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C'è una spinta collaborativa che in Italia sta generando rinnovate comunità. E questo grazie anche a indicatori ricorrenti.

Le social street crescono (siamo a 460 circa contro le 170 del 2014 e solo per accennare all'impatto sono 23.000 gli iscritti nelle 71 presenti a Milano, i co-working aprono a ritmo continuo (solo la rete cowo ne ha 123 in 72 città), con l'ultima legge di stabilità si sono aperte le possibilità di diventare b-corporation (30 già attive, 160 in attesa di certificazione e 60 le benefit. Da considerare che inizio 2016 le b-corp erano solo 9, il crowdfunding vale in Italia oggi 90 milioni di euro.

Parto con questi dati perchè ci sono letture di tendenze che a volte ti sembrano aghi in un pagliaio. Dati e eventi troppo deboli per poter sembrare significativi. Ci sono però altre situazioni dove la progressione di cose che accadono in maniera continua e progressiva, permettono di guardare positivamente avvenimenti che si palesano in forma più o meno evidente.

Oggi per esempio se guardiamo i dati con cui inizia questo contributo e cosa sta succedendo in termini di creazione di comunità (comunità costruite sulle relazioni, non chiuse, permeabili, fondate sulla collaborazione fra le persone, non contrapposte ma semmai alternative, che nascono per motivi economici, sociali, culturali) possiamo senz'altro dire che intorno a questa ritrovata esigenza, prima culturale e poi operativa, si stanno muovendo giovani, contesti, amministrazioni, società organizzata e soprattutto società informale.

Le Regioni si interrogano (vedi opencollabora in Toscana), le Amministrazioni si muovono (vedi la crescita dei Regolamenti sui beni comuni e dei  patti territoriali monitorati sul sito labsus.it), le comunità reagiscono (vedi le cooperative di comunità), i cittadini si organizzano (vedi realtà varie da “genuino clandestino” a “Rena”), gli imprenditori promuovono (vedi le ultime esperienze di welfare aziendale (il libro di Marco Magnani “terra e buoi dei paesi tuoi” edito da Utet del 2016 riporta numerosi esempi in merito), i co-working crescono (in numero e soprattutto in “vocazione”), gli “ibridi” si presentano (vedi socialfare centro per la nascita di startup a Torino dove il Presidente è un sacerdote).

E in tutto questo il punto di partenza e di arrivo è la comunità, un'unità di misura che dà la cifra per comprendere se questo o quel  contesto si sviluppa o si sta rimettendo in piedi.

E' un significato particolare che diamo oggi a termine Comunità. Particolare perchè paradossalmente rappresenta il punto di riferimento  iniziale ma anche l'obiettivo ultimo.

E' chiaro che  questa  trama comunitaria è fondamentale per consolidare lo sfondo e i riferimenti su cui lavorare o proporre idee e progetti ma altrettanto importante è osservare attentamente le cose che accadono ritrovando poi gli elementi ricorrenti che su questa trama hanno deciso di poggiare.

In questa osservazione da me realizzata negli ultimi 2 anni su molte esperienze di innovazione e mutazione in giro per l'Italia risultano alcuni “ingredienti vincenti” che si ripetono e che meritano attenzione:

  • il nuovo deve essere piccolo, aperto e non condizionato; le nuove organizzazioni di persone sono fondate su una relazione forte fra chi vi partecipa, fra chi vi partecipa e il contesto, fra chi vi partecipa e le Istituzioni.
  • la logica imprenditoriale, sociale, culturale deve essere dentro stessi sistemi di collaborazione; non si pensa più frazionando i settori ma si progetta in una logica di sistema.
  • gli innovatori non sostituiscono ma contaminano il tradizionale; le cose che hanno valore riescono a mettere insieme (per esempio) una piattaforma sharing e un servizio tradizionale socio-sanitario.
  • il Pubblico ha il ruolo di favorire ecosistemi favorevoli; è l'apertura alle possibilità a scapito della burocratizzazione la chiave di volta delle nuove Amministrazioni lungimiranti e accoglienti.
  • l’approccio al lavoro deve essere squisitamente formativo; le persone che crescono dentro questi nuovi sistemi vivono l'esperienza lavorativa come una scuola permanente.
  • nel sistema devono essere presenti attivatori di processi; i sistemi fecondi di costruzione di risposte sono stimolati e accompagnati da attivatori che contribuiscono all'abilitazione del territorio e dei partecipanti al processo.

Questi non sono 6 indicatori rigidi, sarebbe un errore valutarli tali. Ma sono punti di riferimento a cui aggiungerne altri sempre con un approccio attento più che a catalogare a osservare le cose che accadono. E... fondamentale...sempre utilizzando la comunità come riferimento primo e ultimo.

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