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Cosa hanno in comune – per proporre un elenco molto parziale - la triste vicenda dei prestiti sociali di CoopCa e Coop Operaie in Friuli Venezia Giulia, le controversie – pur in parte oggetto di fraintendimento – sulle attività di social eating, le ricorrenti polemiche sui profili fiscali dei circoli che somministrano pasti, il “caso Uber”, le accuse alle cooperative che “sfruttano i lavoratori”, i dubbi sull’autenticità dell’impegno volontario in talune organizzazioni che prestano servizi alla persona?

In poche parole, al di là di valutazioni su eventuali responsabilità singole e puntuali, si tratta di iniziative in cui da parte di alcuni si evidenzia l’alterità di una certa attività rispetto al sistema economico standard (o al sistema economico in quanto tale), con ciò giustificando o rivendicando l’applicazione di principi regolamentativi diversi da quelli vigenti per attività solo apparentemente analoghe svolte entro contesti di impresa; mentre da parte di altri si considerano le stesse iniziative come immotivate zone franche entro cui, sotto mentite spoglie, si esercitano attività di impresa sottraendosi a doveri fiscali, normativi, di garanzia verso terzi e di trasparenza.

Chi ha ragione?

La domanda non ha una risposta univoca e immediata, se non si vuole ricorrere a preconcetti ideologici. In generale possiamo dire questo: che le differenze di trattamento sono sacrosante e anzi valorizzano fenomeni economici le cui peculiarità sono una risorsa sociale preziosa per la nostra società, che va coltivata e incentivata; ma proprio per questo è importante evitare che nelle maglie di una regolamentazione ad hoc possano invece inserirsi comportamenti opportunistici.

Ne sa qualcosa la cooperazione, che in epoche non lontanissime individuava nell’autodeterminazione dei soci attraverso un regolamento interno il criterio per definire i compensi del socio lavoratore; prassi che, ineccepibile da un punto di vista di principio, aveva diffusamente creato in talune parti del mondo cooperativo (e la cooperazione sociale non era immune) casi in cui la consapevolezza del socio nello scegliere trattamenti derogatori era del tutto dubbio, mentre gli episodi di sfruttamento erano eclatanti. E intervenne infine una quindicina di anni fa la legge sul socio lavoratore a arginare tutto ciò.

E veniamo ad oggi. Chi presta denaro alla Coop è un socio partecipe e consapevole che sostiene l’impresa che contribuisce a governare o un piccolo investitore che valuta un possibile impiego finanziario? Chi condivide un pasto attraverso un meccanismo di sharing è una persona che ha piacere di intrattenere relazioni con altre persone e condividere la spesa per le vivande o uno chef semiprofessionale che integra lo stipendio da impiegato con un’attività culinaria? I soci di un circolo sono amici che si ritrovano alla domenica a mangiare insieme o avventori più o meno abituali di un ristorante? Chi offre un passaggio attraverso una piattaforma è una persona che ha piacere di non viaggiare da solo e divide il costo della benzina o un tassista fai da te?

Il guaio è che quando si ha a che fare con questi interrogativi gli aspetti fiscali e normativi non possono prescindere da elementi difficilmente osservabili e accertabili, che chiamano in causa disposizioni interiori quali la consapevolezza e l’intenzionalità delle persone coinvolte. E che dunque danno forza a chi, argomentando la volatilità di questi elementi, cerca di far prevalere le tesi più limitative e omologanti: sono attività come tutte le altre o se sono effettivamente differenti ciò non è accertabile, dunque vanno regolate e tassate come ogni iniziativa di mercato.

Invece probabilmente una strada c’è. Non infallibile, ma c’è. Ma deve confrontarsi appunto con indicatori che chiamino in causa gli aspetti di intenzionalità sopra richiamati. Le cooperative possono raccogliere prestito dai soci? Sì, certamente, è un aspetto positivo di democrazia economica e di partecipazione alla vita di impresa. Ma lo possono fare i soci che partecipano attivamente ad assemblee e gruppi di lavoro, che intervengono sul tema degli impieghi delle risorse; se no diventa una banca, e non c’entrano i tempi di restituzione del prestito sociale su cui a quanto pare si sta dibattendo; e se è una banca o una finanziaria è giusto che sia sottoposta a tutte le norme che tale attività prevede. I soci di un circolo che vanno lì a mangiare partecipano alle assemblee? Promuovono la loro associazione? Sono informati delle sue iniziative? Svolgono attività di volontariato? Allora se si trovano a mangiare insieme alla domenica quello non è un ristorante, se invece hanno solo preso una tessera per entrare in un posto dove si mangia bene e non si sono mai fatti vedere in altre occasioni allora quella è un’attività economica. Chi invita ad una cena persone sconosciute attraverso una piattaforma online divide le spese sostenute o si fa pagare per il suo “disturbo”? E, nel secondo caso, è un margine di 20 euro una volta al mese o di 100 euro una volta alla settimana?

In conclusione: gli elementi di relazione e di intenzionalità sono determinanti nel definire forme nuove di agire sociale ed economico estremamente preziose. Senza enfasi: delineano un assetto diverso da quello dominante, in cui probabilmente tutti vivremmo meglio; o quantomeno, in cui qualcuno si sente di vivere meglio e ha tutto il diritto di farlo, per il bene suo e di chi gli sta intorno. Ma questo richiede, forse oggi più di ieri, la capacità di discernere tra fenomeni autentici e copie furbette; di evitare difese di ufficio di ciò che confonde; e, da parte di chi è impegnato in iniziative di questo tipo, magari con un successo che spingerebbe a fare i “passo in più”, a cogliere una opportunità, ad agire con piena consapevolezza delle implicazioni delle proprie scelte, mantenendosi – a prezzo di molte limitazioni – in un’economia di relazione o trasbordandosi con trasparenza in un sistema di mercato, con tutti i vincoli e le opportunità che esso comporta.

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