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Articolo 18, il piacere di parlare di cose inutili

Rieccoci tutti coinvolti a parlare di articolo 18, elemento di contesa estrema tra Governo e sindacati, destinato a tenere banco per i prossimi mesi con toni accesi e spaccature laceranti tra forze politiche e anche all'interno della maggioranza che sostiene il Governo.

Punto primo: pur non essendoci dati certi sul numero di lavoratori protetti (o, da un altro punto di vista, di datori di lavoro "castigati") dall'articolo 18, le stime oscillano tra i 3500 e i 7000. Ipotizziamo che una parte delle sentenze riguardino casi estranei all'attuale discussione, cioè i casi in cui il giudice ha ravvisato gli estremi di licenziamento discriminatorio, contro il quale la tutela continuerebbe a valere. Vi è un valido motivo, viene da chiedersi, per cui il dibattito politico debba intestardirsi su una questione che riguarda lo 0.2 per mille di chi in Italia lavora? Davvero è minimamente credibile che imprenditori italiani e stranieri investano o meno per il timore di contenziosi che riguardano queste quote di lavoratori?

Ma poniamo che, numeri a parte, la questione sia rilevante - culturalmente, politicamente, ecc. - e analizziamo (senza troppi giri di parole in politichese) le ragioni delle due parti.

Da una parte si evidenzia come si sia in un Paese in cui la classe imprenditoriale non perde occasione per sollevare indignazione. Giovani e meno giovani precari, sfruttati che lavorano per orari ottocenteschi che con compensi risibili, vessazioni di ogni tipo imposte come condizioni per poter lavorare, imprese mordi e fuggi che delocalizzano lasciando i lavoratori a casa al calare dei margini dopo aver magari spremuto a dovere le casse pubbliche, un precariato fatto sistema. E, ed è triste ammetterlo, spesso anche forme degenerate del mondo cooperativo, che si distinguono in questa gara di inciviltà, con l'aggravante di chiamare in causa - con che faccia! - alti principi di autodeterminazione e autogestione per giustificare trattamenti aberranti. Ciò è vero, in nessuno di questi casi in cui la permanenza della "tutela reale" della riassunzione prevista dall'art. 18 in luogo dell'indennizzo eviterebbe tali vessazioni.

Dall'altra si evidenziano tutte le censure addebitabili a quella parte disindacato - impotente quando non complice rispetto alle iniquità di cui sopra - che nei casi in cui è riuscito ad avere un potere contrattuale si è reso troppe volte impresentabile. Mansionari richiamati in modo irritante per opporre un "non mi compete" quasi che non sia normale, quando sì è sul lavoro pagati, fare quel che più serve con impegno e dedizione, difese ad oltranza di nullafacenti che hanno in unica qualità il possesso di una tessera, rivendicazioni, indennità imbarazzanti come se il lavoro fosse una serie di optional, cultura parolaia e propensione all'occupazione di posizioni e cariche pubbliche. Ma, allo stesso modo, nessuno di questi  italici malanni verrebbe in alcun modo incrinato laddove, in qualche migliaio di casi, si sostituisse la "tutela reale" dell'articolo 18 con l'indennizzo.

Insomma, un Governo che aspira a rappresentare la novità, si è incamminato nella più vecchia delle logiche possibili: cianciare di problemi fittizi ma di grande presa sull'opinione pubblica invece di dedicarsi ad un lavoro che incida, magari lentamente e progressivamente, sui problemi reali; e il primo passo sarebbe identificarli, chiamarli con il loro nome senza nascondersi nelle questioni di bandiera.

E infine, come più volte ha ricordato NotizieInRete: qualsiasi imprenditore (sociale, nel nostro caso) ha dubitato più di una volta se assumere o meno, ma lo ha fatto chiedendosi se il costo del lavoro sarà sostenibile, se le possibilità di sviluppo siano reali, se una certa attività potrà avere successo in un contesto economico incerto e difficile, se i pagamenti arriveranno in tempo, se i margini saranno sufficienti; ma difficilmente sul piatto della bilancia vi sono i casi di vigenza o meno dell'art. 18.

Dunque sarebbe saggio lavorare da una parte sulle vere distorsioni del mercato del lavoro e dall'altro, sopratutto,sulle prospettive di sviluppo; il resto è solo rumore inutile.

Politiche del lavoro: oltre le "bandierine", la vera sfida

Questa è la settimana dei primi due decreti applicativi del Jobs Act. Il dibattito politico e i mezzi di informazione si concentrano soprattutto sul D.Lgs che ridefinisce i contratti di lavoro con il sistema delle c.d. “tutele crescenti”, riproponendo il dibattito ormai noto tra fautori di una maggiore flessibilità, vista come strumento di rilancio dell’economia e dell’occupazione (la disciplina sul licenziamento) e chi al contrario vede prioritario difendere un sistema di tutele dei lavoratori.

In occasione della discussione sull’articolo 18 ci si era permessi diesprimere più di un dubbio sulla pregnanza di tale dibattito: in un Paese dove – lo ricorda in questi giorni il Cerved – nel 2013 e nel 2014 hanno chiuso oltre 100 mila imprese per anno, in cui si registra nel 2014 il record di chiusure per fallimento, oltre 15 mila, questa discussione rischia di risultare surreale: chi chiude non assume anche se ha la prospettiva di poter licenziare più facilmente e d’altra parte in questa situaizone le maggiori garanzie "ex lege" risultano tutte virtuali. L’impressione è quello di un dibattito sollevato per poter “piazzare delle bandierine” in territori sensibili per meglio marcare rapporti di forza.

