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L'ecosistema ibrido

Da oggi esperienze di mezzo tra gli strumenti dello sharing e l'agire del terzo settore.

Chi studia l’innovazione assicura che le cose più interessanti, quelle davvero dirompenti, provengano dalla periferia del sistema oppure da terre di mezzo, dove prospettive, saperi, discipline diverse si incrociano. È in questi territori, dove gli accasamenti classici si sfaldano, che sembra nascere più facilmente il nuovo. Non è semplice, però, vivere in questi spazi interstiziali. Non tutti sopravvivono senza l’ossigeno rassicurante delle categorizzazioni e delle identità chiare, definite. Se diventa più complicato definire chi si è, cosa si fa e si produce, è certo che questi luoghi diventano di reintegrazione di quanto è stato separato e per questo generatori di nuovo benessere e di nuove possibilità di senso.”

Questa potente suggestione l'ho trovata in un sito molto interessante (è www.generativita.it) e subito condivisa. Parla del valore dell'ibrido. Per questo il post si chiama “l'ecosistema ibrido”.

Perchè sarà proprio nell'ecosistema ibrido in cui, nelle prossime settimane, sosteremo. Un luogo dove si incrociano (consapevolmente o inconsapevolmente) l'agire tradizionale del terzo settore e la cultura e l'operatività portata (o forse per meglio dire risvegliata) dalla sharing economy. Ma che cosa è questo ecosistema?

Un luogo che è almeno 3 cose:

  1. E' una zona di azione per certi aspetti nuova e inedita che costruisce in un nuovo contesto dove sono i bisogni che generano risposte collettive. La possiamo chiamare “ecosistema di comunità generative” ed è lo spazio che costruisce risposte innovative a bisogni emergenti. Ma è anche il luogo in cui si riconnette la relazione che parte dalle persone e va verso le strutture consolidate (il terzo settore è una di queste strutture).
  2. E' una modalità in cui soprattutto i sistemi tradizionali si rimettono in gioco a servizio del bisogno che la collettività decide di evidenziare. Il terzo settore diventa così insieme sia recettore dei bisogni (degli utenti, delle loro famiglie, della cittadinanza organizzata e non) sia mediatore o amplificatore fra le persone e altre persone, fra le persone e le istituzioni, fra le persone e altri soggetti attori di comunità.
  3. E' un processo sperimentale per il terzo settore innovativo e di investimento a geometria variabile. Innovativo perchè nasce su un area ancora da sperimentare e di investimento a geometria variabile perchè porta con sè, naturalmente, l'incognita della sostenibilità futura (in termini economici, organizzativi e di impatto sociale) che rappresenta la grande sfida del terzo settore.

Ed ha almeno 7 caratteristiche che contraddistinguono il crearsi di azioni in questo contesto così disegnato:

  1. esaltazione di forme di reciprocità e relazione fra persone e soggetti tradizionali (terzo settore) che sviluppano processi dalla rilevazione di bisogni comuni all'avvio di risposte comuni;
  2. presenza di alcuni dei capisaldi dei sistemi collaborativi derivanti dalla narrazione sharing (scambio, riuso, ecc.);
  3. costruzione di azioni e strumenti volti allo sviluppo locale con un approccio a un welfare generativo e inclusivo (quindi non riparativo);
  4. diminuzione o abbattimento totale della dipendenza dalla risorsa pubblica;
  5. rapporto con l'Ente Pubblico orizzontale (e per l'ente pubblico capacità di assumere un ruolo di facilitatore di ecosistemi favorevoli)
  6. contaminazione tra economia sociale e economia della collaborazione (in termini o di strumenti, o di tecnologie, o di risorse umane, o di modelli organizzativi);
  7. individuazione di un campo “fisico” di azione (una comunità definita).

Sono indicatori che troviamo (tutti contemporaneamente o almeno in parte) in alcune esperienze e che provo e proviamo (anche con altri compagni di viaggio) a raccontare dal prossimo post in avanti (per un po'!) con storie e esempi collocabili in questa straordinaria terra di mezzo.  

