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Comunità Vs Iper-regolazione: cronache dal fronte

Partiamo da un paradosso: da una parte mai come ora vi è un'enfasi culturale e politica sulle valenze positive della comunità e della prossimità, enfasi che trova anche alcuni tentativi di traduzione amministrativi in strumenti come i Regolamenti per l'amministrazione condivisa di cui si è parlato più volte su NotiziInRete; dall'altra l'universo normativo è pervaso da fenomeni di iper regolazione che tendono a fagocitare, come mostro mai sazio, anche ambiti di azione che sino a pochi anni fa erano considerati estranei all'ambito della regolazione formale e quindi ad assediare e a restringere il campo agibile per le iniziative di comunità e prossimità, erodendo quegli spazi di tolleranza in cui fino a pochi decenni fa esse potevano svilupparsi. 

Il genitore che supporta attività presso la scuola dei figli, il recupero da parte di una comunità di un immobile degradato, la presa in carico di uno spazio verde pubblico da parte di cittadini sono da una parte azioni che suscitano in misura sempre maggiore l'interesse sia dei cittadini che delle amministrazioni locali più avanzate, dall'altra pongono una varietà di problemi che appaiono solo in parte affrontati. 

Si tratta di un attacco concentrico che segue diverse linee di offensiva; per fare solo alcuni - non esaustivi - esempi: 

- Le normative fiscali che guardano con sospetto il passaggio di denaro per iniziative di comunità - pensiamo ad una cena di piazza in cui ciascuno porta qualcosa, una cucina parrocchiale produce pastasciutta per tutti e un gruppo di anziani in un centro di incontro sforna torte e altri dolciumi, e il tutto viene consumato da chi passa di lì che - se vuole - lascia un'offerta. 

- Le normative lavoristiche prevedono livelli di regolamentazione adeguati (o forse, si pensi alla polemica sui voucher, troppo lassi) se ci si riferisce al mondo produttivo formale, ma scoraggianti laddove ci si riferisca all'impegno in azioni di comunità dove l'impegno è spesso simile a quello del volontario. 

- Gli aspetti di responsabilità verso terzi risultano deprimenti anche per iniziative molto semplici, per effetto di sistemi normativi che hanno ampliato a dismisura i casi in cui si rimanda, anche in casi di prossimità, ad una catena di responsabilità di tipo formale, per cui un dirigente scolastico non può ammettere che alla festa di natale della scuola le mamme portino le torte perché se qualcuno poi fosse colto da mal di pancia di questo, nell'aberrazione della normativa vigente, gli sarebbe chiesto conto. 

- Le normative sulla sicurezza rendono sconsigliabile che un cittadino che voglia impegnarsi nella cura di un bene comune svolga azioni del tutto analoghe a quelle che svolge abitualmente a casa propria, come salire su una scala per imbiancare un soffitto.

- … 

Questi temi rimandano quindi ad una questione più generale e più ampia, che è quella su cui varrebbe la pena - soprattutto da parte di chi ha strumenti adeguati - di ragionare a fondo: manca un diritto relativo alle azioni di prossimità. Sappiamo come normare l'ambito privato / informale (io cucino per i miei familiari e amici), sappiamo come normare l'ambito economico formale (io apro un ristorante e cucino per i clienti), ma mancano le fondamenta stessa del diritto di prossimità, come nel caso già fatto di una cena di piazza organizzata con i cittadini. Cosa che non significa che sia impossibile fare iniziative del genere: si fanno, sperando che vada tutto bene e consapevoli che il proprio spendersi a favore della comunità comporta una sequenza infinita di azioni border line tali che - semmai per qualche motivo qualcosa dovesse andare storto - il benemerito promotore di un'iniziativa di comunità d'un colpo si troverebbe additato come evasore, promotore di lavoro nero e trasgressore di una sequela infinita di leggi d'ogni tipo. 

