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Il crowdfunding...il vero risultato è la creazione di beni comuni

Started anche quest'anno ha prodotto un lavoro prezioso. Ha contato piattaforma per piattaforma tutte le campagne, le ha divise per categoria, ci ha lavorato sopra con risultati sempre ottimo. Ha considerato solamente le campagne con esito positivo, dove è avvenuta realmente una transazione economica, escludendo quindi quelle non andate a buon fine. Solo per dare alcuni dati che trovate anche (e in versione completa) nella newsletter del Consorzio IIR:

Sono le piattaforme che in questo blog hanno già trovato collocazione e commenti per la loro eccezionale capacità di accompagnare anche il nostro mondo. Queste insieme alle tante altre nel 2016 hanno costruito una raccolta pari a 90 milioni di euro.

Un bilancio positivo e in netta crescita...più del 35% dell'anno precedente.

E crescono anche e soprattutto le iniziative, tipicamente in forma di donazioni, realizzate in modalità “Do it Yourself”.dove si affacciano sempre di più a questo mercato soggetti istituzionali, grandi aziende, brand e community consolidate che cercano più flessibilità e controllo nel creare una o più campagne di raccolta fondi.

Una cosa importante va aggiunta però all'attenta analisi di started.

Il crowdfunding utilizzato dal terzo settore quando vince, vince 2 volte.

Vince perchè consegna il risultato e la richiesta economica necessaria a “fare” le cose.

Vince perchè “consegna” alla collettività il proprio progetto, la propria idea, il proprio luogo, il proprio servizio. Lo consegna nel vero senso della parola perchè

  • ...perchè si alza il livello di chi contribuisce....vengono ingaggiati nuovi compagni di viaggio.
  • ...perchè si sviluppano processi che escono dall'unidirezionale percorso “aiutato-chi aiuta” sconfinando verso modelli di aiuto e di servizio che circolano e che sviluppano processi circolari, virtuosi che mettono nel mezzo persone, cittadini, economie senza il necessario passaggio o di tipo Ente pubblico/utente o di tipo ente erogatore/assistito.
  • ...perchè fa spostare e assumere una nuova postura modificando il nostro punto di operatività da dentro i servizi a nel mezzo alla comunità.

E' questa seconda vittoria che a me pare il più grande risultato.

 

Sharing e Terzo settore, tra "ritrovamento" e collaborazione

Dopo ormai 2 anni di approfondimento che faccio del fenomeno sharing e dopo numerosi tentativi di contaminare la cooperazione sociale (e il terzo settore in genere) con l'economia della collaborazione (o per meglio dire con quello che di cultura e di strumenti questo mondo ci porta), oggi di tutto questo mi viene da pensare a due cose veramente importanti, due cose su cui non mollare e da cui non prescindere:

  • il valore del ritrovamento.
  • il valore della collaborazione in sé.

1 - Il valore del ritrovamento.

Il valore del ritrovamento perchè in questa intersezione tra cooperazione sociale e sharing....

  • ...ritroviamo alcune prassi legate al passato dove la fiducia “ri”permette  di “ri”costruire legame sociale attraverso lo scambio, la condivisione, la collaborazione.
  • ...ritroviamo una narrazione vincente. La cooperazione sociale, il terzo settore in genere nella cultura sharing ritrova l'alfabeto  della "sua" cultura.
  • ...ritroviamo l' entusiasmo. Dato dalla forte freschezza e vitalità del mondo sharing.
  • ...ritroviamo il ruolo abilitante. Che la sharing ha costruito anche grazie alle potenzialità delle piattaforme e che il nostro mondo può tradurre facilmente in "abilitazione relazionale”.

 

2 - Il valore della collaborazione

Il valore della collaborazione perchè in questa intersezione tra cooperazione sociale e sharing....

