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Ormai da tre anni NotizieInRete dedica un editoriale al 25 aprile. Nei precedenti due anni abbiamo utilizzato due celebri discorsi, il celebrediscorso sulla Costituzione di Calamandrei e quello di Mussolini del gennaio 1925 con cui preannuncia la svolta più autoritaria del fascismo. La libertà riconquistata e la libertà perduta; il primo per ricordarci del più alto patrimonio di valori alla base della nostra convivenza civile, il secondo per mettere in guardia contro la sonnolenza del Paese - perché non fosse anche nostra - che si avviava inconsapevole verso il baratro economico, morale, politico e democratico.

E di qui, quest'anno ripartiamo. La caduta libera è stata forse arrestata, la strada virtuosa non è ancora stata intrapresa. E non ci si riferisce tanto e solo alla situazione economica di quest'Italia un po' baraccatadi cui si è ragionato la settimana scorsa, ma ad un qualcosa di più profondo, che contribuisce alla ripresa in misura almeno pari al risanamento dei conti pubblici.

Il funzionamento del sistema democratico, frutto della liberazione del 25 aprile 1945, scricchiola pesantemente, non più per gli attacchi aggressivamente eversivi del Governo precedente - che almeno avevano l'effetto di suscitare una qualche pur blanda reazione - ma per consunzione interna dei suoi meccanismi più importanti.

Il fatto che l'aristocrazia della conoscenza, sia comunemente accettata come criterio di legittimazione nella formazione del Governo - un platonico "Governo dei sapienti" - marca certo la differenza rispetto alla compagine circense che lo precedeva, ma non ha nulla a che fare con la democrazia, tanto più quando nel sentire comune non pare essere l'eccezionalità temporanea, ma una soluzione cui guardare stabilmente.

I partiti sono in piena crisi di legittimazione, sono assolutamente incapaci di svolgere il ruolo costituzionale di raccolta delle istanze della società e di rielaborazione delle stesse in un quadro politico organico; sono delegittimati sul piano morale da scandali pesantissimi che altro non sono che la punta dell'iceberg conseguente all'occupazione militare della società civile di cui si sono resi protagonisti.

I meccanismi parlamentari sono inceppati. Non esiste una maggioranza che esprime e sostiene un Governo, un'opposizione che controlla e rilancia prospettive alternative, ma un magma indistinto che oscilla tra appoggio unanime e critica a giorni alterni, senza riuscire a intercettare e interpretare aspetti significativi delle richieste della società civile.

Il sistema elettorale è intollerabilmente verticistico, ai limiti della costituzionalità, espropria l'elettore della possibilità di scelta dei propri rappresentanti.

La volontà popolare è ridicolizzata impunemente e in modo bipartisan, senza che le istituzioni di garanzia abbiano mosso e muovano un dito; alcuni recenti scandali hanno messo in luce, oltre alle degenerazioni e alle ruberie, come sia in essere un sistema di finanziamento pubblico dei partiti in spregio alla chiara espressione di un referendum popolare; così come è  emerso come una decina di giorni dopo il referendum sull'acqua fossero già iniziate le manovre di lobbies e partiti per svuotarne il significato.

I principali canali di informazione sono lottizzati e di pessima qualità.

Il ruolo dei poteri economici, direttamente e attraverso le istituzioni finanziarie europee e internazionali, è ai limiti della compatibilità con un sistema democratico.

Tra partiti dei tecnici, partiti dei cattolici, partiti che vogliono cambiare nome, le soluzioni proposte per modificare questo quadro sanno di vecchio ancor prima di essere formulate.

Chissà cosa ne penserebbero coloro che hanno combattuto e sono morti per un'Italia democratica.

 

E, in questo panorama, quale sarà il ruolo di chi opera nella società civile e il terzo settore?

Più volte, un anno fa, scrivevamo della necessità di mantenere "la schiena dritta e lo sguardo in avanti", senza cedere alle piccole lusinghe del sistema in disfacimento. In un articolo della settimana scorsa di Arena su Labsus, il terzo settore è indicato, per la propria capacità di esprimere interessi generali e per il credito di cui gode, come fucina per la nuova classe dirigente.

Come ciò potrà concretizzarsi, oggi non è dato sapere. Ma è importante esserne consapevoli perché si tratta di uno dei pochi patrimoni di cui ancora il Paese dispone, che non va sprecato in compromessi di basso profilo, in brutte copie della politica o anche, d'altra parte, nella rinuncia a giocare un ruolo nello spazio pubblico.

Nell'Italia del 25 aprile 2012, la democrazia è ancora in parte da (ri)costruire. Un po' come nel 1945.

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