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25/4/2012 - La Democrazia da ricostruire

Ormai da tre anni NotizieInRete dedica un editoriale al 25 aprile. Nei precedenti due anni abbiamo utilizzato due celebri discorsi, il celebrediscorso sulla Costituzione di Calamandrei e quello di Mussolini del gennaio 1925 con cui preannuncia la svolta più autoritaria del fascismo. La libertà riconquistata e la libertà perduta; il primo per ricordarci del più alto patrimonio di valori alla base della nostra convivenza civile, il secondo per mettere in guardia contro la sonnolenza del Paese - perché non fosse anche nostra - che si avviava inconsapevole verso il baratro economico, morale, politico e democratico.

E di qui, quest'anno ripartiamo. La caduta libera è stata forse arrestata, la strada virtuosa non è ancora stata intrapresa. E non ci si riferisce tanto e solo alla situazione economica di quest'Italia un po' baraccatadi cui si è ragionato la settimana scorsa, ma ad un qualcosa di più profondo, che contribuisce alla ripresa in misura almeno pari al risanamento dei conti pubblici.

Il funzionamento del sistema democratico, frutto della liberazione del 25 aprile 1945, scricchiola pesantemente, non più per gli attacchi aggressivamente eversivi del Governo precedente - che almeno avevano l'effetto di suscitare una qualche pur blanda reazione - ma per consunzione interna dei suoi meccanismi più importanti.

Il fatto che l'aristocrazia della conoscenza, sia comunemente accettata come criterio di legittimazione nella formazione del Governo - un platonico "Governo dei sapienti" - marca certo la differenza rispetto alla compagine circense che lo precedeva, ma non ha nulla a che fare con la democrazia, tanto più quando nel sentire comune non pare essere l'eccezionalità temporanea, ma una soluzione cui guardare stabilmente.

I partiti sono in piena crisi di legittimazione, sono assolutamente incapaci di svolgere il ruolo costituzionale di raccolta delle istanze della società e di rielaborazione delle stesse in un quadro politico organico; sono delegittimati sul piano morale da scandali pesantissimi che altro non sono che la punta dell'iceberg conseguente all'occupazione militare della società civile di cui si sono resi protagonisti.

I meccanismi parlamentari sono inceppati. Non esiste una maggioranza che esprime e sostiene un Governo, un'opposizione che controlla e rilancia prospettive alternative, ma un magma indistinto che oscilla tra appoggio unanime e critica a giorni alterni, senza riuscire a intercettare e interpretare aspetti significativi delle richieste della società civile.

Il sistema elettorale è intollerabilmente verticistico, ai limiti della costituzionalità, espropria l'elettore della possibilità di scelta dei propri rappresentanti.

La volontà popolare è ridicolizzata impunemente e in modo bipartisan, senza che le istituzioni di garanzia abbiano mosso e muovano un dito; alcuni recenti scandali hanno messo in luce, oltre alle degenerazioni e alle ruberie, come sia in essere un sistema di finanziamento pubblico dei partiti in spregio alla chiara espressione di un referendum popolare; così come è  emerso come una decina di giorni dopo il referendum sull'acqua fossero già iniziate le manovre di lobbies e partiti per svuotarne il significato.

I principali canali di informazione sono lottizzati e di pessima qualità.

Il ruolo dei poteri economici, direttamente e attraverso le istituzioni finanziarie europee e internazionali, è ai limiti della compatibilità con un sistema democratico.

Tra partiti dei tecnici, partiti dei cattolici, partiti che vogliono cambiare nome, le soluzioni proposte per modificare questo quadro sanno di vecchio ancor prima di essere formulate.

Chissà cosa ne penserebbero coloro che hanno combattuto e sono morti per un'Italia democratica.

 

E, in questo panorama, quale sarà il ruolo di chi opera nella società civile e il terzo settore?

Più volte, un anno fa, scrivevamo della necessità di mantenere "la schiena dritta e lo sguardo in avanti", senza cedere alle piccole lusinghe del sistema in disfacimento. In un articolo della settimana scorsa di Arena su Labsus, il terzo settore è indicato, per la propria capacità di esprimere interessi generali e per il credito di cui gode, come fucina per la nuova classe dirigente.

Come ciò potrà concretizzarsi, oggi non è dato sapere. Ma è importante esserne consapevoli perché si tratta di uno dei pochi patrimoni di cui ancora il Paese dispone, che non va sprecato in compromessi di basso profilo, in brutte copie della politica o anche, d'altra parte, nella rinuncia a giocare un ruolo nello spazio pubblico.

Nell'Italia del 25 aprile 2012, la democrazia è ancora in parte da (ri)costruire. Un po' come nel 1945.

25/4/2014 - Egregio presidente, sugli F35 la smetta!