  • ...si alza il livello potenziale di chi può contribuire....cercando forme nuove e più dentro i nostri contesti che “ingaggino” nuovi compagni di viaggio (dal panettiere al fab lab, dall'economia civile al nuovo Ente pubblico ecosistema favorevole).
  • ...si sviluppano processi che escano dall'unidirezionale percorso “aiutato-chi aiuta” per sconfinare verso modelli di aiuto e di servizio che circolano e che sviluppano processi circolari, virtuosi che mettono nel mezzo persone, cittadini, economie senza il necessario passaggio o  di tipo Ente pubblico/utente o di tipo  ente erogatore/assistito.
  • ...ci spostiamo e assumiamo una nuova postura quindi. Cioè modifichiamo il nostro punto di operatività da dentro i servizi a nel mezzo alla comunità per puntare al massimo all'utilizzo (perdonate il termine utilizzo) del bene relazionale.
  •  

Ma  se così è allora dobbiamo fare “solo” (si fa per dire) 3 azioni/movimenti e poi parallelamente un quarto atto che è quasi una cornice.

Le 3 azioni/movimenti sono:

  • traduzione e consapevolezza. Il nostro mondo, i nostri operatori, i nostri dirigenti...hanno ancora bisogno di capire bene cosa è questa narrazione e pratica sharing. Ma hanno bisogno di capirla attraverso passaggi leggeri da dentro le azioni tradizionali.
  • sharing come strumenti. Le piattaforme, i nuovi contesti lavorativi, le forme open, ecc...sono strumenti (“solo” strumenti) da inserire nel kit già esistente.
  • mettere insieme tutti i sistemi collaborativi. La pratica sociali di cooperative, di associazioni, ecc. è ricca di fatti collaborativi. Quella parte va recuperata e reinserita in un unico contenitore che da oggi e soprattutto da domani sia alimentato anche dalle pratiche delle nuova economia sharing.

E il quarto atto, parallelo ma necessario per dare compimento al tutto, è l'acquisizione di un lessico nostro di una nuova narrazione che senta l'utilità di parlare e praticare piattaforme “abilitanti” (off line o on line che siano...tanto ognuno ha bisogno oggi dell'altro).

Dal servizio verso la comunità e dall'idea sociale alla rigenerazione ...passando dalla collaborazione

E' passato un po' di tempo ma recuperiamo in fretta. Con questo post e il prossimo (che esce la prossima settimana ) chiudo i 5 punti che a mio modo di vedere identificano degli ecosistemi che funzionano quando c'è la presenza di una spinta collaborativa perchè danno risultati in termini di risposte sociali (rispetto al tipo di azione/utenza) ma anche e soprattutto di benessere sociale collettivo (rispetto alla comunità di riferimento) . Una spinta che ha direzioni a volte che vanno dal servizio alla comunità, a volte dalla comunità al servizio a volte da un punto preciso verso il contesto e più precisamente “dalla comunità verso il servizio” (ne abbiamo parlato nel post precedente), ”dal servizio verso la comunità”, “dall'idea sociale alla rigenerazione di un contesto specifico”, ”dall'intreccio fra attori diversi della comunità” e “dal bisogno individuale alla collaborazione collettiva” in questo post parlo della seconda e terza situazione.

Dal servizio verso la comunità è il campo di azione che permette di generare relazione collaborativa grazie a una professione che “serve” a più persone (destinatari diretti e indiretti, utenti, ecc) dello stesso contesto.
Si tratta di un ecosistema che fa letteralmente “uscire” le professionalità dal servizio specifico verso la comunità più o meno grande mettendola in connessione lavorativa (appunto produttiva) con una molteplicità di possibili fruitori/utenti.
Ne è un esempio l'infermiere di comunità.
Concettualmente l'infermiere di Comunità, pur mantenendo la stessa mission dell'infermiere di Famiglia, opera in uno scenario allargato. Il concetto di salute del singolo, passa attraverso la conoscenza di tutta la comunità che lo circonda, perché è nella conoscenza della Comunità, che meglio si possono comprendere i determinanti di salute ed i fattori di rischio. Conoscere il contesto in cui si trova l'assistito diventa dunque fondamentale, non si fa salute solo curando la malattia, ma intervenendo sull'ambiente che circonda il paziente.
Come capiamo muta in parte la professionalità perchè si aggiungono competenze “di comunità”, non cambia il rapporto fra la professione e il soggetto del terzo settore con cui l'operatore ha a che fare e si trasforma invece totalmente il rapporto tra il “fare” e il rapporto della e con la comunità, in termini di coesione sociale aggiuntiva e processi di fiducia che rafforzano l'ambiente di riferimento.
Lavori “inventati” in questi ultimi anni, nati per “risparmiare” o per fare “economia di scala” come l'infermiere di comunità diventano, nei contesti favorevoli, veri e propri strumenti di qualità per rafforzare la comunità e il rapporto collaborativo fra le persone.