E la soluzione non può essere solamente quella di introdurre soglie tali per cui se la valenza economica è "piccola" l'attività è posta nell'ambito privato informale, se è "grande" balza su quello economico formale. Il tema è quello di dare un fondamento giuridico autonomo all'azione di comunità, che ha sue logiche e sue regole che oggi le norme non sanno cogliere. Le mamme che portano le torte a scuola non cucinano solo per i propri figli, ma non sono esercizi di pasticceria con hccp, i cittadini che danno il bianco in un edificio recuperato al disuso per realizzarvi futuri progetti non operano a casa loro, ma non sono imbianchini e quelli rimettono a posto un giardino per troppi anni dimenticato non lavorano sulle piante di casa propria ma non sono giardinieri. E, a ben vedere, non sono nemmeno "volontari" nel senso di persone associate e assicurate presso un'organizzazione formale e neppure sono "imprenditori" laddove ad esempio raccolgano tra altri cittadini del denaro necessario alla causa e lo spendano per lo stesso fine. Sono, invece, cittadini che scelgono di prendersi cura collettivamente - magari occasionalmente - di un pezzo del bene comune che nelle loro vicende di vita si trovano ad intercettare. 

In assenza di un diritto di prossimità le soluzioni tampone consistono nel porre limitazioni non possono che suscitare ilarità: dare il bianco ma senza usare le scale (che invece a casa propria si usano), ripulire il giardino ma senza usare il attrezzature specifiche o simili; con la conseguenza di confinare in molte occasioni l'azione di prossimità ad un ruolo marginale. La valenza positiva culturale delle prossimità dovrebbe invece portare a far uscire queste azioni dalla zona grigia del diritto, legittimandole come azioni di comunità; certo con la preoccupazione di evitare che sotto questa etichetta si rifugino fenomeni esecrabili - da tutti i punti di vista: della mancanza di sicurezza, del lavoro nero, evasione fiscale, ecc. - ma avendo presente che: 1) il tipo di fenomeno che si va a normare richiede una considerazione a sé, irriducibile sia a quello che vige nell'ambito privato informale, sia a quello del sistema formale e che 2) l'esistenza di tale ambito di prossimità non è una risulta incerta di un passato da superare, ma una delle più grandi opportunità per le società future e che deve essere quindi promosso e sostenuto. Si potrebbe legittimamente domandarsi quale sia il limite, quando cioè l'azione di prossimità diventa impropria copertura di attività di impresa; certamente ciò richiederebbe ragionamenti più articolati ma in prima approssimazione sarebbe utile chiedersi se le azioni che vengono svolte siano alla fine diverse da quelle che ciascuno - non specificamente professionalizzato - svolge a casa propria e richiedano quindi una specifica azione di impresa, con ciò aprendo il campo ad un'altra famiglia di ragionamenti per noi centrale, quello del rapporto tra azione di prossimità e imprenditorialità sociale.

Da tale relazione potrebbero nascere sviluppi esponenziali delle azioni di comunità, ma anche in questo caso, oltre a evoluzioni culturali, è necessario giungere alla soluzione del problema giuridico di cui sopra; pensiamo infatti ad un presidente di cooperativa sociale che cooperi alla manutenzione di un giardino, facendosi carico della parte di lavoro professionale e organizzando per altre funzioni il ruolo di volontari o cittadini attivi: è scontato che entro poco tempo finisca accusato di una sequenza di crimini da fare invidia alla banda della Magliana. Quindi il "diritto delle azioni di comunità" dovrebbe riuscire a contemplare e promuovere l'attivazione dei cittadini anche nel caso in cui la presa in carico del bene comune si attui in uno spazio fisico o organizzativo della pubblica amministrazione come un giardino, una scuola, ecc. o di una impresa sociale.

Ci si rende conto, con ciò, che uno sviluppo della prossimità nello spazio pubblico implica risposte che ai fan dell'iper regolazione non possono che sembrare barbare. Insomma, premesso che fare un'assicurazione è scontato e doveroso, una volta che ciò è stato adempiuto, dovrebbe essere legittimo (culturalmente e giuridicamente) rispondere alla solita domanda "E se qualcuno si fa male?" con un "La prossima volta starà più attento". Che però, per quanto orribile possa sembrare, altro non è ciò che ciò che si dice a chi si martelli un dito piantando un chiodo a casa propria.

Dopo il referendum

Archiviata, a quanto pare, la crisi scaturita dall'esito referendario,  si rischia di tralasciare almeno due interrogativi che il dibattito sulle riforme costituzionali ha sollevato e rispetto ai quali sarebbe utile soffermarsi a riflettere, il primo di ordine generale, il secondo relativo specificamente a chi opera nell'ambito del welfare.

