano a vagare da una parte all’altra per essere a posto con i documenti. Fatto sta che i giorni si compirono mentre la famigliola era fuori dalla propria terra. Tra un cartello “non si affitta a galilei, samaritani e fenici” e varie diffidenze degli abitanti locali verso gli stranieri, anche trovare un misero riparo fu, a quanto sembra, una vera avventura. La storia non ci dice precisamente se ciò avvenne grazie ad un’occupazione abusiva, se si trattò di locazione con canoni che gridano vendetta, come talvolta avveniva nei confronti degli stranieri, o di atto di solidarietà di qualche eccentrico; va detto, ad onore della popolazione locale, che, forse per naturale tenerezza nei confronti dei neonati, qualche pacco alimentare venne offerto in dono dagli abitanti del luogo poco dopo la nascita del piccolo.

I guai continuavano. Per non meglio precisate esigenze di ordine pubblico, pochi mesi dopo vennero disposte misure inumane che colpivano direttamente i bambini più piccoli in modo indiscriminato. Come avvenne la “soffiata” non è ben chiaro – il falegname tirava di nuovo in ballo storie farneticanti – fatto sta che la famigliola di extracomunitari riuscì a partire in fretta e furia prima che accadesse il peggio.

Al confine non fu facile. Oltreconfine stavano discutendo una legge che respingesse alle frontiere chi tentava di entrarvi. Certo, visto il motivo dell'espatrio, vi erano tutti gli estremi per ottenere lo status di rifugiati, ma se la nostra famigliola fosse stata respinta indietro, con ogni probabilità sarebbe finita molto male. Del caso si discusse a lungo, anche perché Oltreconfine i compaesani della famigliola avevano lasciato un pessimo ricordo. C’era chi sosteneva che il Re Erode forse era un po’ eccentrico, ma che comunque vi era un accordo con lui per rispedire indietro tutti quei pezzenti. D’altra parte vi fu la ferma opposizione di alcune associazioni umanitarie e alla fine, grazie al fatto di essere un buon artigiano, il falegname riuscì ad ottenere un permesso di soggiorno e, almeno per un po’, le cose filarono lisce.

Sul fatto che in quella famiglia non sapessero tenersi lontano dai guai vi sarebbe molto da scrivere, tanto è vero che sia il bambino sia suo cugino fecero una brutta fine. Predicatori estremisti, secondo i documenti delle autorità. Ma questa è un’altra storia.

25/4/2010 - Piccole resistenze

Non è usuale, per la cooperazione, dedicare riflessioni alla data del 25 aprile. NotizieInRete è solo una newsletter operativa, ma con la consapevolezza che l'operatività non deve farci perdere l'attenzione per alcune trasformazioni che stanno attraversando la nostra società. In questi mesi si è pertanto scelto di parlare di pogrom di nomadi, dei ripetuti richiami di istituzioni internazionali preoccupati del dilagare, nella cultura e nella politica del paese, di posizioni razziste o xenofobe, dinormative sui migranti, di white christmas. Sono alcuni - ma non i soli - segnali del pericolo che un patto originario rischia di decomporsi. E' il patto sancito dalla Costituzione ad essere a rischio, prima ancora che per il tentativo dell'una o dell'altra forza politica di forzarne specifiche norme, per il diffondersi nella società e nella cultura di valori lontani dai "doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale" e dal proposito di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana" costituzionali.

Per alcuni anni, e in particolare nel 2009, è parso che il tema all'ordine del giorno fosse la necessità di "ripensare" il 25 aprile in chiave meno parziale e il "rispetto di chi stava dall'altra parte"; in questo modo contrabbandando con la legittima pietà e rispetto per tutti i caduti una visione sbiadita deivalori costituzionali - quelli sì, patrimonio di tutti - che trovano origine in quei momenti storici (è un classico da tutti conosciuto, ma sempre da rileggere il celebre discorso di Calamandrei del 1955).