E poi, il terzo, “dall'idea sociale alla rigenerazione di un contesto specifico”. La definizione è un complicata, dovrei trovarne un'altra, ma intanto accontentiamoci di comprendere di cosa parliamo....di un luogo ben definito (spesso anche amministrativamente dove le persone ben si identificano con quel contesto) che come molti luoghi in Italia è in fase di spopolamento, di decostruzione produttiva e di perdita conseguente di appeal per i giovani che però riesce a rigenerarsi grazie alla creazione di un ecosistema collaborativo che assume un ruolo centrale e da volano per la rinascita di quel contesto.
Esempi da citare ce ne potrebbero essere numerosi ma forse il più emblematico per chiarezza si riferisce alla nascita del co-working a Veglio in Piemonte.
Un co-working “normale”:
-locali a disposizione, gli arredi per le singole postazioni e parte dei consumi sono comuni (acqua, rifiuti e linea web), attrezzature comuni, quali fotocopiatrici, sala riunioni, scanner a favore di lavoratori autonomi o professionisti.
-i partecipanti possono provenire da realtà limitrofe e non, grazie alla possibilità di avere un ufficio a costi contenutissimi.
Fin qui niente di strano ma grazie a questa semplice agopuntura di contesto, il luogo rinasce, si stringe intorno a questa sorta di innovazione territoriale e alcuni dei giovani che sarebbero di li a poco partiti rimangono. E lavorano insieme.

A ShareItaly, parlando di sharing & welfare

Ho partecipato alla prima giornata di sharitaly 2016 edizione che quest'anno ha scelto il titolo “Impatto sharing”. Interessantissimo appuntamento capace di fare il punto su quello che c'è e su quali tendenze e prospettive si intravedono. Un grande lavoro di Marta Mainieri e Ivana Pais alle quali va un grande plauso per il “servizio” che stanno facendo alla materia e a molti di noi.

Quest'anno uno spazio ad hoc è stato dato anche al welfare. O per meglio dire al rapporto fra welfare e economia della collaborazione. E avendo io partecipato al panel che si intitolava “sharing welfare: disuguaglianze sociali e territoriali” vi riporto le considerazioni che ho fatto in chiusura. Considerazioni personali e quindi parzialissime..ma secondo me da qui una possibile ripartenza.


 

….Ma alla fine con la sharing e il welfare collaborativo di cosa parliamo in termini di cose da fare?

Forse di 3 semplici cose.

1 - alzare il livello potenziale di chi può contribuire. Ovvero cercare forme nuove e più dentro i nostri contesti che “ingaggino” nuovi compagni di viaggio (dal panettiere al fab lab, dall'economia civile al nuovo Ente pubblico ecosistema favorevole).

2 - sviluppare processi che escano dall'unidirezionale percorso “aiutato-chi aiuta” per sconfinare verso modelli di aiuto e di servizio che circolino e che sviluppino processi circolari, virtuosi che mettano nel mezzo persone, cittadini, economie senza il necessario passaggio o  di tipo Ente pubblico/utente o di tipo  ente erogatore/assistito.

3 - spostarsi, assumere una nuova postura quindi. Cioè modificare il nostro punto di operatività da dentro i servizi a “nel mezzo alla comunità” per puntare al massimo all'utilizzo (perdonate il termine utilizzo) del bene relazionale.