Partiamo dagli aspetti generali. Si è aperta una crisi di Governo a seguito dell'esito del referendum perché, come notato da più parti, una materia costituzionale, si è identificata con una disputa tra Governo e opposizione. Si possono avere legittimamente letture diverse: colpa di Renzi, che sin dal principio ha dichiarato che una sconfitta del sì al referendum avrebbe determinato la fine del suo Governo; colpa (anche) delle opposizioni, che hanno opposto un no anch'esso fortemente orientato dal posizionamento nell'agone politico contingente.

Quale che sia la valutazione di ciascuno, è difficilmente negabile che buona parte dei leader politici si siano posizionati, relativamente ad un tema che riguardava un futuro di medio periodo - una Costituzione è scritta per durare decenni, non mesi - sulla base di schemi (di breve periodo, peraltro) Governo Vs Opposizione.

L'Istituzione che si discioglie nella contingenza politica è uno dei portati più problematici di quest'ultimo ventennio. L'idea che il vincitore di una competizione elettorale tenti di influire sui meccanismi delicatissimi della democrazia è quanto mai dannoso, deprime le istituzioni da tempio sacro a tutti i cittadini a palazzaccio occupato dall'ultimo manipolo che ha prevalso nello scontro. 

Se dovessimo individuare un punto di rottura, anche simbolico, bisognerebbe forse tornare alle elezioni del 1994; sino ad allora era consuetudine che una delle due camere fosse presieduta dalla maggioranza e una dall'opposizione; perché governare i lavori parlamentari non era questione di schieramenti, ma una funzione di servizio istituzionale. Il centro destra inaugurò in quell'occasione, sotto le insegne della lotta al consociativismo deteriore, il "chi vince piglia tutto", il centro sinistra fece lo stesso due anni dopo, ritenendo più importante evidentemente rendere il torto subito che salvaguardare le istituzioni. E tutti lo fecero di lì in avanti, trasmettendo l'idea che l'Istituzione più alta della Nazione, il Parlamento, sia luogo di occupazione del più forte. La diga era rotta.

E poi, una dopo l'altra, leggi elettorali scritte dal vincitore di turno e approvate a colpi di maggioranza, veramente troppo sospette di essere concepite per avvantaggiare la fazione vincitrice (che talvolta cambia idea nel corso di una stessa legislatura al modificarsi dei sondaggi!).

La confusione tra legittima disputa politica e occupazione delle Istituzioni che debbono garantire tutti è virus velenoso che la nostra democrazia dovrebbe al più presto debellare.

Veniamo all'aspetto specifico relativo al welfare. Si è discusso in questi mesi - anche NotizieInRete lo ha fatto - di come l'attuale assetto abbia portato a livelli di garanzia dei diritti molto diversi a seconda del territorio in cui ciascun cittadino risiede. Era questo, in effetti, uno dei temi posti al centro della proposta di riforma della Costituzione che sarebbe intervenuta sui rapporti tra Stato e Regioni sia nell'ottica di diminuire le disuguaglianze nei diritti dei cittadini, sia di chiarire le competenze di Stato e Regioni così da limitare i contenzioni sull'attribuzione di competenze. In che misura questo secondo obiettivo fosse effettivamente perseguito grazie al testo poi bocciato del referendum, è stato uno degli oggetti di discussione; sul primo, l'uguaglianza dei cittadini e la tutela dei diritti qualcosa si può senz'altro dire.

In materia di politiche sociali il problema esiste e il livello di disuguaglianza è intollerabile, con i cittadini di Bolzano (per i quali si spendono in ambito sociale 264 euro pro capite) garantiti 33 volte di più di quelli di Vibo Valentia (8 euro procapite).

E' vero che quanto dibattuto in occasione del Referendum andava ad interessare questo aspetto, ma sarebbe pretestuoso e limitativo ritenere che la distribuzione dei poteri esaurisca quanto si può fare in materia e quindi concludere che, essendo stata la modifica della Costituzione respinta, tutto sia destinato a rimanere immutato. Va ricordato con forza che a Costituzione vigente (art. 117) è previsto infatti che lo Stato definisca in ambito dell'assistenza sociale e in altri ambiti i livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale. Per farlo in modo credibile bisogna ovviamente prevedere che il Fondo Nazionale Politiche Sociali non sia di 300 - 400 milioni ma di una dozzina di miliardi, cifra di per sé non dissimile a quella di taluni provvedimenti con i quali gli ultimi Governi hanno scelto di caratterizzare la propria azione (ultimo in ordine di tempo gli "80 euro"; ma anche i Governi precedenti avevano fatto operazioni di portata simile su altri temi).

