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Sembra che una delle parole più usate nel 2017 all'interno dei dibattiti e degli incontri tra gli attori del terzo settore sia “collaborazione”. Forse più usata di “rete” e di “sinergia” che negli ultimi anni erano, e lo sono ancora, centrali nella narrazione di un welfare centrato sulla comunità.

Questa ricorrenza, come altre, è forse figlia di una grande riflessione intorno all'economia sharing che da tempo provoca il nostro terzo settore, lo interroga in qualche modo, lo stimola all'innovazione, lo stuzzica sulla parte relativa alla sua reale capacità di stare nel mezzo della comunità.

E forse, di questo inizio a esserne convinto, questi stimoli, interrogativi e provocazioni stanno lavorando sulla mutazione delle nostre organizzazioni e dei nostri processi semplicemente con la capacità  risvegliare modi di stare nella comunità come lo scambio, la densità relazionale,  la reciprocità produttiva per entrambe le parti, la disintermediazione.

E forse, l'idea di guardare i temi sociali, le progettualità, i presidi sociali territoriali, le strutture, ecc con una nuova capacità di pensarli “collaborativi” può non provocare cambiamenti tecnologici o di strumenti (come la sharing ci insegna) ma senz'altro cambiamenti di approccio e di relazioni con il contesto.

Su questo allego un draft realizzato per lavoro fatto con l'Università di Firenze per un approfondimento a livello europeo sulle nuove emergenze e la capacità di risposta dei servizi sociali.

Il tema è la povertà educativa, il setting è il nostro del terzo settore e la risposta si alimenta di proposte collaborative.

Leggi il documento di Carlo Androlini su sistemi collabortivi e povertà educative

 

 

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