Lo stesso si può dire di quanto sbandierato dal Governo rispetto ad un altro decreto applicativo – questo ad oggi solo annunciato – che metterebbe fine alle collaborazioni a progetto, tradotto dall’efficace macchina comunicativa come “la fine del precariato”. Come se il lavoratore impegnato in aziende poco solide o su commesse a termine per ciò stesso potesse contare su una maggiore stabilità.

Non a caso alcuni commenti sono improntati nell’individuare nel contratto a tempo indeterminato (oggi fortemente incentivato) lo strumento più conveniente anche per assunzioni temporanee, stante comunque la sua rescindibilità. 

Insomma, aumento dell’occupazione e della stabilità occupazionale passano in primo luogo per rilancio e riqualificazione del sistema economico (e non viceversa!).

Ma fin qui nulla che non fosse già stato affrontato.

Merita qualche ragionamento in più il secondo decreto approvato dal Governo, relativo al riordino degli ammortizzatori sociali e in particolare su un aspetto caro al dibattito sviluppato da NotizieInRete.

Il decreto prevede all’art. 7, per i beneficiari del nuovo ammortizzatore sociale denominato Naspi la “condizionalità”: “L’erogazione della NASPI è condizionata alla regolare partecipazione alle iniziative di attivazione lavorativa nonché ai percorsi di riqualificazione professionale proposti dai Servizi competenti”. E, si noti anche che, all’art. 8, gli stessi percettori del NASPI possono “richiedere la liquidazione anticipata, in unica soluzione, dell’importo complessivo del trattamento che gli spetta e che non gli è stato ancora erogato, a titolo di incentivo all’avvio di un’attività lavorativa autonoma o di impresa individuale o per la sottoscrizione di una quota di capitale sociale di una cooperativa…”. L’art. 17 introduce per i disoccupati il “Contratto di ricollocazione” che prevede l’attribuzione al disoccupato di una “dote individuale di ricollocazione” (di importo proporzionale al profilo di occupabilità della persona) utilizzabile presso servizi pubblici o accreditati, tramite cui al disoccupato dovranno essere assicurata “assistenza appropriata nella ricerca della nuova occupazione, programmata, strutturata e gestita secondo le migliori tecniche del settore”, mentre questi dovrà a sua volta impegnarsi attivamente a “partecipare alle iniziative di ricerca, addestramento e riqualificazione professionale mirate a sbocchi occupazionali”. Il soggetto accreditato ha diritto a incassare la dote soltanto a risultato occupazionale ottenuto, mentre la persona disoccupata decade dalla dote individuale nel caso di mancata partecipazione alle iniziative di ricollocazione.

Questo approccio, basato sulla combinazione tra auto - attivazione e offerta di servizi, è alla base di altre politiche che caratterizzano questa fase, sia già presenti e messe in atto come “garanzia giovani” o come la possibilità dei percettori di sostegni al reddito di impegnarsi in attività di utilità sociale come previsto dall’iniziativa #diamociunamano, sia in generale nel dibattito politico su possibili futuri interventi: si consideri ad esempio, sul fronte del contrasto alla povertà, che sia la proposta delSia (di provenienza istituzionale) sia il Reis proposto dall’Alleanza contro la Povertà prevedono meccanismi analoghi.

Questo approccio è sicuramente apprezzabile e condivisibile, più volte auspicato sia su NotizieInRete sia in generale dal mondo cooperativo; ciònon perché il “ricevere” una prestazione (o meglio, un certo tipo di prestazioni connesse alla difficoltà economica, percepite dal senso comune come meno radicate su un diritto inalienabile come quello dell’anziano o del disabile) faccia nascere una sorta di “debito sociale” da ripagare, ma perché l’essere attivi e protagonisti è ritenuto di per sé un fattore di crescita per la persona, sia laddove porti al conseguimento dell’autonomia economica e sociale, sia dove costituisca una semplice espressione di partecipazione alla presa in carico dei bisogni sociali della propria comunità.

Ora resta un passaggio in più da fare, impegnativo tanto per le istituzioni che per il terzo settore.

A maggior ragione laddove queste politiche si generalizzano e vengono ad interessare platee di decine o centinaia di migliaia di persone, queste forme di attivazione richiedono capacità organizzative significative, capacità di creare sinergie tra istituzioni e terzo settore, lettura dei bisogni sociali, interlocuzione con la cittadinanza e, non ultimo, risorse adeguate.

Il prezzo, se non si matura questa consapevolezza, è quello di risolvere questa opportunità in adempimenti burocratici, consistenti nel darsi (controvoglia) disponibili a colloqui (formali e sostanzialmente inutili) presso uffici ove si controfirma una disponibilità (di facciata) ad inserirsi in percorsi di reinserimento (che non saranno mai realmente attivati).

Positiva, quindi, la maturazione di un approccio culturale diverso, che però ora deve evolversi da parte istituzionale da mera affermazione di principio a orientamento strategico e di riorganizzazione delle politiche e da parte del terzo settore in una scelta, strategica anch’essa, diconcepirsi come soggetto centrale di questa svolta e di ripensarsi entro reti di collaborazione estese, in grado di concepire risposte adeguate alla natura e alle dimensioni di questo bisogno sociale.

 

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