Provare a regolare la condivisione e la collaborazione

Vorrei utilizzare lo spazio post di questa settimana per fermarmi un attimo a un “evento” importante per la sharing economy: La proposta di legge (qui la Presentazione  della legge in forma più “leggibile”). Non mi piace solitamente parlare di aspetti legati a procedimenti legislativi (tra l'altro appena avviati) ma giusto un passaggio mi sembra corretto farlo. 

In questi giorni ci sono stati e ci sono ancora commenti nei vari network che di questo e di altro si occupano di addetti al lavoro, innovatori, accademici, pensatori liberi. Se dovessi misurare il grado della soddisfazione per l'uscita della proposta direi che siamo davvero bassi. Molte perplessità, evidenziazione di punti deboli, qualche spiraglio positivo ma da riformulare meglio.

Che dire da parte mia...innanzitutto una proposta è pur sempre una buona cosa. Anche fosse tutta sbagliata ha il grande pregio di avviare un procedimento, un processo, uno scambio di impressioni, un documento da ricostruire che è migliorabile solo se c'è. Questo per dire che comunque bene che sia uscita una prima proposta e bene che la tenacia di alcuni parlamentari facenti parte dell' intergruppo parlamentare “innovazione” abbia fatto questo in tempi non eccessivamente lunghi.

Poteva essere post uscita delle Linee guida e direttive europee in arrivo prima dell'estate. Poteva, ma ormai non è più possibile.

Poteva non confondere i servizi che mettono in mezzo i beni e i servizi che utilizzano il tempo delle persone quando parla di fiscalità. Poteva, ma al momento non l'ha fatto.

Poteva definire meglio e in forma più ampia e dettagliata la sharing economy. Poteva, ma su questo non troveremo forse mai un giudizio condiviso unico. Certo, la definizione è forzata anche perchè siamo in un ambito talmente in movimento che una definizione stretta non aiuta (noi abbiamo un esempio simile nelle legge 155 sull'impresa sociale che alla fine ha prodotto più limiti che potenzialità).

Poteva introdurre il differente concetto tra “service provider”, ossia veri e propri erogatori di servizi, o semplici “host”, che si limitano a dare uno spazio (virtuale) in cui sono i peer a offrire il servizi. Su questo però ora possiamo porre seriamente la questione.

E di osservazioni forse ce ne sarebbero anche altre ma quello che veramente interessa me e credo “noi del terzo settore” (diciamolo con fierezza “del mondo tradizionale”) sono 4 aspetti:

  1. l'esperienza di nicchia, piccole e locali perora non sono considerate. Queste hanno bisogno di spazio altrimenti non riusciamo a comprendere se possono “socialmente” funzionare.
  2. prosegue un ambiguità a parer mio di fondo. E' tutta sharing economy? O alcune di queste esperienze si collocano in un ambito diverso, di confine appartenente a una contaminazione semplice (e quindi facente parte già di canali e asset normati, vedi crowdfunding, ecc..) con il mondo degli strumenti innovativi dell'impresa sociale?
  3. sperimentiamo il più possibile anche noi del terzo settore altrimenti in questa discussione rischiamo di non entrare e dopo il margine della contaminazione si potrebbe ridurre.
  4. e per tutti, normiamo ma non subiamo modelli europei che, in un Italia ricca di un tessuto sociale unico, non avrebbero lo stesso ecosistema di riferimento.