Fa certo piacere leggere l'intervento, a tratti appassionato, del Presidente della Repubblica promunciato a Milano il 24 marzo; ma soprattutto fa bene la lettera dell'imprenditore di Adro - rimasto anonimo - che ha scelto di pagare la mensa per i bambini che ne erano stati esclusi. Tanto per ricordare le piccole resistenze all'imbarbarimento che ciascuno di noi oggi può fare.


A proposito, ricordare la riconquista della libertà significa anche ricordare la rinascita della cooperazione: Confcooperative, sciolta dal fascismo, si ricostituisce pochi giorni dopo la liberazione; tre anni dopo la Costituzione all'art. 45 "riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata".  

Donazioni: a Natale siamo tutti più buoni

Da una parte si sta sviluppando in questi giorni un dibattito sull'ultimo volume curato da Lester Salamon sulle nuove frontiere della filantropia (vedi qui una recensione su Secondo welfare e su Impresa sociale); dall'altra ciascuno di noi sperimenta in questo periodo dosi massicce disollecitazioni filantropiche concrete.

Qualsiasi passante, nel percorrere una via del centro cittadino, è intercettato da uno svariato numero svariato di promotori di Buone Cause, sorridenti, amichevoli, talvolta anche non privi di una certa astuzia (sarà un caso, ma spesso un signore di mezza età viene interpellato da ragazze giovani e carine, che istintivamente è più difficile respingere). 

E, anche a casa, l'assalto continua. Pop-up con bambini sofferenti che si aprono sullo schermo del PC e cassette delle lettere piene.

Che sia il Natale in cui siamo tutti più buoni o l'esser finiti, per un magari lontano atto di liberalità, in qualche indirizzario selezionato di potenziali donatori, ci vediamo rivolte decine di istanze impellenti, tutte drammaticamente impellenti: bambini morenti, disabilità d'ogni genere, innocenti perseguitati, poveri d'ogni cosa, sfollati di crudeli guerre fratricide, opere pie da edificare, pozzi da costruire, specie rare minacciate e malati da salvare. Ciascuno che attende un piccolo gesto, una donazione che può significare salvezza - o quindi, se negata, rovina (di cui tu, proprio tu, sei responsabile!). 

E ci si sente allora spuntare dentro una punta di indifferenza o addirittura di cinismo, del tutto incoerente tra l'altro con la propria militanza per analoghe Buone Cause: come se questa overdose di necessità assolute suscitasse, per reazione, uno schermo di protezione, per cui alla fine la lettera con foto del bambino che soffre la fame viene accartocciata e cestinata. Come le altre, come la pubblicità dei cesti natalizi. E per fare questo si è costruito, appunto, un piccolo muro dentro di sé. 

I messaggi sono tutti molto simili, le fundraising school il loro buon lavoro l'hanno fatto. Le comunicazioni sono personali, dirette, convincenti, concrete. Devono avere tutti letto lo stesso buon decalogo di un ottimo consulente di marketing e sanno utilizzarlo. 

Sono finiti i bei tempi dei tizi un po' rovinati che ti dicevano "Hai pregiudizi contro i tossicodipendenti" ("no, ma su chi mi fa domande del genere sì", era la risposta più facile), eravamo all'anno zero delle strategie di approccio, un'astuzia così ingenua da fare quasi tenerezza. Oggi - questo è l'approccio di una di una di queste grandi organizzazioni - alla domanda "chi siete?" (o "cosa volete?", "perché mi avete fermato?", "volete soldi?" o qualsiasi altro incipit da parte del passante fermato) la risposta è "Cerchiamo angeli". Da abbracciare sul posto la signorina che la dà e il consulente che l'ha immaginata. Grandiosa!

