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E' passato un po' di tempo ma recuperiamo in fretta. Con questo post e il prossimo (che esce la prossima settimana ) chiudo i 5 punti che a mio modo di vedere identificano degli ecosistemi che funzionano quando c'è la presenza di una spinta collaborativa perchè danno risultati in termini di risposte sociali (rispetto al tipo di azione/utenza) ma anche e soprattutto di benessere sociale collettivo (rispetto alla comunità di riferimento) . Una spinta che ha direzioni a volte che vanno dal servizio alla comunità, a volte dalla comunità al servizio a volte da un punto preciso verso il contesto e più precisamente “dalla comunità verso il servizio” (ne abbiamo parlato nel post precedente), ”dal servizio verso la comunità”, “dall'idea sociale alla rigenerazione di un contesto specifico”, ”dall'intreccio fra attori diversi della comunità” e “dal bisogno individuale alla collaborazione collettiva” in questo post parlo della seconda e terza situazione.

Dal servizio verso la comunità è il campo di azione che permette di generare relazione collaborativa grazie a una professione che “serve” a più persone (destinatari diretti e indiretti, utenti, ecc) dello stesso contesto.
Si tratta di un ecosistema che fa letteralmente “uscire” le professionalità dal servizio specifico verso la comunità più o meno grande mettendola in connessione lavorativa (appunto produttiva) con una molteplicità di possibili fruitori/utenti.
Ne è un esempio l'infermiere di comunità.
Concettualmente l'infermiere di Comunità, pur mantenendo la stessa mission dell'infermiere di Famiglia, opera in uno scenario allargato. Il concetto di salute del singolo, passa attraverso la conoscenza di tutta la comunità che lo circonda, perché è nella conoscenza della Comunità, che meglio si possono comprendere i determinanti di salute ed i fattori di rischio. Conoscere il contesto in cui si trova l'assistito diventa dunque fondamentale, non si fa salute solo curando la malattia, ma intervenendo sull'ambiente che circonda il paziente.
Come capiamo muta in parte la professionalità perchè si aggiungono competenze “di comunità”, non cambia il rapporto fra la professione e il soggetto del terzo settore con cui l'operatore ha a che fare e si trasforma invece totalmente il rapporto tra il “fare” e il rapporto della e con la comunità, in termini di coesione sociale aggiuntiva e processi di fiducia che rafforzano l'ambiente di riferimento.
Lavori “inventati” in questi ultimi anni, nati per “risparmiare” o per fare “economia di scala” come l'infermiere di comunità diventano, nei contesti favorevoli, veri e propri strumenti di qualità per rafforzare la comunità e il rapporto collaborativo fra le persone.

E poi, il terzo, “dall'idea sociale alla rigenerazione di un contesto specifico”. La definizione è un complicata, dovrei trovarne un'altra, ma intanto accontentiamoci di comprendere di cosa parliamo....di un luogo ben definito (spesso anche amministrativamente dove le persone ben si identificano con quel contesto) che come molti luoghi in Italia è in fase di spopolamento, di decostruzione produttiva e di perdita conseguente di appeal per i giovani che però riesce a rigenerarsi grazie alla creazione di un ecosistema collaborativo che assume un ruolo centrale e da volano per la rinascita di quel contesto.
Esempi da citare ce ne potrebbero essere numerosi ma forse il più emblematico per chiarezza si riferisce alla nascita del co-working a Veglio in Piemonte.
Un co-working “normale”:
-locali a disposizione, gli arredi per le singole postazioni e parte dei consumi sono comuni (acqua, rifiuti e linea web), attrezzature comuni, quali fotocopiatrici, sala riunioni, scanner a favore di lavoratori autonomi o professionisti.
-i partecipanti possono provenire da realtà limitrofe e non, grazie alla possibilità di avere un ufficio a costi contenutissimi.
Fin qui niente di strano ma grazie a questa semplice agopuntura di contesto, il luogo rinasce, si stringe intorno a questa sorta di innovazione territoriale e alcuni dei giovani che sarebbero di li a poco partiti rimangono. E lavorano insieme.

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