A prima vista, leggendo qua e là alcuni passaggi ("non possiamo sottovalutare la necessità di essere in grado di dare un concreto apporto, dove sia necessario - come già lo è stato in vari teatri di crisi - sul piano militare... Nessuna delle missioni europee e internazionali che sono risultate efficaci - dal Kossovo al Libano - per produrre effetti di stabilizzazione e di salvaguardia della pace, sarebbe stata possibile senza il supporto delle Forze Armate dei nostri paesi....Dobbiamo dunque procedere nella piena, consapevole valorizzazione delle Forze Armate che continuano a fare onore all'Italia"), il sospetto poteva essere  che qualche collaboratore distratto avesse per errore inserito nel sermone del Presidente per il 25 aprile un passaggio scritto per la ricorrenza del 4 novembre. E NotizieInRete, da sempre attenta alla celebrazione della Liberazione (1 - 2 - 3), non poteva che rimanere incuriosita.

Niente di tutto questo, invece, non è colpa di uno staffista maldestro, queste parole non sono a caso.

Seguiamo il discorso. Dopo le parole di rito, il nostro pur sempre moderato Presidente si concede un attacco che quasi sembra inneggiare alla lotta armata ("La Resistenza, ... fu nel suo insieme un grande moto civile e ideale, ... Ma fu innanzitutto - non sembri superfluo sottolinearlo - popolo in armi")

 Ma niente paura, anche in questo caso non si tratta di un refuso inserito da un altro collaboratore che ha riciclato in modo disattento un pezzo sul 25 aprile scritto in gioventù per Lotta Continua: perché il filo logico non va a parare sulla ribellione armata all'ordine costituito, ma, appunto - con un collegamento che farebbe invidia ad un curato di campagna d'altri tempi - all'importanza delle nostre Forze Armate.

Il Presidente indugia quindi su un inciso dedicato ai marò ("E desidero non far mancare una parola per come fanno onore all'Italia i nostri due Marò a lungo ingiustamente trattenuti lontano dalle loro famiglie e dalla loro Patria"); vicenda sicuramente spiacevole e in cui lo Stato indiano sta operando in modo censurabile, di cui però non è chiaro il legame con il 25 aprile: che i pescatori inveissero e gridassero con atteggiamento tipico dei pirati (versione italiana) o che la loro barca si sia avvicinata alla nostra petroliera muovendosi alla deriva perché l'equipaggio dormiva dopo una notte di pesca (versione indiana) si sta parlando di un tragico incidente in cui sono rimasti uccisi due poveracci innocenti, non di un coraggioso assalto ad una colonna di blindati nazifascisti.

Ma veniamo al punto, dove vuole andare a parare il Presidente? La risposta sta nella chiusura finale, nell'apice a cui - ora lo si capisce - tutto il discorso sin dall'inizio andava a tendere: "Dobbiamo procedere in un serio impegno di rinnovamento e di riforma dello strumento militare, razionalizzando le nostre strutture e i nostri mezzi, come si è iniziato a fare con la legge in corso di attuazione, e sollecitando il massimo avanzamento di processi di integrazione al livello europeo. Potremo così soddisfare esigenze di rigore e di crescente produttività nella spesa per la Difesa, senza indulgere a decisioni sommarie che possono riflettere incomprensioni di fondo e perfino anacronistiche diffidenze verso lo strumento militare, vecchie e nuove pulsioni demagogiche antimilitariste." E qui, sempre in tema di copia - incolla, verrebbe da pensare ad un riutilizzo di qualche vecchia esternazione del predecessore Cossiga, se non fosse che nemmeno lui forse si era spinto a tanto.

Il Presidente ce l'ha con chi mette in questione l'acquisto degli F35.Utilizza in modo increscioso uno dei palcoscenici istituzionali più sacri di un Paese, quello della ricorrenza in cui Esso celebra la sua rinascita dalla guerra e dalla dittatura, per affermare proprie posizioni che, nello specifico, divergono radicalmente da quelle espresse da una parte significativa del terzo settore. Ma non dovrebbe essere Presidente anche nostro?

Davvero pensa il Presidente che chi 70 anni fa perse o rischiò la vita per costruire una nuova Italia - e che pochi anni dopo scrisse l'articolo 11 della Costituzione - oggi vorrebbe destinare le poche risorse di un Paese stremato dalla crisi a comprare aeroplani da guerra invece che per rilanciare il Paese o per assicurare ai cittadini i diritti fondamentali ancora negati? Sicuro che nessuno degli eroi della Resistenza da lui ricordati oggi sia (o sarebbe, se in vita) un demagogo antimilitarista?