L'approccio è spesso simile. In prima battuta chi ti ferma per strada non te lo dice che la Causa ha bisogno di un sostegno economico: è stato ben istruito sul fatto che chiedere soldi subito indispone. Vieni invitato a mettere una firma, il colloquio prosegue come fosse finalizzato all'informazione e sensibilizzazione sulla Causa, poi ti vengono spiegate le cose importanti che l'organizzazione fa, quindi infine arriva la richiesta economica. E ovviamente non vi è nulla di male a chiedere ai cittadini di donare; semplicemente può essere fastidioso nella misura in cui il le scene iniziali appaiono un semplice stratagemma per agganciare il "cliente"  al fine - non subito dichiarato - di chiedere una donazione. Chi ha tempo provi ad esplicitare ai simpatici attivisti che stanno chiedendo una firma su una non meglio precisata petizione: "non ti darò soldi, nemmeno un euro; ma se mi stai raccontando tutto ciò perché vuoi sensibilizzarmi e informarmi sono felice di ascoltarti". Quando capiscono che non sei convincibile a fare la donazione o lasciare la carta di credito perdono ogni interesse, segno l'effettivo (ma non dichiarato) scopo era quello di chiedere l'obolo.

Certo che rivolgersi ai cittadini per sensibilizzarli su Buone Cause è una libertà inalienabile e che farlo bene è meglio che farlo male. Ma, soprattutto in un panorama fattosi sempre più affollato, dove, complice la diminuzione di risorse pubbliche, ciascuno cerca di competere con ogni arma su quelle - anch'esse ben provate - di tasca privata, l'effetto complessivo rischia di essere ben distante da quello auspicato. E ciò non solo perché richiede presumibilmente investimenti crescenti per raccolte che difficilmente terranno il passo, ma perché l'effetto intermini di coinvolgimento sociale rischia di essere opposto a quello cercato. 

Quale sia la soluzione è difficile dirlo, anche perché in un contesto concorrenziale chiunque si adattasse a strategie meno arrembanti verrebbe probabilmente soppiantato da altri competitor (!) più agguerriti, professionali e spregiudicati da un punto di vista comunicativo. 

Sia chiaro: in questione non vi è la bontà delle cause e la meritorietà delle organizzazioni, dove decine o centinaia di persone si prodigano con generosità e onestà per finalità di sicuro interesse generale. Ma, è il caso di chiedersi, è proprio così auspicabile che tali Buone Cause siano affidate ad un contesto competitivo simile a quello in cui il cittadino spesso sceglie come tra Coca e Pepsi, in cui la validità del prodotto e la raffinatezza di tecniche di marketing si intrecciano? 

Il meccanismo di preferenza sollecitato in questioni di "gusto" - alimentare, di vestiario, hobbistico - può essere senza distorsioni alla base dei meccanismi che allocano risorse per delicate finalità di interesse generale? 

Ha senso competere per una donazione in strada, via SMS, via posta a Natale o in occasione del 5X1000? E, considerando ad esempio questo ultima circostanza, siamo certi che sia ragionevole una dinamica allocativa ha come risultato di concentrare su una ventina di organizzazioni su oltre 30 mila un quarto delle risorse complessive? Dove è evidente quindi, senza nulla togliere alla indiscutibile meritorietà dei premiati, che l'esito non è commisurabile all'effettiva rilevanza sociale dell'azione svolta, ma almeno in buona parte alla visibilità e alla strategia comunicativa. È ragionevole che un passaggio TV in prima serata di un leader di organizzazione di terzo settore sposti l'allocazione di centinaia migliaia di Euro? 

È ragionevole un sistema ove i criteri allocativi sono fortemente orientati dalla "spendibilità del prodotto", per cui per un bambino malato si dona, per un anziano - decrepito e inadatto a bucare l'obiettivo - no, meno che per uno scoiattolo asiatico (carino)  in via di estinzione? 

È proprio vero che tutti gli strumenti sono di per sé neutri e che in quanto tali non condizionano la purezza dei fini? Si è certi che instillare nelle organizzazioni una cultura aziendale tesa ad associare i comportamenti di mercato (le strategie di comunicazione aggressive, la ricerca visibilità, l'idea che di dover prevalere in una competizione in cui il cittadino è un "cliente" da conquistare) non comporti insieme a valori positivi - intraprendenza, indipendenza dai fondi pubblici, dinamicità, superamento dell'assistenzialismo - possibili effetti non voluti? 

Forse oggi non è facile avere risposte convincenti, ma l'impressione è che si sia lontani anche dal porsi le domande! 