Insomma, è legittimo censurare molti aspetti del regionalismo dell'attuale Costituzione - che in ambito di politiche sociali, del lavoro, della formazione, ecc. - determina regole irragionevolmente diverse tra una Regione e l'altra difficilmente riconducibili ad una lettura delle specificità territoriali e sicuramente fonte di confusione estrema; ma ciò non deve portare oggi a dire che, bocciato il referendum, nulla sia più possibile. Attuare la Costituzione vigente, livelli essenziali di prestazioni compresi, resta un dovere cui le istituzioni debbono dare risposta.

Una storia semplice

Sarà un caso, ma dopo la vicenda, tutt’ora aperta dei fondi comunitari 2007 - 2103, ancora di Sicilia vi dobbiamo parlare. Come direbbe Jessica Rabbit, la Sicilia non è cattiva, è che la governano così…

Facciamo un salto indietro di qualche anno: le ASP siciliane bandiscono l’una dopo l’altra importanti gare, dell’importo ciascuna di alcuni milioni di euro, per servizi di assistenza domiciliare, ADI e altre prestazioni socio sanitarie. Le gare sono aggiudicate in gran parte ad uno stesso soggetto; e fin qui nulla di strano, complimenti al vincitore, punto e a capo.

Insomma, a ben vedere qualcosa da approfondire ci sarebbe, se nel dicembre scorso il presidente dell’ANAC Cantone dichiarava “Le coop che hanno vinto molti degli appalti nelle Asp siciliane avevano dei riferimenti in uno dei gruppi coinvolti con Mafia capitale - dice il presidente dell’Anac -. La stessa coop ha ottenuto l’affidamento in almeno 6 casi su 9, con criteri che sono stati ritenuti discutibili sia per quanto riguarda il bando che l’affidamento” e segnalava di aver proceduto con opportune segnalazioni alle autorità giudiziarie. Ma in fondo ciò che fatto è fatto, chi di dovere appurerà l’eventuale presenza di irregolarità in quei procedimenti, andiamo avanti, tanto più che ormai siamo ad un nuovo capitolo.

Sì, perché tanto il periodo di quegli affidamenti è giunto al termine e ora vanno bandite nuove gare. In una situazione tra l’altro in cui l’impresa di cui sopra è incorsa nel frattempo in una serie di situazioni problematiche. Non che ciò precluda in alcun modo la riaggiudicazione dei servizi, ma certo, ora come ora, tra un'inchiesta e un titolo sul giornale, il complesso delle situazioni verificatesi potrebbe forse rendere non così scontata la riconferma del soggetto in gestione; e soprattutto, sarebbe del tutto anomalo, anche dopo i richiami dell’ANAC, che le ASP procedessero a proroghe del servizio; salvo, beninteso, cause di forza maggiore.

Un’idea però, potrebbe essere crearle, le cause di forza maggiore.

Ad esempio, di recente, una ASP siciliana bandisce, contro ogni norma vigente – dal DPCM 30/3/2001 applicativo della 328/2000 alla recentissima legge 11/2016, l’appalto in lotto unico della durata di 3 anni + 1, del servizio di Assistenza Domiciliare Integrata al massimo ribasso; tutti sanno che non si può e che dunque inevitabilmente partiranno diffide e ricorsi, che con ogni probabilità saranno accolti. Uno smacco? Una sconfitta? Forse, ma da un certo punto di vista non tutto il male viene per nuocere.

Chiediamoci infatti cosa consegue da questi bandi originali? Sembra di vederli, i dirigenti dell’ASP, allargare le braccia: “noi avevamo fatto una procedura assolutamente oggettiva basata solo sul prezzo, ci dicono che non si può e nostro malgrado dobbiamo ribandire la gara, in attesa delle verifiche del caso siamo costretti da cause di forza maggiore (eccole!) a prorogare il soggetto in gestione”. Fantascienza? No di certo, visto che è esattamente quanto avvenuto a settembre 2015 con la gara per l’affidamento del servizio di cure domiciliari nel territorio di un’altra ASP, dove a causa delle diffide circa la contestazione del criterio di aggiudicazione al massimo ribasso la gara, inizialmente bandita per il settembre 2015 è stata rimandata per adesso di 5 mesi, confermando nel frattempo il soggetto in gestione. E poi chissà, magari tra qualche mese si vedrà, magari le acque si saranno calmate.