E ancora: perché non parlare chiaro? Nella retorica attuale, purtroppo, i linguaggi allusivi ("senza indulgere in decisioni sommarie" - quali? - "che possono riflettere incomprensioni di fondo" - quali? - ecc.), che dovrebbero appartenere a ben altre culture, sono utilizzati come segno distintivo di autorevolezza. Si sentono un po' tutti come il Papa (il quale, peraltro, di solito parla invece chiarissimo).

Di per sé nulla di strano che il Presidente ritenga auspicabile l'acquisto in questione, tanto più che se qui siamo è perché esso è stato ritenuto tale da precedenti Governi di diverso colore politico; ciò che è stonato è che una figura di garanzia di tutti si spenda con un intervento pesantemente di parte in un dibattito invece oggi assai acceso, che lo faccia tirando in ballo la lotta per la Liberazione e che lo faccia da un palco istituzionale di tale solennità.

La scelta di cui si sta parlando richiederebbe al contrario da una parte ben altro atteggiamento rispetto a quello (purtroppo pervicacemente) adottato sulla questione dal Presidente Napolitano; dall'altra invece che le forze politiche dicessero chiaramente cosa si propongono di fare, ottenendo poi consenso e dissenso da parte degli elettori ed essendo giudicati sulla effettiva fedeltà a quando proclamato in campagna elettorale.

25/4/2015 - Il vero discorso del presidente Mattarella

Il precedente numero di NotizieInRete era stato diffuso quando l'ultima immane tragedia del Canale di Sicilia era in corso. Ne è seguita una settimana dove, dopo le prime dichiarazioni del Governo, il tema è stato discusso in sede europea, con il risultato di una strategia in 13 punti e la promessa di un maggiore contributo economico per Triton. Ma, malgrado questo sia stato vissuto dal Governo come un successo, non sono mancate dure prese di posizione di tutte le organizzazioni che operano con i rifugiati e che si occupano di diritti umani, dalla Caritas al CIR, dall'UNHCR a Oxfam, ad Amnesty International e molte altre. 

Di seguito si trovano riassunti tutti gli elementi di questo dibattito, dai veri numeri del fenomeno alle proposte che erano state fatte all'Europa, per continuare con gli esiti del summit e i commenti.

Sono presenti alcuni articoli che ben riassumono i termini della questione; da parte nostra abbiamo pensato di contribuire riportando a lato un discorso - che però, ci viene il dubbio, abbiamo solo immaginato - che il Presidente Mattarella avrebbe tenuto in occasione del 25 aprile. Speriamo, un modo per riflettere sulla storia nostra e altrui, sul senso di richiamarci ai nostri valori fondanti, ai valori che danno il senso più profondo del nostro sentirci Stato e comunità, quando al tempo stesso vengono drammaticamente negati.

In esclusiva il vero discorso del Presidente Mattarella!

Non ci crederete, ma NotizieInRete può proporvi in esclusiva il vero discorso di commemorazione del 25 aprile del Presidente Mattarella – anche se, per motivi che non ci spieghiamo, risulta diverso da quelli comparsi sul sito ufficiale della Presidenza della Repubblica (che sono comunque molto belli: 1 - 2 - 3).

“Care concittadine e concittadini, rappresentanze delle associazioni partigiane, autorità civili, militari, è con vibrata emozione che, per la prima volta dalla mia elezione, commemoro la libertà riconquistata… Una libertà costata sacrifici e sangue, sofferenze e dedizione, in molti casi, molti, fino all'eroismo personale. [Il Presidente si asciuga il sudore. Tentenna.] La Resistenza mise radici nelle città e nelle campagne, costruendo una rete di solidarietà umana, e anche di condivisione civile e ideale… [il Presidente si blocca; si rivolge ad una giovane li presente, trent’anni e una faccia un po’ secchiona, che risulterà poi essere la sua ghost writer]”

“Scusa tu sei stata bravissima, il discorso era perfetto, sono io che proprio non ce la faccio.

“Guarda qua [il presidente sfoglia con foga il discorso preparatogli, con un lapis sottolinea qua e là delle frasi]: «… i cittadini vittime della barbarie nazifascista…»; «… la popolazione stremata da anni di orribile guerra…» «… le ignobili persecuzioni…» 

E noi cosa facciamo? Ce li abbiamo lì, le persone che oggi fuggono dalle barbarie – ma i tagliagola ci impressionano molto di più se decapitano un occidentale, se ammazzano un africano o un mediorientale il problema ci sembra minore - le persone vittime dalla guerra e delle persecuzioni. E tutto quello che sappiamo fare – governanti italiani e europei insieme - è pensare di bombardare le barche prima che partano (a parte che questa mi sembra, come direbbe il Presidente del consiglio, una gran bischerata, mi sa che lui e l’altro ragazzotto delle mie parti al Governo hanno fatto troppi videogiochi, speriamo solo che gli americani quei maledetti aereoplanini ce li continuino a dare disarmati se no finisce che si fa un guaio!), così fanno che ammazzarli lì dove sono, nei loro paesi o in Libia, che tanto per noi non sembra essere un problema. Ma è mai possibile farsi venire in mente un pensiero simile?! [Alcuni presenti bisbigliano, rumoreggiano, si guardano preoccupati]