Refugees Welcome, l'accoglienza sharing

L’ultimo progetto di “sharing sociale” approdato in Italia è la piattaforma Refugees Welcome.
E' una piattaforma nata un anno e mezzo fa in Germania per mettere in contatto i rifugiati con i cittadini che vogliono ospitarli in casa propria. L’obiettivo è quello di favorire l’integrazione tra i profughi che arrivano nel nostro paese e gli italiani, attraverso un modello di accoglienza diffusa.
Il progetto solo in Germania nel primo anno ha messo in piedi circa 250 “abbinamenti” e in Austria, Polonia, Grecia e Spagna 240.
Il progetto funziona attraverso 3 tipi di canali di aiuto.
L'offerta della propria disponibilità ad accogliere (che poi il gruppo di lavoro che sta dietro il portale fa incrociare con le richieste), le donazioni per sviluppare il progetto e infine la disponibilità a dare del tempo come volontario.

Al di là della sua reale efficacia (tutta ancora da comprendere in Italia), va evidenziata subito la sua nobile capacità di offrire un servizio dal basso con il coinvolgimento di persone comuni, da Nord a Sud, mobilitandole in favore dei migranti e dei richiedenti asilo. Chiedere responsabilità alle persone comuni è talmente banale da essere, ancora oggi, geniale.

Bene, tra un anno capiremo se ha avuto senso, ma intanto il terzo settore (non solo la cooperazione sociale) che fa?
Prova a confrontarsi? Sia con il “mezzo” sia con questo gruppo di lavoro (una associazione costituita da tre giovani di grande competenza e grande capacità)?
E' su questo ponte spesso mancante che io ritorno ogni qualvolta ce ne sia l'occasione.
Non perchè tutto deve essere per forza collegato (anzi è importante che le iniziative sociali sia tante e veloci a nascere e si muovano anche in autonomia); ma perchè, pur mantenendo ognuno i propri spazi, non proviamo a unire alcuni modi, alcuni servizi, alcuni strumenti?
Pensate che effetto moltiplicatore poter mettere insieme modalità tra loro diverse tese tutte al solito fine. In questo caso vorrebbe dire unire strumenti di risposta, culture, competenze, provenienze, fondi, ecc.. Del resto il rischio che si corre a provare a unire le strade è minimo. Un incontro, una mail, una telefonata...poi vediamo.

Dobbiamo allargare, o spostare per meglio dire, la visuale anche verso questo mondo.
Lo deve fare l'organizzazione sociale. Lo deve provare a fare l'attore sharing del caso.
E per quanto ci riguarda deve essere un modus operandi nuovo di Cda, progettisti, Direttori, coordinatori di servizi che in quei luoghi vocati a prendere decisioni dove si discute e si decide su nuovi servizi, nuove alleanze, nuove contaminazioni si inizi ad allargare “normalmente” la visuale a opportunità tipo Refugees Welcome. Proviamoci.

18 piattaforme di crowfunding per il terzo settore

Questo post, al contrario degli altri non porta commenti e suggestioni ma solo info, spero interessanti per il nostro mondo.

Ho pensato poter essere utile avere sott'occhio un elenco, più o meno esaustivo, di tutte le piattaforme di crowdfunding attualmente attive in Italia collegate o collegabili al terzo settore.

Sono 18 le esperienze qui presentate e sono suddivise in base alla diversa tipologia di finanziamento, ovvero:

  • reward based (raccolta fondi che, in cambio di donazioni in denaro, prevede una ricompensa, come il prodotto per il quale si sta effettuando il finanziamento, o un riconoscimento, come il ringraziamento pubblico sul sito della nuova impresa),
  • equity based (modello regolamentato dalla Consob: in cambio del finanziamento versato è prevista la partecipazione del finanziatore al capitale sociale dell’impresa, diventandone così socio a tutti gli effetti),
  • donation based (modello utilizzato soprattutto dalle organizzazioni no profit per finanziare iniziative senza scopo di lucro),
  • ibride (basate su più modalità di finanziamento).