Ad ogni buon conto: i bandi usciti, oltre alle anomalie sopra citate, contengono requisiti che una sola impresa in tutta la Sicilia possiede: quella a cui erano state aggiudicate la gran parte delle gare al giro precedente, ovviamente. Che di per sé non rende certo il soggetto in una gara europea; ma in un’isola comunque aiuta assai a predeterminare l’esito.

Insomma, certi vecchi vizi sono duri a morire. Soprattutto se chi dovrebbe giocare un ruolo di controllo latita. Su questi bandi avrebbe dovuto vigilare l’Assessorato Regionale alla Sanità che evidentemente non lo ha fatto visto che ogni ASP sta utilizzando criteri, requisiti e prezzi diversi.

Dirigenti che ignorano normative consolidate, uffici regionali che guardano dall’altra parte, mentre vengono emessi bandi che, con buona pace dell’ANAC che aveva contestato i precedenti, ripropongono e ampliano le anomalie.

La Sicilia non è cattiva, è che la governano così…

Welfare in progress... con una importante novità

Vi sono diversi motivi per i quali può essere interessante parlare di Welfare in progress, l'iniziativa promossa da Federsolidarietà e Federazione Sanità presso la Camera dei Deputati. L'idea - sinergie tra le grandi reti di Confcooperative, tra cui Idee in Rete, per costruire una proposta per il welfare del Paese - è sicuramente stimolante, ma di questo tratteremo più avanti. Così come tralasciamo considerazioni su alcuni degli interventi istituzionali ascoltati nell'occasione, francamente un po' sconcertanti. La "notizia del giorno" a nostro avviso è un'altra. Già ci si era interrogati alcune settimane fa sull'esatto significato della delega contenuta nel "DDL povertà" dove si fa riferimento alla necessità di procedere al "riordino della normativa in materia di sistema degli interventi e dei servizi sociali". Ci si chiedeva in sostanza se ciò fosse da intendersi limitatamente alle disposizioni connesse appunto al tema della povertà o se fosse nell'intendimento del Governo mettere mano in modo più radicale all'impianto della 328/2000. Bene, dall'intervento del generale per l'inclusione e le politiche sociali presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali Raffaele Tangorra, l'intento a cui sta lavorando il Governo è il secondo. Da una parte vi è stata la scelta della scorsa legge di stabilità di rendere "strutturali" il Fondo per le politiche sociali e il fondo per le non autosufficienze, con stanziamenti quindi non "per l'anno 2016" ma "a partire dall'anno 2016", cosa che può consentire una programmazione di medio termine dei servizi. Dall'altro l'impianto della riforma costituzionale che pone in capo allo Stato la competenza sulle politiche sociali. Ciò rende possibile lavorare alla definizione - a partire dalla povertà, ma in realtà per l'intero complesso dei servizi - di un sistema che preveda da una parte risorse uniformi e non residuali da parte dello Stato, dall'altra un sistema di prestazioni sociali minime uniformi. Insomma, una riapertura effettiva del tema dei livelli essenziali delle prestazioni sociali, rimasto incompiuto dalla 328/2000 ad oggi. Certo qualche osservazione sul fatto di introdurre un'evoluzione di tale portata attraverso due righe di delega si potrebbe fare, ma il fatto che si riapra lo spazio per questo tipo di evoluzione del nostro welfare è un fatto positivo di grande rilievo che potrebbe rappresentare, ora che va a chiudersi il percorso legislativo della riforma del terzo settore, il tema principale delle politiche sociali del 2016 - 2017. 

Cosa ci insegna l’insensatezza del volontariato in appalto

Si potrebbe obiettare che, da un punto di vista pratico, la questione è forse fastidiosa, ma non così rilevante; ma merita di essere discussa, perché le contraddizioni che manifesta ci aiutano a comprendere l’insensatezza del principio che, al di là del tema in discussione, si applica più in generale al rapporto tra pubbliche amministrazioni e terzo settore.

