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Questa è la settimana dei primi due decreti applicativi del Jobs Act. Il dibattito politico e i mezzi di informazione si concentrano soprattutto sul D.Lgs che ridefinisce i contratti di lavoro con il sistema delle c.d. “tutele crescenti”, riproponendo il dibattito ormai noto tra fautori di una maggiore flessibilità, vista come strumento di rilancio dell’economia e dell’occupazione (la disciplina sul licenziamento) e chi al contrario vede prioritario difendere un sistema di tutele dei lavoratori.

In occasione della discussione sull’articolo 18 ci si era permessi diesprimere più di un dubbio sulla pregnanza di tale dibattito: in un Paese dove – lo ricorda in questi giorni il Cerved – nel 2013 e nel 2014 hanno chiuso oltre 100 mila imprese per anno, in cui si registra nel 2014 il record di chiusure per fallimento, oltre 15 mila, questa discussione rischia di risultare surreale: chi chiude non assume anche se ha la prospettiva di poter licenziare più facilmente e d’altra parte in questa situaizone le maggiori garanzie "ex lege" risultano tutte virtuali. L’impressione è quello di un dibattito sollevato per poter “piazzare delle bandierine” in territori sensibili per meglio marcare rapporti di forza.

Lo stesso si può dire di quanto sbandierato dal Governo rispetto ad un altro decreto applicativo – questo ad oggi solo annunciato – che metterebbe fine alle collaborazioni a progetto, tradotto dall’efficace macchina comunicativa come “la fine del precariato”. Come se il lavoratore impegnato in aziende poco solide o su commesse a termine per ciò stesso potesse contare su una maggiore stabilità.

Non a caso alcuni commenti sono improntati nell’individuare nel contratto a tempo indeterminato (oggi fortemente incentivato) lo strumento più conveniente anche per assunzioni temporanee, stante comunque la sua rescindibilità. 

Insomma, aumento dell’occupazione e della stabilità occupazionale passano in primo luogo per rilancio e riqualificazione del sistema economico (e non viceversa!).

Ma fin qui nulla che non fosse già stato affrontato.

Merita qualche ragionamento in più il secondo decreto approvato dal Governo, relativo al riordino degli ammortizzatori sociali e in particolare su un aspetto caro al dibattito sviluppato da NotizieInRete.

Il decreto prevede all’art. 7, per i beneficiari del nuovo ammortizzatore sociale denominato Naspi la “condizionalità”: “L’erogazione della NASPI è condizionata alla regolare partecipazione alle iniziative di attivazione lavorativa nonché ai percorsi di riqualificazione professionale proposti dai Servizi competenti”. E, si noti anche che, all’art. 8, gli stessi percettori del NASPI possono “richiedere la liquidazione anticipata, in unica soluzione, dell’importo complessivo del trattamento che gli spetta e che non gli è stato ancora erogato, a titolo di incentivo all’avvio di un’attività lavorativa autonoma o di impresa individuale o per la sottoscrizione di una quota di capitale sociale di una cooperativa…”. L’art. 17 introduce per i disoccupati il “Contratto di ricollocazione” che prevede l’attribuzione al disoccupato di una “dote individuale di ricollocazione” (di importo proporzionale al profilo di occupabilità della persona) utilizzabile presso servizi pubblici o accreditati, tramite cui al disoccupato dovranno essere assicurata “assistenza appropriata nella ricerca della nuova occupazione, programmata, strutturata e gestita secondo le migliori tecniche del settore”, mentre questi dovrà a sua volta impegnarsi attivamente a “partecipare alle iniziative di ricerca, addestramento e riqualificazione professionale mirate a sbocchi occupazionali”. Il soggetto accreditato ha diritto a incassare la dote soltanto a risultato occupazionale ottenuto, mentre la persona disoccupata decade dalla dote individuale nel caso di mancata partecipazione alle iniziative di ricollocazione.

Questo approccio, basato sulla combinazione tra auto - attivazione e offerta di servizi, è alla base di altre politiche che caratterizzano questa fase, sia già presenti e messe in atto come “garanzia giovani” o come la possibilità dei percettori di sostegni al reddito di impegnarsi in attività di utilità sociale come previsto dall’iniziativa #diamociunamano, sia in generale nel dibattito politico su possibili futuri interventi: si consideri ad esempio, sul fronte del contrasto alla povertà, che sia la proposta delSia (di provenienza istituzionale) sia il Reis proposto dall’Alleanza contro la Povertà prevedono meccanismi analoghi.

Questo approccio è sicuramente apprezzabile e condivisibile, più volte auspicato sia su NotizieInRete sia in generale dal mondo cooperativo; ciònon perché il “ricevere” una prestazione (o meglio, un certo tipo di prestazioni connesse alla difficoltà economica, percepite dal senso comune come meno radicate su un diritto inalienabile come quello dell’anziano o del disabile) faccia nascere una sorta di “debito sociale” da ripagare, ma perché l’essere attivi e protagonisti è ritenuto di per sé un fattore di crescita per la persona, sia laddove porti al conseguimento dell’autonomia economica e sociale, sia dove costituisca una semplice espressione di partecipazione alla presa in carico dei bisogni sociali della propria comunità.

Ora resta un passaggio in più da fare, impegnativo tanto per le istituzioni che per il terzo settore.

A maggior ragione laddove queste politiche si generalizzano e vengono ad interessare platee di decine o centinaia di migliaia di persone, queste forme di attivazione richiedono capacità organizzative significative, capacità di creare sinergie tra istituzioni e terzo settore, lettura dei bisogni sociali, interlocuzione con la cittadinanza e, non ultimo, risorse adeguate.

Il prezzo, se non si matura questa consapevolezza, è quello di risolvere questa opportunità in adempimenti burocratici, consistenti nel darsi (controvoglia) disponibili a colloqui (formali e sostanzialmente inutili) presso uffici ove si controfirma una disponibilità (di facciata) ad inserirsi in percorsi di reinserimento (che non saranno mai realmente attivati).

Positiva, quindi, la maturazione di un approccio culturale diverso, che però ora deve evolversi da parte istituzionale da mera affermazione di principio a orientamento strategico e di riorganizzazione delle politiche e da parte del terzo settore in una scelta, strategica anch’essa, diconcepirsi come soggetto centrale di questa svolta e di ripensarsi entro reti di collaborazione estese, in grado di concepire risposte adeguate alla natura e alle dimensioni di questo bisogno sociale.

 

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