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Povertà educative: quando la risposta si alimenta di collaborazione

Sembra che una delle parole più usate nel 2017 all'interno dei dibattiti e degli incontri tra gli attori del terzo settore sia “collaborazione”. Forse più usata di “rete” e di “sinergia” che negli ultimi anni erano, e lo sono ancora, centrali nella narrazione di un welfare centrato sulla comunità.

Questa ricorrenza, come altre, è forse figlia di una grande riflessione intorno all'economia sharing che da tempo provoca il nostro terzo settore, lo interroga in qualche modo, lo stimola all'innovazione, lo stuzzica sulla parte relativa alla sua reale capacità di stare nel mezzo della comunità.

E forse, di questo inizio a esserne convinto, questi stimoli, interrogativi e provocazioni stanno lavorando sulla mutazione delle nostre organizzazioni e dei nostri processi semplicemente con la capacità  risvegliare modi di stare nella comunità come lo scambio, la densità relazionale,  la reciprocità produttiva per entrambe le parti, la disintermediazione.

E forse, l'idea di guardare i temi sociali, le progettualità, i presidi sociali territoriali, le strutture, ecc con una nuova capacità di pensarli “collaborativi” può non provocare cambiamenti tecnologici o di strumenti (come la sharing ci insegna) ma senz'altro cambiamenti di approccio e di relazioni con il contesto.

Su questo allego un draft realizzato per lavoro fatto con l'Università di Firenze per un approfondimento a livello europeo sulle nuove emergenze e la capacità di risposta dei servizi sociali.

Il tema è la povertà educativa, il setting è il nostro del terzo settore e la risposta si alimenta di proposte collaborative.

Leggi il documento di Carlo Androlini su sistemi collabortivi e povertà educative

 

 

La Comunità che diventa unità di misura

C'è una spinta collaborativa che in Italia sta generando rinnovate comunità. E questo grazie anche a indicatori ricorrenti.

Le social street crescono (siamo a 460 circa contro le 170 del 2014 e solo per accennare all'impatto sono 23.000 gli iscritti nelle 71 presenti a Milano, i co-working aprono a ritmo continuo (solo la rete cowo ne ha 123 in 72 città), con l'ultima legge di stabilità si sono aperte le possibilità di diventare b-corporation (30 già attive, 160 in attesa di certificazione e 60 le benefit. Da considerare che inizio 2016 le b-corp erano solo 9, il crowdfunding vale in Italia oggi 90 milioni di euro.

Parto con questi dati perchè ci sono letture di tendenze che a volte ti sembrano aghi in un pagliaio. Dati e eventi troppo deboli per poter sembrare significativi. Ci sono però altre situazioni dove la progressione di cose che accadono in maniera continua e progressiva, permettono di guardare positivamente avvenimenti che si palesano in forma più o meno evidente.

Oggi per esempio se guardiamo i dati con cui inizia questo contributo e cosa sta succedendo in termini di creazione di comunità (comunità costruite sulle relazioni, non chiuse, permeabili, fondate sulla collaborazione fra le persone, non contrapposte ma semmai alternative, che nascono per motivi economici, sociali, culturali) possiamo senz'altro dire che intorno a questa ritrovata esigenza, prima culturale e poi operativa, si stanno muovendo giovani, contesti, amministrazioni, società organizzata e soprattutto società informale.

Le Regioni si interrogano (vedi opencollabora in Toscana), le Amministrazioni si muovono (vedi la crescita dei Regolamenti sui beni comuni e dei  patti territoriali monitorati sul sito labsus.it), le comunità reagiscono (vedi le cooperative di comunità), i cittadini si organizzano (vedi realtà varie da “genuino clandestino” a “Rena”), gli imprenditori promuovono (vedi le ultime esperienze di welfare aziendale (il libro di Marco Magnani “terra e buoi dei paesi tuoi” edito da Utet del 2016 riporta numerosi esempi in merito), i co-working crescono (in numero e soprattutto in “vocazione”), gli “ibridi” si presentano (vedi socialfare centro per la nascita di startup a Torino dove il Presidente è un sacerdote).

E in tutto questo il punto di partenza e di arrivo è la comunità, un'unità di misura che dà la cifra per comprendere se questo o quel  contesto si sviluppa o si sta rimettendo in piedi.