Tra i vari punti analizzati nel documento dell’ANAC di cui si è scritto la scorsa settimana vi è anche questo: ad ACI sociale che chiedeva di chiarire che “le organizzazioni di volontariato non posso partecipare alle procedure di appalto” (pag. 21 del documento riassuntivo dei pareri ricevuti), ANAC risponde (Relazione AIR, pag. 17): “Con riferimento alle osservazioni formulate da Alleanza Cooperative Sociali Italiane in ordine alla partecipazione delle organizzazioni di volontariato alle procedure di affidamento pubblico, si ritiene che in linea con la giurisprudenza più recente, (Consiglio di Stato, Sez. III 17/11/2015 n. 5249) debba essere riconosciuta l’ascrivibilità anche delle associazioni di volontariato, quali soggetti autorizzati dall’ordinamento a prestare servizi e a svolgere, quindi, attività economiche, ancorché senza scopi di lucro, al novero dei soggetti ai quali possono essere affidati i contratti pubblici (cfr. Cons. St., Sez. III, 16 luglio 2015; n.3685; Sez. VI, 23 gennaio 2013, n.387), escludendo, quindi, il carattere tassativo dell’elenco contenuto nell’art. 34 d.lgs. n. 163 del 2006”.

Dal punto di vista giuridico la posizione di ANAC potrebbe essere per molti versi discutibile, ma non è di questo che vogliamo parlare; anzi, proviamo a coglierne alcuni aspetti positivi: si fa prevalere un dato sostanziale sulla “formalità” dell’elenco dell’articolo 34 del 163/2006 (speriamo ne abbiano piena consapevolezza anche i TAR che alcuni anni fa misero in questione la partecipazione di consorzi di cooperative sociali che, avendo tra i propri soci associazioni del territorio e non solo cooperative, non erano a loro dire pienamente riconducibili appunto all'elenco dell’art. 34). E si dice – anche questo condivisibile - rifacendosi alla giurisprudenza europea, che per essere impresa non bisogna necessariamente mirare al lucro, ma realizzare in modo stabile attività economiche. Ma, appunto, non è dell’aspetto giuridico che vogliamo parlare. Il problema è un altro.

E questo "altro" non è nemmeno il tema che spesso costituisce il casus belli di varie controversie territoriali: volontariato negli appalti come concorrenza sleale per prestazioni surrettiziamente volontarie che costituiscono in realtà un fattore perturbante del costo del lavoro. Questo è solo contingenza, occasionalità, piccolo cabotaggio.

Anzi, ragionandoci: in un Paese dove abbiamo, per fare alcuni esempi, due milioni di non autosufficienti lasciati a sé stessi o a famiglie stremate, quattro milioni di persone in povertà assoluta senza alcuna copertura di welfare degna di questo nome, è ragionevole che tutto ciò che i cittadini sono disposti a fare gratuitamente sia messo in campo, se fatto non per sostituire i servizi esistenti ma per ampliare l’impatto complessivo del sistema di welfare sui cittadini.

Ecco, con questo “se” iniziamo a mettere a fuoco la questione. "Se", appunto, il complesso delle risorse del territorio, professionali e volontarie, venissero intese come un sistema di cui promuovere la crescita, la cooperazione e l’integrazione.

E questo andrebbe a vantaggio di tutti, massimizzerebbe il risultato ottimizzando l’allocazione delle risorse (dalle capacità professionali alle solidarietà di vicinato, dalla capacità di investimento in tecnologie alla gratuità) effettivamente disponibili sul territorio a vantaggio dei cittadini. Non, insomma l’assistente domiciliare o il volontario, ma l’assistente domiciliare e il volontario, ciascuno a fare il suo pezzo entro un progetto condiviso. In altre parole il prodotto sociale più alto ottenibile dato l’insieme di risorse disponibili e probabilmente la possibilità di realizzare servizi alla cittadinanza (non solo nel welfare locale ma in generale nella cura dell’ambiente, dell’arte, della cultura) altrimenti impossibili.

E questo scenario, di cui difficilmente si può negare la ragionevolezza, non è fantascienza amministrativa, ma prassi di alcuni territori (vedi ad esempio qui; e anche questo articolo); ma, inutile negarlo, è del tutto minoritario; il motivo è che, generalmente il meccanismo di ingaggio della pubblica amministrazione è, tranne poche eccezioni virtuose, esplicitamente e pervicacemente sub ottimale, distruttivo anziché produttivo di risorse, depressivo e non incentivante la costruzione di opportunità per i cittadini.

La logica di una gara è esplicitamente distruttiva della potenziale integrazione di risorse. Si sceglie un soggetto e tutti gli altri li si lasciano a casa; il problema non è di coloro che non sono scelti, ma delle risorse che, non scegliendoli, i cittadini non avranno a disposizione.

