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Verso la peersfunding

Quando il crouwdfunding diventa davvero del sociale

Disegnato il nostro quadro di riferimento con i 4 post “share e a capo” appena conclusi (perchè ricordiamocelo sempre...a noi interessa alimentare per punti, intuizioni, dati ed esempi, il possibile  incrocio fra  terzo settore e sistemi Collaborativi e non altro), iniziamo a raccontare un po' di cose. E lo facciamo subito con ottimo lavoro di Ivana Pais che ci porta ad approfondire il tema del crowdfunding come strumento per il terzo settore. Si tratta  della ricerca "Il Crowdfunding in Italia - Report 2015". realizzata dall'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con il contributo di TIM WithYouWeDo quale sponsor dell'iniziativa ed il supporto tecnico di Starteed.

Il crowdfunding come sappiamo è un processo nato in Italia nel 2005 (La prima piattaforma di crowdfunding in Italia è stata Produzioni dal Basso produzionidalbasso.com) attraverso cui le persone, grazie all’utilizzo del web, possono destinare quote di denaro, anche spesso di modesta entità, al finanziamento di determinate idee, progetti o iniziative promosse su siti e piattaforme specializzate. Si può fare attraverso una semplice donazione senza un “ritorno” specifico (donation) oppure ottenendo in cambio una ricompensa (reward), o una quota del capitale di rischio (equity), o infine un interesse sul capitale prestato (lending). 

Nella ricerca coordinata da Ivana Pais, che ci racconta uno stato dell'arte che conta ad oggi 82 piattaforme di crowdfunding in Italia, tra le tante informazioni che dà credo alcune di queste  facciano proprio al caso nostro. Innanzitutto, la ricerca ci dice che nuove tendenze sono rappresentate dall'emergere di piattaforme locali e di nicchia, dallo sviluppo di piattaforme ibride che offrono più di un modello di crowdfunding al loro interno e dalla crescente popolarità del crowdfunding “fai-da-te”. Poi, in tutti i modelli, l’elemento della “comunità” – sia virtuale che fisica – ed il legame con il territorio risultano molto forti e rappresentano una condizione necessaria per il successo di qualsiasi progetto di crowdfunding. Con il crowdfunding la crowd, folla indistinta di potenziali investitori, si trasforma in peers, comunità di sostenitori e co-creatori che condividono valori e hanno interesse nella realizzazione del progetto.

Ma se locale e comunità sono 2 elementi  fondamentali per lo sviluppo e il successo del crowdfunding, il terzo settore su questo binomio (che si collega alla necessità di coinvolgere e trovare risorse per le proprie progettualità) ci può e deve stare. Stare come partner ma forse anche come promotore. Basti osservare 2 esperienze giovani ma che condensano tutto il potenziale in possesso del nostro mondo:

1-Meridonare, start up che offre servizi di crowdfunding a chi vuole sviluppare progetti con finalità sociale nel Mezzogiorno d’Italiae chenasce per sostenere "tutte le idee sociali più meritevoli e innovative, per sviluppare il dono  e il senso di comunità”. Meridonare si rivolge a gruppi, movimenti, associazioni, cooperative, imprese sociali e singoli cittadini che vogliono sostenere la realizzazione di progetti a scopo sociale facendo leva sui punti forza dei progetti, ma anche sul senso di comunità e condivisione, coniugando merito, cultura del dono e identità territoriale.

2-Ideaginger un esempio ottimo di piattaforma locale con un focus specifico sui progetti dell’Emilia-Romagna; l’idea di questa piattaforma è di seguire da vicino le idee e sostenerle anche attraverso l’attivazione delle reti locali e una promozione online e offline. Vedendo questi esempi e gli elementi brevemente accennati all'inizio del post che sia...forse....giunto il momento per il terzo settore di passare a un pensiero più strutturato e un processo generativo più incisivo e convinto che porti ad arricchire il modo di reperire risorse o di generare nuovi strumenti di comunità per la sostenibilità di tanti progetti sociali? Dai, la peersfunding è a portata di mano, proviamoci.

Share e a capo 4/4

L'economia della condivisione impatta sul bisogno sociale grazie a un anello di collegamento

Siamo al quarto post, e ultimo, di share e a capo. Siamo passati dall'evidenziare quali forme di sharing economy sono già, così come sono, interessanti per il nostro ambito, abbiamo visto quanto la famiglia più vasta, i sistemi di collaborazione e condivisione, sia la cornice più interessante perché al suo interno si intravedono modi e modelli molto affini e infine, ci siamo avvicinati solo accennandoli, a quei sistemi sharing che funzionano se immersi nella relazione e nei contesti. Emblematica situazione che ci porta sempre più vicino ai modelli cari al terzo settore e soprattutto ai suoi obiettivi. E proprio da qui ripartiamo per l'ultima puntata. È la ricostruzione di valore di comunità e l'impatto sociale rispetto a problemi e urgenze sociali la tappa decisiva e importante per il nostro terzo settore. 