E allora proviamo a farlo, pur senza pretesa di sistematicità. 

1) Se invece di mirare alla donazione in denaro si mirasse all'impegno personale, al tempo e al coinvolgimento delle persone, forse l'esito sarebbe diverso? L'obolo porta ad un marketing emotivo e di corto respiro, una sollecitazione - preferibilmente pietosa - che deve colpire il destinatario il tempo necessario a mettere mano al portafoglio o di digitare un sms; la disponibilità all'impegno individuale sollecita un rapporto più profondo, il cambiamento della persona con cui si parla e probabilmente porterebbe le organizzazioni stesse a strutturarsi in altro modo, ad avere bisogno di meno soldi per il personale e di più attivisti. 

2) Non è moralismo, avversione verso il denaro corruttore - e ci mancherebbe, soprattutto da parte di chi fa impresa sociale - ma va messo in questione l'armamentario culturale che ciascuno può constatare facendo una ricerca internet rispetto ai manuali di fund raising. "Margini operativi" di una campagna, "segmentazione dei donatori", il "mercato delle cause" e il "mercato delle donazioni", ecc.: e se questi concetti e tanti altri concetti simili provassimo a buttarli nella spazzatura? Magari solo il tempo necessario per ritornare a riflettere su aspetti di impegno civile, cambiamento sociale? Non perché vi sia alcun merito ad essere autentici ma inefficaci, ma perché i mezzi, quando non si sta attenti, cambiano la testa di chi li assorbe come prassi quotidiana, e facilmente, in breve tempo, anche gli scopi ultimi per cui si opera. 

3) Se questi o altri concetti fossero condivisi, almeno dai maggiori soggetti che operano in questi ambiti, sarebbe possibile arrivare ad unaautoregolamentazione del settore? Certo è difficile, non vi è in questo caso un ordine professionale che può darsi norme e farle rispettare, l'universo stesso dei potenziali interessati è sfumato ed eterogeneo, ma un patto tra alcuni soggetti guida, opportunamente pubblicizzato e accompagnato da un'adeguata azione culturale potrebbe essere un primo passo. 

4) Forse sottesa a questo discorso vi è anche una riflessione più ampia sulla crisi delle istituzioni - pubbliche in primo luogo, ma non solo - che hanno il compito di mediare l'allocazione delle risorse secondo criteri che, si auspica, dovrebbero essere maggiormente ispirati ad una lettura articolata e bilanciata dei bisogni e alla formulazione di strategie equilibrate. Intendiamoci, molto si potrebbe scrivere delle distorsioni della spesa mediata dall'istituzione pubblica, sensibile a gruppi di pressione, corruzione, clientele, prossimità partitica, corte vedute, ecc.; ma questo non porta con sé necessariamente la conseguenza chel'allocazione "non mediata" - da cittadino a soggetto produttore - sia ottimale solo per il fatto di essere generata da una libera preferenza. E ciò vale a maggior ragione per un'allocazione non mediata entro un contesto competitivo, che se da una parte stimola ciascuno a dare il meglio (a comunicare meglio, a rendicontare meglio, a fidelizzare meglio) dall'altra genera le distorsioni sopra descritte. 

Insomma, ciascun metodo di allocazione non è scevro da controindicazioni e una visione responsabile porta a riflettere con serenità e consapevolezza su questi temi, avendo come orizzonte mirando non la ricerca di contesti allocativi che, per posizionamento o abitudine, meglio favoriscono la propria parte, ma il perseguimento di finalità di interesse generale. 

Certo, in una società democratica ciascuno può liberamente proporre alla pubblica attenzione le Cause che più ritiene rilevanti nonché argomentare di perseguirle in modo più meritorio di tutti gli altri che dichiarano obiettivi analoghi. Ma questa libertà inalienabile va congiunta con la responsabilità, che porti ad ad equilibrare la positiva carica di iniziativa di ciascuno con disegni più ampi ancorati ad una lettura dei bisogni ed ad una capacità di visione politica di medio termine.

