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Se c'è un ambito in cui emergono in tutta la loro evidenza le mancanze dell'assetto istituzionale uscito dalla riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 è proprio quello delle politiche sociali. Con buona pace dell'art. 117, lettera m (che affida allo Stato la "determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale") e dell'art. 120 (Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso ... quando lo richiedono la tutela dell'unità giuridica o dell'unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali...), è accaduto quanto segue:

1) dei livelli essenziali delle prestazioni sociali non se ne è fatto nulla;

2) i trasferimenti economici alle Regioni, che costituiscono la base per istituire un'uniformità di prestazioni, hanno avuto carattere discontinuo e comunque quantità imbarazzanti per un paese civile (intorno ai 5 euro all'anno per cittadino);

3)le Regioni ci hanno messo del loro sia evitando di coordinarsi autonomamente per definire standard minimi comuni, sia di fatto dando vita ad un sistema con differenze intollerabili, che ci restituiscono, agli ultimi dati disponibili, una disponibilità di risorse per le politiche sociali che va dagli oltre 250 euro del Trentino Alto Adige e della Valle d'Aosta ai 25 della Calabria, 10 volte tanto. Questione di ricchi e poveri? Sì, ma anche di scelte politiche. Sempre ricorrendo ai dati Istat, emerge come la quota di risorse dedicate alle politiche sociali rispetto al PIL regionale oscillano dall'1.11% della Sardegna allo 0.15% della Calabria, 7 volte tanto; e, per completare il quadro, la forbice tra chi spende di più e chi spende di meno in proporzione al PIL si è ampliata del 37% in 8 anni, quelli su cui sono disponibili statistiche Istat comparabili.

Quindi può essere ragionevole, come dichiara il Presidente del Consiglio, mettere mano al Titolo V per evitare i continui contenziosi tra Stato e Regioni sulle relative competenze relativamente alle materie a potestà concorrente, ma altrettanto urgente è intervenire sulla ripartizione di competenze su alcune materie particolarmente delicate per la tutela dei diritti dei cittadini, nel senso di assicurare una unitarietà quantomeno nei diritti di base.

E, restringendo lo sguardo su aspetti secondari rispetto a queste opzioni, ma comunque non irrilevanti per chi offre servizi in ambito sociale (o di altri ambiti oggi a potestà regionale), vi è da dire che spesso il regionalismo all'italiana ha assunto caratteri di cui è arduo difendere la ragionevolezza, come criteri di accreditamento diversi da una Regione all'altra, la cui fondamenta non è riconducibile ad una analisi su bisogni specifici, ma a particolarismi locali o più semplicemente a quanto naturalmente accade se ciascuno fa di testa sua.

E, vi è da dire, il Governo era andato nella direzione giusta, prevedendo, oltre che la conferma dell'impegno dello Stato nel definire i livelli essenziali,la legislazione esclusiva da parte dello Stato in materia di politiche sociali(lasciando invece correttamente al livello regionale l'organizzazione dei servizi, sia in ambito sociale che sanitario). Non che ciò da solo sia risolutivo, ma quantomeno alloca chiaramente una responsabilità rispetto alla scelte politiche di fondo: lo Stato che deve garantire i livelli essenziali ha il potere di fare le leggi in merito, di lì non si scappa.

E invece ecco inserito nei giorni scorsi un emendamento, il 30.200 (fatto proprio e riformulato dal Governo) che introduce la possibilità di delegare alle Regioni con apposite leggi la facoltà di legiferare sulle politiche sociali. 

Da una parte è una stranezza giuridica ai limiti del disturbo di personalità multipla: si modifica la Costituzione affidando allo Stato la potestà legislativa sulle politiche sociali (prima regionale) nell'art. 117 e si contemporaneamente si modifica l'art. 116 per introdurre la possibilità di fare una legge che la riaffidi alle Regioni. Dall'altra quanto avvenuto evidenzia come nelle più alte sedi istituzionali siano ancora troppo pesanti logiche di difesa di bandiera della proprie prerogative piuttosto che la leale collaborazione tra i diversi livelli di governo per una finalità comune.

E questo avviene dopo quindici anni dalla legge costituzionale 3/2001, quando è ampiamente condivisa la valutazione circa il fatto che 20 diversi sistemi di welfare non costituiscano un fattore di equità. Prendiamo un caso positivo: le Regioni, come Lombardia e Friuli Venezia Giulia, che hanno recentemente approvato misure di contrasto della povertà. Cosa ottima per gli indigenti di quelle Regioni; ma è tollerabile che su un tema così delicato come il diritto alla sussistenza chi lì risiede abbia determinati diritti e gli altri no? E se, come sembra, il Governo si appresta a varare talune misure di contrasto alla povertà, come si coordinano misure locali e nazionali?

Tutto ciò senza tralasciare un altro particolare: la stessa riforma del Titolo V affida allo Stato la potestà legislativa in ambito sanitario e delle politiche del lavoro, due settori rispetto ai quali è senza dubbio vantaggioso prevedere l'integrazione con le politiche sociali; cosa che però appare oltremodo difficile qualora la definizione delle politiche sia posta in capo a livelli di governo diversi.

Insomma, l'auspicio è che si colga invece l'occasione per definire un assetto chiaro, in cui un unico soggetto, lo Stato, assuma su di sé in modo chiaro la responsabilità di definire le politiche - quantomeno relativamente ai bisogni fondamentali - e di finanziarle, lasciando alla sede locale il compito di organizzare i conseguenti servizi. E facendo in modo che logiche di pesi e contrappesi lontane dai bisogni dei cittadini siano lasciate fuori dalla porta.

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