Può questa nuova energia collaborativa contribuire, aiutare, innovare il nostro percorso di miglioramento delle nostre comunità, la coesione sociale, la giustizia?

E la sfida è proprio qui, su queste domande.

Perché quella relazione messa in moto da questi sistemi collaborativi e quegli strumenti di sharing adatti o adattati ai nostri fini se riescono a alimentare le risposte ai bisogni sociali moltiplicano le possibilità di cambiamento dei nostri contesti e delle nostre comunità. Per questo il link tra sistema collaborativo e coesione sociale oggi è strategico per il cambiamento in/di comunità reali. Ed è per questo che il terzo settore è l'anello di congiunzione fondamentale in questo processo di mediazione e traduzione.

Tenere quindi saldamente insieme da una parte l'innovazione apportata dai sistemi collaborativi e dall'altra la coesione sociale che si declina in giustizia sociale, collettività plurale, comunità comprensiva, vuol dire lavorare per il raggiungimento di obiettivi sociali, socio-culturali attraverso contaminazioni operative dove terzo settore e “mondo collaborativo” trovano un cantiere comune.

Si tratta allora per il nostro mondo di non partire più dalla sharing per arrivare a possibili interazioni ma, viceversa, concentrarci sul problema sociale su cui si vuol lavorare e scendere su quanto e come i sistemi collaborativi e di condivisione possono contribuire. In termini di strumenti, di approccio, di nuove alleanze, di persone.

Share e a capo quindi, perché ora il ritmo e la direzione la dobbiamo dare noi.


 

Vai alle puntate precedenti:

Share e a capo 2/4

... E' la famiglia più grande, quella dei sistemi di collaborazione e condivisione che ci interessa

Nel post precedente facevamo riferimento ad alcune piattaforme che lavorano sul riutilizzo a fini sociali degli alimenti. Ma di idee che stanno mettendo piede (e piattaforme) nel sociale ce ne sono altre. Sul tema dell'accudimento e dell'educazione per esempio. Ma anche su strumenti ulteriori per l'inserimento lavorativo di soggetti deboli e ancora sulla formazione e il turismo sociale....

C'è Tabbid che mette in contatto chi può fare piccoli lavoretti e chi cerca, timerepublik banca del tempo digitale, ciaomami che tiene bambini di genitori “in viaggio”, bircle che costruisce itinerari turistico-culturali per disabili direttamente proposti da cittadini, Casseroleclub.co.uk che è un portale inglese dedicato a far incontrare quelli che amano cucinare con quelli, del proprio quartiere, che hanno difficoltà a mettere insieme un pezzo di pane e formaggio, oilproject una scuola online gratuita dove ex docenti, professori universitari o semplicemente persone competenti in particolari materie, danno disponibilità gratuita a insegnare a chi vuole istruirsi o imparare cose nuove. E l'elenco proseguirebbe. Quindi non dilungandoci oltre, perché credo sia abbastanza chiaro che, su potenziali piattaforme “utili” al nostro mondo e a fare meglio il nostro lavoro, ci siamo.

E su questa dimensione facciamo allora share e a capo perché ancora più interessante è allargare il nostro campo di azione/comprensione alla grande famiglia di cui la sharing fa parte: i sistemi collaborativi e di condivisione.

I sistemi collaborativi e di condivisione sono molto di più. Per rimanere contingenti alle economie della condivisione abbiamo dentro questo grande contenitore, il crowdfunding, le social street, le campagne civiche, i co-working solo per dirne alcuni. Nei sistemi collaborativi e di condivisione rientrano tutte quelle forme di azione che cercano un risultato preciso e specifico grazie alla relazione partecipativa delle persone. In questo senso, solo per fare un esempio, degno di nota è il fund raising di prossimità il cui obiettivo non è la raccolta di denaro bensì la costruzione di relazioni finalizzate alla socializzazione di un problema sociale che diventa tema collettivo, a cui i fondi saranno conseguenti.

Nel prossimo post inizieremo a vedere che la “relazione locale” è un pezzo fondamentale per noi… ma anche per la sharing.

Share e a capo 3/4

L'economia di condivisione ha bisogno di relazione

Sempre più nella sharing economy, si fa strada il concetto di “shareable city”. Ci sono esempi che arrivano da lontano: da Amsterdam, dove è stato realizzato un protocollo sulla sharing economy, da Seoul, che rappresenta già da alcuni anni un modello di “città condivisa” grazie al progetto Sharing city, Seoul.