Ecco, mettere in gara il volontariato è l’episodio che meglio di tutti ci rivela l’insensatezza dell’attuale dottrina prevalente sul tema dei rapporti tra pubblica amministrazione e terzo settore. Ma come è possibile essere così sconsiderati? Non da un punto di vista giuridico, ma strategico. Si parlava, nella causa citata nella relazione ANAC, di ambulanze e di volontari disposti a fare i soccorritori. Ora, che senso ha instaurare meccanismi per cui qualcuno vincerà e qualcuno perderà, con la conseguenza di dire a cittadini disposti a fare un servizio gratuito di stare a casa a guardare la televisione, perché altri hanno vinto la gara?! Quale interesse pubblico si può mai dire di avere perseguito avendo ad esito il l’avere determinato la desistenza di qualcuno ad agire gratuitamente in favore di altri?

Quanto questo esito sia scriteriato è massimamente evidente nel caso di una gara per il volontariato. Ma, a ben vedere, non è difficile estendere un ragionamento simile anche in altri contesti, compresa la (gran parte della) cooperazione sociale, quella che non ha azzerato la capacità di evocare e organizzare imprenditorialmente risorse aggiuntive e irripetibili. Le capacità professionali, i sistemi di relazione territoriali, la capacità di coinvolgere i cittadini sono capitali inscindibilmente legati con i soggetti che li hanno sviluppati, non sono sostituibili con altre di caratteristiche simili come una fornitura di mattonelle o di detersivi.

Anche se è meno evidente rispetto a quando si opera con il volontariato, ogni volta anziché integrare le risorse le si sceglie come se fossero tra loro alternative si distrugge un pezzo di capitale sociale che sarebbe servito ai cittadini.

Obiezioni possibili? Molte.

La prima è che è il terzo settore a non saper lavorare insieme (tanto è vero che talvolta, per ritornare al pretesto da cui siamo partiti, è il volontariato stesso a rivendicare di poter concorrere a gare). Vi è chi è devoto ad una divinità e chi no, chi parteggia per un politico locale e chi per un altro e molti ben persuasi di possedere un metodo di intervento assolutamente ineguagliabile (mentre quello altrui è deleterio); e molte altre cose simili, ostative comunque ad intraprendere una collaborazione. Purtroppo, almeno in buona parte, tutto ciò è vero. Ma una cosa è prenderne atto e lavorare per estirpare tali mentalità, un’altra è porre in un’arena come galli da combattimento coloro che già per natura sono forse portati a beccarsi, buttarli in un agone concorrenziale. La collaborazione va costruita con pazienza, soprattutto dopo vent’anni e più in cui ricercando i benefici della concorrenza si sono esacerbati gli spiriti di competizione.

La seconda è che la concorrenza comunque è utile. Si sostiene che porti a contenere i costi, ad esempio. Forse è vero (ma non sempre), ma è tutto da verificare in che modo, in servizi ad alta componente umana, ciò avvenga grazie a effettivi progressi organizzativi e quanto scaricando su parti deboli (lavoratori o destinatari) tale risparmio. Oppure si può dire che la concorrenza stimoli a conseguire la qualità migliore. Forse, anche se quanto appena detto sui costi potrebbe suggerire il contrario; ma si tratta del miglioramento di un soggetto, a discapito della distruzione di capitale di altri. Si è mai ragionato sull'impatto che avrebbe invece una crescita comune?

La terza è che meccanismi cooperativi non sono sempre generalizzabili. Questo è vero. Probabilmente vi è una parte del welfare che è (o è diventato grazie alla distruzione di risorse comunitarie) meramente standardizzato – prestazionale. Ma il fatto che esistano residualmente casi in cui non vi è alcuna risorsa da stimolare che abbia una natura non meramente valutabile con i criteri di mercato non può che essere, nei ragionamenti qui proposti, una condizione sub ottimale, da esperire quando altre non siano realizzabili.

Si potrebbe continuare, ma il quadro a questo punto è chiaro. Così forte è l’assuefazione a logiche competitive che si rischia di non cogliere l’insensatezza – politica, non giuridica – di selezionare attraverso una gara la gratuità. Ma se la si coglie, si capisce quante molte altre cose siano irragionevoli ma al tempo stesso così radicate nella mentalità comune che si rischia di non accorgersene

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