In questi 3 punti forse si nasconde il nostro vero interesse per la modifica di un welfare che sente anche dalle spinte benevole della sharing economy, punti su cui agganciarsi e su cui rigenerarsi.Ma  se così è allora dobbiamo fare “solo” (si fa per dire) 3 azioni/movimenti e poi parallelamente un quarto atto che è quasi una cornice.Le 3 azioni/movimenti sono:

- traduzione e consapevolezza. Il nostro mondo, i nostri operatori, i nostri dirigenti...hanno ancora bisogno di capire bene cosa è questa narrazione e pratica sharing. Ma hanno bisogno di capirla attraverso passaggi leggeri da dentro le azioni tradizionali.

- sharing come strumento. Le piattaforme, i nuovi contesti lavorativi, le forme open, ecc...sono strumenti (“solo” strumenti) da inserire nel kit già esistente.

- mettere insieme tutti i sistemi collaborativi. La pratica sociali di cooperative, di associazioni, ecc. è ricca di “fatti collaborativi”. Quella parte va recuperata e reinserita in un unico contenitore che da oggi e soprattutto da domani sia alimentato anche dalle pratiche delle nuova economia sharing.

E il quarto atto, parallelo ma necessario per dare compimento al tutto, è l'acquisizione di un lessico nostro di una nuova narrazione che se vede l'utilità di parlare di piattaforme (off line o on line) lo fa altrimenti....anche no.

Alla ricerca della “giusta” posizione della sharing nella cooperazione sociale

Il 23 e 24 settembre ha inizio a Milano un percorso formativo sperimentale all'interno delle proposte finanziate con Foncoop nel catalogo di Idee in Rete.
Nasce con l'idea di dare informazione e formazione sul tema sharing (e per questo la preziosa collaborazione con Marta Mainieri che ad oggi è una delle massime esperte nazionali sul tema, sia attraverso la sua esperienza di “collaboriamo” sia per l'evento centrale in Italia chiamato Sharitaly, che lei organizza insieme a Ivana Pais e che ogni anno fotografa e fa fare passi avanti al movimento e alla cultura dell'economia della condivisione in Italia ).

Ma accanto all'approfondimento e alla fotografia attuale dell'economia di condivisione, l'idea forte in questo percorso è quella di posizionare la sharing all'interno dei processi, dei servizi e delle azioni delle nostre cooperative sociali.
In questo senso rappresenta un vero e proprio cantiere di sperimentazione in cui si tenta di “stressare” alcuni elementi fondanti la cultura sharing e alcune prassi di economia della condivisione per vedere come e in che modo “sistemarle” all'interno dei servizi e dei progetti delle cooperative .
Proviamo insomma a vedere se la sharing (soprattutto come somma di strumenti d'uso) è oggetto culturale e operativo che entra con il suo spazio e con la sua capacità di contaminare dentro la prassi di alcuni campi d'azione della cooperazione sociale.
In particolare il lavoro che ci aspetta nel percorso formativo riguarda:
1- ecosistemi collaborativi per la rigenerazione urbana (riuso, cooperative di comunità,
crowdfunding urbano, produzione energia, ecc..);
2- ecosistemi collaborativi per le nuove povertà (cibo, reintegrazione socio-lavorativa, professioni
di quartiere di condominio, ecc...);
3- ecosistemi collaborativi per l'autonomia dei giovani (spazi di lavoro condiviso, nuovi lavori,
ecc..);
4- ecosistemi collaborativi per l'accoglienza dei migranti (accoglienza, integrazione, ecc..);
5- ecosistemi collaborativi per la creazione di comunità (situazioni che alimentano la rete fra
cittadini e cooperazione sociale).

Ci proviamo e vi raccontiamo....infatti fino a metà ottobre seguiamo questo processo sperimentale portando nei post di questo blog intuizioni, domande e approfondimenti che vengono fuori dal percorso poi, subito dopo, affronteremo due temi a me cari:
-l'educazione e la formazione alla collaborazione come nuovo modello educativo nei campi della prevenzione al disagio e della promozione dell'autonomia e protagonismo giovanile;
-le attrezzature collaborative per le professioni sociali quando si interviene sulle nuove povertà. Ma ci sarà tempo di presentare bene i percorsi di riflessione in comune.
Ma intanto concentriamoci sul lavoro di questo sfidante percorso formativo.

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