E anche in Italia, a Messina dove con la delibera della Giunta Comunale di fine 2013 si rafforzano gli scambi tra cittadini e dei cittadini con l’amministrazione attraverso la piattaforma di banca del tempo digitale Time Republik; a Bologna e poi in molte altre città con il “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani” del 2014, e poi tutto il percorso articolato e ricco fatto dal Comune di Milano su strumenti e atti per lo sviluppo della collaborazione e condivisione.

Ma accanto agli atti di programmazione e alle nuove forme di amministrazione del Pubblico succede ancora altro. A Bologna per esempio due anni fa sono nate le social street, gruppi informali tra i residenti nella stessa via che si coordinano attraverso un gruppo Facebook: oggi sono quasi 400 e molte di queste si trovano in piccoli centri urbani. Si tratta di una vera pratica share a dimensione locale, di piccola scala, dove le relazioni di vicinato sono uno dei propri tratti caratterizzanti.

Lo stesso sta accadendo nel crowdfunding: Diffusione di piattaforme territoriali, dove le relazioni digitali sono radicate in quelle di prossimità sono carattersitiche tutte italiane. Basta vedere il rapporto territoriale di piattaforme di crowdfunding come Ginger (Emilia Romagna) o Planbee (Toscana).

Entrambe basate su la costruzione di progetti che vivono con piattaforma online ma assolutamente in rapporto e relazione con il territorio e i suoi abitanti.

Il comune di Veglio, neanche 600 abitanti nella provincia di Biella, che all’inizio del 2013 ha aperto un coworking per evitare la partenza dei giovani dalla montagna alla città.

È la sharing economy che si alimenta di “relazione reale” quella che viene fuori in maniera forte da questi esempi e situazioni. E al terzo settore questa parte piace parecchio!

Share e a capo 1/4

Nel nostro capire e approfondire la sharing economy, commentare le situazioni, gli eventi e le evoluzioni è importante prima fermare i punti che ci interessano tenere. L'abbiamo detto subito, tutto può essere interessante ma non tutto è utile per la contaminazione con il terzo settore. E allora, prima di entrare nel vivo, utilizziamo qualche settimana (4 per la precisione!) per “con-centrarci” sul binomio sharing-terzo settore.

Share e a capo - 1 - C'è una share economy che così com'è, è già positiva

Parlando di Sharing economy una opportuna definizione può essere considerata senz'altro questa: “Una nuova economia che attraverso lo scambio, la condivisione, il noleggio, il prestito propone forme di consumo più consapevoli, basate sul riuso piuttosto che sull’acquisto, e sull’accesso al bene piuttosto che sulla proprietà, sulla fiducia nei confronti dello sconosciuto piuttosto che sulla diffidenza” (vedi gli articoli di Marta Mainieri su chefuturo.it). Questa definizione possiamo guardarla da almeno due punti di osservazione opposti fra loro (...anche se è il risultato la cosa che veramente conta.):

  1. La sharing è una nuova forma di economia che ha bisogno della dimensione sociale per vivere e progredire.
  2. La sharing è una dimensione nuova di coesione sociale che mette l'economia come strumento di relazione e crescita.

Non sappiamo quale sia il punto di osservazione giusto (e se ce ne sia uno veramente giusto). Di certo c'è un elemento importante, decisivo, che fa e farà la differenza... ovvero che esiste un orizzonte sempre maggiore, penetrante nel nostro sistema, che mette insieme economia, socialità, relazione e fiducia. E tutto nello stesso processo.

Questo non è un passaggio né scontato né secondario. E direi anzi che, per noi del terzo settore, è di fatto l'unica porta di accesso veramente interessante che esprime il valore potenziale che ci interessa indagare e, se tutto va bene, “sposare”. La sharing così come l'abbiamo definita all'inizio ha di fatto campi di azione già in grado di contaminare il terzo settore senza dover costruire palinsesti ulteriori. Piattaforme che mettono a disposizione tempo delle persone, spazi per il riuso o possibilità di non sprecare cibo sono senz'altro dimensioni interessanti da far interagire con il modo del no profit e con il mondo a cui il privato sociale si rivolge.

Basti pensare a tutte le connessioni che permettono di recuperare le eccedenze come Breading piattaforma che si propone di mettere in contatto l’offerta di pane avanzato con la domanda di chi quotidianamente è impegnato ad aiutare chi ha fame, Bring the food , applicazione web/mobile che permette di porre in contatto eventuali donatori con chi raccoglie e ridistribuisce gli alimenti tra i più poveri, IfoodShare che pone direttamente in contatto chi desidera donare cibo con chi ne ha bisogno senza coinvolgere necessariamente organizzazioni che fungano da intermediarie.

Insomma già senza costruire nessun correttore o aggiungere pezzi di ricambio la sharing economy così come è ha già qualcosa di molto interessante da offrirci. Ma questo è solo l'inizio del nostro con-centrarci sul tema.

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