Reward based

Finanziami il tuo futuro. Piattaforma di local crowdfunding che si propone di rivitalizzare i settori dell’economia locale attraverso progetti innovativi provenienti dal territorio.
www.finanziamiiltuofuturo.it

Schoolraising. Anche la scuola ha scoperto il crowdfunding. Obiettivo di questa piattaforma è raccogliere i finanziamenti per progetti scolastici che non possono essere realizzati a causa dei tagli ai fondi degli istituti.
www.schoolraising.it

Rezz. “Crowd è il nostro mood. Funding e sourcing il nostro mezzo”. Ecco il motto di questa piattaforma di crowdfunding e crowdsourcing locale, dedicata ad associazioni e cooperative sociali con sede in Puglia. www.rezz.it

Vizibol. Piattaforma dedicata ai progetti creativi e, in particolare, a idee e progetti legati alle arti visive e all’ambito visivo della creatività.
www.vizibol.com

Equity based

Ecomill. Sostenibilità, innovazione e aggregazione sociale. Sono questi i valori da promuovere secondo Ecomill, piattaforma dedicata a progetti ad alto valore innovativo nel settore energetico e ambientale. Www.ecomill.it

Donation based

Let’s donation. “Il Profit sostiene il No Profit”: è questo lo slogan di questo portale donation based nato per finanziare progetti sociali locali, nazionali ed internazionali.
 www.letsdonation.com

Retedeldono. Piattaforma di crowdfunding  per la raccolta di donazioni online  a favore di progetti d’utilità sociale ideati e gestiti da organizzazioni non profit.
www.retedeldono.it

Iodono. È il primo sito di personal fundraising in Italia. Ha l’obiettivo di permettere alle persone di donare online e di raccogliere fondi per le ONP e per le cause a loro più vicine. www.iodono.com

Leevia. Piattaforma di crowdfunding destinata a progetti di beneficenza promossi dalle organizzazioni non profit.
 www.leevia.com

Pensiamoci Noi. Piattaforma di raccolta fondi per progetti di interesse culturale e sociale del territorio piemontese che riguardano quattro ambiti: musica, teatro, welfare, media.
www.economyup.it

Ibride

Funditaly. Portale di crowdfunding cooperativo che aiuta chi ha un’idea a realizzarla, grazie al sostegno finanziario e sociale della comunità. Due le opzioni di finanziamento: attraverso il modello ‘reward based (chi ha sostenuto un progetto riceverà in cambio una ricompensa) e attraverso campagne ‘donation based’ (solo donazioni senza budget minimo).
www.funditaly.it

Terzo Valore. Piattaforma che permette alle persone fisiche e giuridiche sia di fare donazioni ai progetti non profit senza intermediari, sia di fare prestiti alle organizzazioni che poi lo restituiranno con un tasso di interesse concordato. Servizio ideato da Banca Prossima, banca del Gruppo Intesa Sanpaolo.
www.terzovalore.com

Produzioni dal Basso PdB. “La piattaforma di crowdfunding per finanziare qualsiasi forma di autoproduzione, senza filtri e senza nessuna intermediazione”: è quanto si legge sul sito di quella che è la prima piattaforma di crowdfunding in Italia, nata nel 2005. www.produzionidalbasso.com

BuonaCausa. È un network dallo spirito “ethic” dedicato, appunto, alle buone cause: aziende, associazioni, donatori possono finanziare (in forma reward e donation) progetti di valore sociale. . www.buonacausa.org

Donordonee.  Portale di “community funding” che utilizza il “gioco del dono” per finanziare (in forma reward e donation) progetti non profit e per aiutare i propri membri, eleggendone 6 al giorno, a realizzare le proprie idee, sempre in ambito di utilità sociale.
 www.donordonee.eu

Ginger. Il nome di questa piattaforma è un acronimo di Gestione Idee Nuove e Geniali in Emilia Romagna. E il nome la dice lunga. Perché l’obiettivo è finanziare (in forma reward e donation) progetti innovativi a livello territoriale.
www.ideaginger.it

Meridonare.start up che offre servizi di crowdfunding a chi vuole sviluppare progetti con finalità sociale nel Mezzogiorno d’Italiae chenasce per sostenere "tutte le idee sociali più meritevoli e innovative, per sviluppare il dono e il senso di comunità” - www.meridonare.it

Planbee. la prima piattaforma italiana interamente dedicata al crowdfunding civico, nata per dare una risposta concreta sul tema dell'ambiente e del miglioramento delle città e per intercettare la volontà di cittadini ed imprese di essere parte attiva dell cambiamento - www.planbee.bz

Queste parole... le ho già sentite da qualche parte!

