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Ha avuto una certa eco sui media l’approvazione alla Camera di una proposta di legge tesa a disciplinare le attività di ristorazione realizzate presso il proprio domicilio ove i convenuti si incontrano grazie a piattaforme informatiche (vedi ad esempio questa intervista al fondatore di Gnammo, la più nota di queste piattaforme, realizzata da collaboriamo.org, dove sono anche riassunti i principali contenuti della legge).

Il tema in realtà è sicuramente più rilevante rispetto a questa singola attività: ragionamenti analoghi potrebbero riguardare anche l’ospitalità presso la propria abitazione (es. airb&b) o i passaggi in auto (BlaBlaCar) e molto altro; ed è di interesse perché ci introduce a quel luogo sfumato tra economia e società, tra formale e informale, dal quale, come i fan del blog local&share di Carlo Andorlini sanno bene, nascono fermenti e stimoli per chi opera per il cambiamento sociale.

Il problema è che in questo dibattito si mischiano diverse questioni – tutte legittime – che hanno però valenze molto diverse tra loro.

1) Costruire spazi di relazione

La prima riguarda l’opportunità, attraverso strumenti come quello considerato dalla proposta di legge, di costruire nuovi spazi di relazionalità o, più in generale, nuovi modelli di azione sociale. Pensare che delle persone sino a quel momento reciprocamente sconosciute mangino insieme, entrino in relazione, condividano uno spazio di azione che contrappone la condivisione alla privatezza degli spazi e della proprietà, rimanda ad una trasformazione sociale di grande rilievo e rispetto alla quale non si può fare a meno di rilevare una profonda sintonia e coerenza con quanto si propongono di fare molte organizzazioni cooperative e di terzo settore.

2) Nuovi modelli di impresa

La seconda valenza è legata a nuovi spazi di imprenditorialità non tradizionale e generalmente non connotata professionalmente come attività principale, che, tramite piattaforme telematiche, rende possibile l’attivazione di “capitali dormienti” individuali: la camera che rimane vuota, la cucina i cui fuochi sono spenti o sottoutilizzati, che invece diventano capaci di generare un reddito integrativo.

Capire se si sta parlando della prima o della seconda questione, cioè di aprire nuovi spazi di socialità o disciplinare nuove modalità di azione economica, sicuramente renderebbe più facile il dibattito. Vero è che spesso chi è impegnato in queste attività tende a dire che entrambe le valenze sono presenti, ma questo potrebbe non sempre essere la strada giusta, perché laddove si volesse difendere sempre e comunque la seconda valenza si rischierebbe di sottoporre queste iniziative alla regolamentazione tipica delle attività di impresa, con l’esito di deprimere le possibili valenze sociali.

3) Ripensare le forme di regolazione dell'attività di impresa

Ma se da una parte, quindi, una delle strade da percorrere è la chiarezza circa la collocazione delle attività sul fronte dell’azione sociale ed economica, vi è, sullo sfondo, un’altra questione che non va sottovalutata e che riguarda l’iper regolazione delle attività produttive, dove obblighi e requisiti sono cresciuti su se stessi oltre ogni ragionevolezza (magari nella pratica diffusamente disattesi), con conseguente reazione di chi si colloca nella parte formale dell’economia contro i nuovi spazi di imprenditorialità di cui sopra, che non possono che apparire concorrenti sleali. Manca però – anche con riferimento ai casi in cui effettivamente tali attività abbiano un esplicito e non marginale significato economico – una riflessione adeguata su quanto esse siano effettivamente censurabili – ad esempio perché lede effettive caratteristiche di sicurezza per l’utilizzatore - e quanto siano invece irragionevoli e soffocanti le norme cui è sottoposta l’economia formale.

Forse la verità non sta in nessuno dei due estremi, ma indubbiamente è molto più vera la seconda affermazione rispetto alla prima: troppe regole non tutelano nessuno se non una burocrazia rapace che nulla ha a che vedere con la tutela del cittadino e molto con la giustificazione della propria sussistenza. E quindi tale questione si affronta (parzialmente) regolamentando le nuove forme economiche e (assai di più) cancellando per tutti obblighi inutili e irragionevoli.

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