25/4/2011 - La libertà perduta

In questi anni NotizieInRete ha sempre ricordato il 25 aprile, come momento di rinascita civile e politica del nostro Paese; l'anno scorso ci dedicammo alla libertà riconquistata, ricordando il celebre discorso di Calamandrei (video  1 - 2 - 3) sulla Costituzione.

Quest'anno - lo facciamo oggi, perché per le festività pasquali il prossimo numero slitta tra 15 giorni -  proponiamo invece una riflessione sulla libertà perduta.

Quando la libertà può dirsi perduta, quando l'Italia perse la sua libertà condannandosi ad un ventennio buio culminato in tragedia?

Sicuramente da un punto di vista storico sono corrette molte risposte - la marcia su Roma, del 28 ottobre 22, potrebbe essere la più naturale, o le date delle "leggi fascistissime" adottate tra il 1925 e il 1926, ad esempio.

La libertà è perduta, si potrebbe rispondere, quando può essere attaccata pubblicamente senza che ne derivi scandalo o reazione. Quando il cammino verso il totalitarismo termina di essere avversato e di creare indignazione, ma viene giustificato come frutto di necessità superiori o della mandato del popolo laborioso che chiede ordine e sicurezza.

 

Dopo le tensioni seguite al delitto Matteotti e la risposta dell'opposizione con la secessione dell'Aventino, il 3 gennaio 1925 Mussolina pronuncia un celebre discorso alla Camera, sotto riprodotto in sintesi. Stili e argomentazioni vanno letti con attenzione, perché la tentazione di ritenere la libertà un accessorio futile è sempre presente. Poche ore dopopartirono le disposizioni ai prefetti che determinarono, in capo a pochi giorni, la chiusura di circoli e associazioni, arresti degli degli oppositori politici, limitazioni alla libertà di stampa con ripetuti sequestri delle testate di opposizione. Le reazioni dell'opposizione sono deboli e divise. Le istituzioni che dovrebbero garantire la democrazia non reagiscono. Il Re è probabilmente contento. L'Italia ha digerito il fatto che la libertà si può perdere, che chi la reprime è un uomo della Provvidenza.  Nei successivi due anni si compì la definitiva trasformazione dell'ordinamento dello stato in senso totalitario (le già citate "leggi fascistissime". Questo il discorso di Mussolini.


"… Fu alla fine di quel mese, di quel mese che è segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: "voglio che ci sia la pace per il popolo italiano"; e volevo stabilire la normalità della vita politica.

Ma come si è risposto a questo mio principio? Prima di tutto, con la secessione dell'Aventino, secessione anticostituzionale, nettamente rivoluzionaria. Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorato per tre mesi.

 Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i giornali! … Si facevano inquisizioni anche di quel che succede sotto terra: si inventava, si sapeva di mentire, ma si mentiva.

E io sono stato tranquillo, calmo, in mezzo a questa bufera, che sarà ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima vergogna. Tuttavia io continuo nel mio sforzo di normalizzazione e di normalità. Reprimo l'illegalismo. … Si risponde con una accentuazione della campagna. Si dice: il fascismo è un'orda di barbari accampati nella nazione; è un movimento di banditi e di predoni! Si inscena la questione morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia.

… Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto [delitto Matteotti].

Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa!  Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! 

Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi.

In questi ultimi giorni non solo i fascisti, ma molti cittadini si domandavano: c'è un Governo? Ci sono degli uomini o ci sono dei fantocci? … Un popolo non rispetta un Governo che si lascia vilipendere! Il popolo vuole specchiata la sua dignità nella dignità del Governo, e il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: Basta! La misura è colma!... [segue descrizione dei disordini seguiti dei mesi precedenti, che Mussolini lega alla “sedizione” dell’Aventino]… Allora viene il momento in cui si dice basta! Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è la forza. Non c'è stata mai altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai.

Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il fascismo, Governo e Partito, sono in piena efficienza.

Signori!

il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell'Aventino. L'Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa.

Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l'amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario.

Voi state certi che nelle quarantott'ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l'area. Tutti sappiamo che ciò che ho in animo non è capriccio di persona, non è libidine di Governo, non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la patria.

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