E' un significato particolare che diamo oggi a termine Comunità. Particolare perchè paradossalmente rappresenta il punto di riferimento  iniziale ma anche l'obiettivo ultimo.

E' chiaro che  questa  trama comunitaria è fondamentale per consolidare lo sfondo e i riferimenti su cui lavorare o proporre idee e progetti ma altrettanto importante è osservare attentamente le cose che accadono ritrovando poi gli elementi ricorrenti che su questa trama hanno deciso di poggiare.

In questa osservazione da me realizzata negli ultimi 2 anni su molte esperienze di innovazione e mutazione in giro per l'Italia risultano alcuni “ingredienti vincenti” che si ripetono e che meritano attenzione:

  • il nuovo deve essere piccolo, aperto e non condizionato; le nuove organizzazioni di persone sono fondate su una relazione forte fra chi vi partecipa, fra chi vi partecipa e il contesto, fra chi vi partecipa e le Istituzioni.
  • la logica imprenditoriale, sociale, culturale deve essere dentro stessi sistemi di collaborazione; non si pensa più frazionando i settori ma si progetta in una logica di sistema.
  • gli innovatori non sostituiscono ma contaminano il tradizionale; le cose che hanno valore riescono a mettere insieme (per esempio) una piattaforma sharing e un servizio tradizionale socio-sanitario.
  • il Pubblico ha il ruolo di favorire ecosistemi favorevoli; è l'apertura alle possibilità a scapito della burocratizzazione la chiave di volta delle nuove Amministrazioni lungimiranti e accoglienti.
  • l’approccio al lavoro deve essere squisitamente formativo; le persone che crescono dentro questi nuovi sistemi vivono l'esperienza lavorativa come una scuola permanente.
  • nel sistema devono essere presenti attivatori di processi; i sistemi fecondi di costruzione di risposte sono stimolati e accompagnati da attivatori che contribuiscono all'abilitazione del territorio e dei partecipanti al processo.

Questi non sono 6 indicatori rigidi, sarebbe un errore valutarli tali. Ma sono punti di riferimento a cui aggiungerne altri sempre con un approccio attento più che a catalogare a osservare le cose che accadono. E... fondamentale...sempre utilizzando la comunità come riferimento primo e ultimo.

Il crowdfunding...il vero risultato è la creazione di beni comuni

Started anche quest'anno ha prodotto un lavoro prezioso. Ha contato piattaforma per piattaforma tutte le campagne, le ha divise per categoria, ci ha lavorato sopra con risultati sempre ottimo. Ha considerato solamente le campagne con esito positivo, dove è avvenuta realmente una transazione economica, escludendo quindi quelle non andate a buon fine. Solo per dare alcuni dati che trovate anche (e in versione completa) nella newsletter del Consorzio IIR:

Sono le piattaforme che in questo blog hanno già trovato collocazione e commenti per la loro eccezionale capacità di accompagnare anche il nostro mondo. Queste insieme alle tante altre nel 2016 hanno costruito una raccolta pari a 90 milioni di euro.

Un bilancio positivo e in netta crescita...più del 35% dell'anno precedente.

E crescono anche e soprattutto le iniziative, tipicamente in forma di donazioni, realizzate in modalità “Do it Yourself”.dove si affacciano sempre di più a questo mercato soggetti istituzionali, grandi aziende, brand e community consolidate che cercano più flessibilità e controllo nel creare una o più campagne di raccolta fondi.

Una cosa importante va aggiunta però all'attenta analisi di started.

Il crowdfunding utilizzato dal terzo settore quando vince, vince 2 volte.

Vince perchè consegna il risultato e la richiesta economica necessaria a “fare” le cose.

Vince perchè “consegna” alla collettività il proprio progetto, la propria idea, il proprio luogo, il proprio servizio. Lo consegna nel vero senso della parola perchè

  • ...perchè si alza il livello di chi contribuisce....vengono ingaggiati nuovi compagni di viaggio.
  • ...perchè si sviluppano processi che escono dall'unidirezionale percorso “aiutato-chi aiuta” sconfinando verso modelli di aiuto e di servizio che circolano e che sviluppano processi circolari, virtuosi che mettono nel mezzo persone, cittadini, economie senza il necessario passaggio o di tipo Ente pubblico/utente o di tipo ente erogatore/assistito.
  • ...perchè fa spostare e assumere una nuova postura modificando il nostro punto di operatività da dentro i servizi a nel mezzo alla comunità.