Il Terzo settore è dentro la sharing economy? Raddrizzare il tiro per contaminarci meglio

Proprio a cavallo tra il 2015 e il 2016 il Comitato delle Regioni ha presentato un parere alla Commissione Europea dal titolo “Local and regional dimension of the Sharing Economy”.

Un passo importante nella legittimazione e regolazione della economia della collaborazione (o condivisione come si dice nel documento) portato avanti con grande forza e convinzione da Benedetta Brighenti vicesindaco del comune di Castelnuovo Rangone, provincia di Modena.

Scorrendo gli oltre 30 punti del Parere di cose da approfondire ce ne sarebbero tante ma mi limito, come al solito, a vedere come contaminare le intuizioni e gli sviluppi di queste forze nuove con il patrimonio sempre enorme ma a mio avviso mai troppo valorizzato del terzo settore.

E analizzando il documento l'attenzione va allora su tre stralci.

Il primo è che il Comitato Europeo Delle Regioni “ritiene che l'economia della condivisione si basi su modelli sociali, nuovi o rimessi in auge, che presentano una serie di importanti implicazioni sul piano imprenditoriale, giuridico e istituzionale: le pratiche sociali di condivisione, collaborazione e cooperazione”.

Il secondo è che “a giudizio del CdR la crescita dell'EdC va considerata solo in parte una rivoluzione e/o una conseguenza della crisi”. E che “Per alcuni aspetti, essa potrebbe anche rappresentare la trasformazione-inversione di marcia o la transizione di determinati settori dell'attuale modello economico verso tradizioni economiche e modelli economici consolidati (ad es. l'economia cooperativa, l'economia sociale, l'economia solidale, la produzione artigianale, l'economia dei beni comuni e altre ancora)”

Il terzo è che secondo il Parere “Gli obiettivi di politica pubblica che andrebbero promossi tramite l'EdC sono la creazione di comunità, la messa in comune di beni urbani, l'inclusione, la non discriminazione, lo sviluppo economico locale, l'imprenditorialità giovanile, la consapevolezza delle problematiche ambientali e la solidarietà interpersonale”.

Quello che si evince è che la suggestione di questo “Parere del Comitato delle Regioni”in queste parti riportate qui è forte (l'abbiamo detto anche in altre occasioni), la potenzialità anche, i messaggi culturali pure...ma anche in qualche modo una spinta verso un ruolo centrale rispetto a un certo mondo di cui il terzo settore è il teorico protagonista...e allora pongo alcune domande al nostro mondo cooperativo.

Innovazione, collaborazione e condivisione, inclusione, sostenibilità e solidarietàsono parole sconosciute? O sono termini che hanno motivato e motivano tuttora tante realtà della cooperazione sociale?

Non sarebbe il caso di recuperare la legittimazione a utilizzare (magari insieme a questo nuovo mondo) queste parole per riaffermare l'importanza pubblica del lavoro quotidiano fatto da centinaia di migliaia di operatori e imprenditori sociali?

E poi...e direi soprattutto...la dimensione politica grande – il movente ideale forte – che nei nostri sistemi tradizionali è presente (magari oggi non in piena salute) non dovrebbe essere il potente valore aggiunto da portare come dote da condividere con questi nuovi ambienti innovativi la cui narrazione è quella che questa ricerca porta?

Io direi proprio di sì perché il valore aggiunto che potremmo portare sarebbe capace di essere il motore virtuoso di un rinnovato processo di sviluppo e di benessere delle nostre comunità dove sistemi tradizionali e sistemi nuovi si sommano e si contaminano continuamente e permanentemente.

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