E la «rete di solidarietà umana nelle città e nelle campagne» che vi ho citato prima? Ma sì certo, oggi siamo così solidali che magari si usano più navi ma le si tiene vicino alle coste, tanto quei disgraziati si inabissano prima, siamo così solidali che nessuno questi poveracci vuole prenderseli! Ah, ecco, nel discorso ci sono anche «gli italiani che con coraggio si opposero alle persecuzioni e accolsero le vittime della follia razzista». E questi no? Celebriamo gli eroi di settant'anni fa e le vittime delle persecuzioni di oggi col cavolo che le vogliamo accogliere!

[Il presidente, mentre parla, straccia ad uno ad uno i fogli del discorso, e li butta nervosamente a terra; poi, dopo un attimo di silenzio, continua a voce bassa, quasi parlasse tra sé e sé]

Ecco ora li sento già, scrivono a migliaia su internet da tutte le parti, “prenditeli a casa tua, Presidente, tu e il tuo amico Morandi che avete i soldi!” Sarò semplicistico, ma dico: siamo 60 milioni di italiani (e in Europa siamo oltre 740 milioni!), mettiamo anche di raddoppiare il numero di rifugiati del 2014, arriviamo a 120 mila disperati fuggiti da morte atroce. Uno su cinquecento. 10 su un comune di 5 mila abitanti. Insomma, se ciascuno gli offre da mangiare una volta all'anno il problema di come sfamarli l’abbiamo quasi risolto. Va bene, io e tanti altri che i soldi ce li abbiamo possiamo offrirgliene anche due al mese, di pasti, anche per chi non può, così i conti tornano... [Ora il Presidente si rivolge chiaramente ai presenti, ad alta voce, accorato] Se ciascuno facesse la sua parte, anche piccola, potremmo affrontare il problema! Ma figuriamoci se qualcuno lo farà, ancor più un mese prima delle elezioni dove dare addosso a quei poveracci paga eccome, in termini di voti. Ma che Italia, ma che Europa siamo!? 

Ma ci ricordiamo che di qui sono emigrate 30 milioni di persone, lo sappiamo che oggi vi sono 16 altri Stati ci sono in ciascuno più di 100 mila figli e nipoti di italiani emigrati, che nel mondo ci sono più discendenti di nostri emigrati che italiani in Italia? E il giovanotto che si sente in dovere di specificare che “sui barconi non ci sono solo famiglie innocenti”, così tanto per fa nascere il sospetto che siano terroristi, come se Isis o Al Quaeda li mandassero sui barconi: ma siamo matti? Vergogna! A noi e all'Europa. [Il Presidente diventa tutto rosso in volto, la voce gli trema dalla rabbia. Molti se ne vanno, si guardano l'un l'altro preoccupati toccando la tempia con l'indice, a dire "Il Presidente è diventato matto"]

E poi ce la prendiamo con chi accoglie. Certo ci sarà qualcuno che ha sbagliato e va punito, ma che Paese siamo se chi fa questo mestiere viene pagato poco e 10 mesi dopo, dove li trova i soldi per il cibo, l’alloggio, le cure mediche – per non parlare dello stipendio di chi lavora in prima linea nell’accoglienza e che di notte e di giorno sono è sempre pronto a recarsi al porto di turno per aiutare questi disperati? Ma sì, tutto torna, prendiamo qualcuno che ruba, diamo l’idea che tutti quelli che lavorano con i migranti sono così, in modo che chi si gira dall’altra parte si sente pure più onesto! [La gran parte delle autorità hanno già lasciato la sala. Il Presidente si asciuga ancora una volta il sudore.]

Insomma, scusate, ve lo assicuro, ci tenevo proprio perché è il primo 25 aprile da Presidente, ma oggi questo discorso non riesco proprio a farlo, mi dispiace, non riesco a far finta di niente, non ho fatto il partigiano perché all'epoca avevo tre anni, non ho proclamato l'insurrezione generale come un mio predecessore, ma credo veramente chi si è fatto ammazzare per un'Italia più giusta, a vederci qui a commemorare mentre tradiamo i valori fondamentali per cui ha dato la vita proprio non ci starebbe. E nemmeno io ci sto. Quest'anno niente discorso, poi l'anno prossimo, vedremo. [Sono andati via tutte le autorità e i giornalisti, dopo essersi promessi che nessuno avrebbe fatto cenno al discorso. Gli unici applausi, commossi, vengono da una decina di anziani partigiani superstiti]

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