E' questa seconda vittoria che a me pare il più grande risultato.

 

Le ricorrenze del cambiamento

L'energia sfidante di situazioni, cose e modi che stanno accadendo

Oggi, di passaggio, guardando le cose che accadono, riusciamo a farci un'idea di quali siano alcuni elementi ricorrenti laddove riescono a partire alcuni processi che riguardano il lavoro, la realizzazione di idee imprenditoriali, di scommesse che riguardano il proprio futuro e la propria autonomia lavorativa e sociale, di sviluppo della propria impresa che è collegato con lo sviluppo del proprio contesto di vita, ecc.

Sono processi innovativi nel senso che colgono nel procedere alcune dimensioni di nuova economia, di modelli alternativi allo sviluppo fino ad oggi dominante.

Non si ritengono spesso in contrapposizione ma senz'altro in alternativa.

Sono processi decretati spesso da preoccupazioni sul proprio futuro che si trasformano però da preoccupazioni a azioni positive.

E' il mondo che mi capita di vedere in quei contesti che parlano di fabbriche culturali, rigenerazione urbana, sistemi collaborativi, nuove start up...ma anche cooperative sociali che si ripensano, cooperative di comunità che si generano in territori che si mettono in gioco e….devo dire...anche in un mondo che abbiamo sempre chiamato "economia" ma che nelle sue pieghe molteplici differenze. Perché proprio nel mondo economico tradizionale si affaccia e forse si rende sempre più consapevole un altro pezzo molto interessante che è l'economia civile. L'economia cioè che vede nella comunità e nel suo sviluppo un elemento imprescindibile, che vede nell'attenzione alle persone un elemento su cui “perdere” tempo e risorse, che vede nell'idea del lavoro uno strumento della società in cui viviamo e non un oggetto a sé.

In questo osservare a cui non segue una pretesa di catalogazione, alcune cose, come dicevo all'inizio, capitano e per meglio dire capitano spesso.

Sono “ricorrenze” che evidenzio perché ognuno si possa rivedere in esse e possa immaginare quanto queste rispondono a un modo possibile di stare e agire.

Riguardano i sistemi di contesto con cui il progetto si relaziona, la tipologia di organizzazione che nasce o che si ripensa, il sistema pubblico di riferimento, la cornice delle risorse per fare le cose, gli aspetti legati alla persona e al suo modo di porsi davanti alla fragilità del contesto.

Li schematizzo e non li commento perchè il lavoro sarebbe in continuo aggiornamento mentre ritengo assai più interessante lasciar spazio alla forza della suggestione che hanno le parole e le espressioni in sé.

Contesti o aree di riferimento

Le ricorrenze che troviamo nelle “cose” che accadono

I sistemi di contesto

  • Membri e non più destinatari, clienti, utenti
  • beni comuni nel contesto di avvio o comunque collegati all'idea
  • elementi di innovazione che hanno molto a che fare con il ritrovamento
  • la partecipazione sostituita dalla collaborazione
  • l'attenzione alla comunità e allo sviluppo danno la cifra, e non la tipologia di soggetto (vedi terzo settore...)
Le organizzazioni
  • Piccole
  • altamente attaccate al contesto fisico di riferimento
  • con ruoli di abilitatrici
Sistema pubblico
  • Presente nei processi se in grado di fare da “ecosistema favorevole”
Cornice delle risorse e di chi può “contribuire”
  • Allargata perchè comprendente il Pubblico inteso come persone, cittadini, contesto
  • funzionante se con nuovi strumenti richiesti al mondo finanziario
  • sinergica se basata su fiducia e territorio
La persona
  • Un modo positivo di approcciarsi alla cultura dell'errore
  • una libertà dalla burocratizzazione del lavoro
  • il lavoro come formazione continua
  • il non dimensionarsi a eventuali strumenti futuri (pensione...)
  • la capacità di stare in una dimensione che prevede “cambi” di lavoro . E quindi una sorta di capacità di vedere la frammentarietà come positiva (che significa adattabilità e resilienza)
  • uno stile “3R” - reazione, relazione, riscatto

E' chiaro che queste dimensioni ricorrenti danno la cifra di come deve essere diverso l'approccio, rinnovato.

C'è un percorso avviato quindi. Ci sono esperienze che raccontano. L'importante è avere grande capacità di osservazione e l'accortezza di annotare, per ogni esperienza vista, le cose che accadono e che spesso ri-accadono, anche con intensità e impronte diverse, da un'altra parte.

 

Sharing e Terzo settore, tra "ritrovamento" e collaborazione

Dopo ormai 2 anni di approfondimento che faccio del fenomeno sharing e dopo numerosi tentativi di contaminare la cooperazione sociale (e il terzo settore in genere) con l'economia della collaborazione (o per meglio dire con quello che di cultura e di strumenti questo mondo ci porta), oggi di tutto questo mi viene da pensare a due cose veramente importanti, due cose su cui non mollare e da cui non prescindere:

  • il valore del ritrovamento.
  • il valore della collaborazione in sé.

1 - Il valore del ritrovamento.

Il valore del ritrovamento perchè in questa intersezione tra cooperazione sociale e sharing....

  • ...ritroviamo alcune prassi legate al passato dove la fiducia “ri”permette  di “ri”costruire legame sociale attraverso lo scambio, la condivisione, la collaborazione.
  • ...ritroviamo una narrazione vincente. La cooperazione sociale, il terzo settore in genere nella cultura sharing ritrova l'alfabeto  della "sua" cultura.
  • ...ritroviamo l' entusiasmo. Dato dalla forte freschezza e vitalità del mondo sharing.
  • ...ritroviamo il ruolo abilitante. Che la sharing ha costruito anche grazie alle potenzialità delle piattaforme e che il nostro mondo può tradurre facilmente in "abilitazione relazionale”.

 

2 - Il valore della collaborazione

Il valore della collaborazione perchè in questa intersezione tra cooperazione sociale e sharing....

  • ...si alza il livello potenziale di chi può contribuire....cercando forme nuove e più dentro i nostri contesti che “ingaggino” nuovi compagni di viaggio (dal panettiere al fab lab, dall'economia civile al nuovo Ente pubblico ecosistema favorevole).
  • ...si sviluppano processi che escano dall'unidirezionale percorso “aiutato-chi aiuta” per sconfinare verso modelli di aiuto e di servizio che circolano e che sviluppano processi circolari, virtuosi che mettono nel mezzo persone, cittadini, economie senza il necessario passaggio o  di tipo Ente pubblico/utente o di tipo  ente erogatore/assistito.
  • ...ci spostiamo e assumiamo una nuova postura quindi. Cioè modifichiamo il nostro punto di operatività da dentro i servizi a nel mezzo alla comunità per puntare al massimo all'utilizzo (perdonate il termine utilizzo) del bene relazionale.
  •  

Ma  se così è allora dobbiamo fare “solo” (si fa per dire) 3 azioni/movimenti e poi parallelamente un quarto atto che è quasi una cornice.

Le 3 azioni/movimenti sono:

  • traduzione e consapevolezza. Il nostro mondo, i nostri operatori, i nostri dirigenti...hanno ancora bisogno di capire bene cosa è questa narrazione e pratica sharing. Ma hanno bisogno di capirla attraverso passaggi leggeri da dentro le azioni tradizionali.
  • sharing come strumenti. Le piattaforme, i nuovi contesti lavorativi, le forme open, ecc...sono strumenti (“solo” strumenti) da inserire nel kit già esistente.
  • mettere insieme tutti i sistemi collaborativi. La pratica sociali di cooperative, di associazioni, ecc. è ricca di fatti collaborativi. Quella parte va recuperata e reinserita in un unico contenitore che da oggi e soprattutto da domani sia alimentato anche dalle pratiche delle nuova economia sharing.

E il quarto atto, parallelo ma necessario per dare compimento al tutto, è l'acquisizione di un lessico nostro di una nuova narrazione che senta l'utilità di parlare e praticare piattaforme “abilitanti” (off line o on line che siano...tanto ognuno ha bisogno oggi dell'altro).

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