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Come è noto, ANAC ha indetto una consultazione pubblica sugli affidamenti alle cooperative sociali e al terzo settoregià se ne è parlatosu NotizieInRete, dando atto dei molti aspetti convincenti del documento. Si riportano di seguito alcuni estratti di una bozza di documento in preparazione qui scaricabile, in cui si prova a mettere a fuoco gli aspetti caratterizzanti un corretto affidamento relativamente al momento in cui il rapporto viene instaurato, al suo oggetto e alle modalità, pronti a ricevere suggerimenti e commenti dei lettori.

 

Il "quando" 

... Il rapporto deve essere intrapreso - e portato avanti senza soluzione di continuità - possibilmente dalla fase di programmazione o comunque quantomeno dalla fase di progettazione preliminare dei servizi; non deve nascere cioè nel momento della scelta gestionale. Ciò significa che:

  • non è coerente con i principi di dialogo e cooperazione un appalto di affidamento di servizi, quando anche sia valutata la cosiddetta "qualità progettuale";

  • non è coerente con l'istanza di trasparenza e imparzialità, introdurre forme di dialogo nel momento di un affidamento, che rischiano pericolosamente di confondersi con comportamenti inappropriati in fase di gara; 

  • è coerente con entrambe le istanze collocare il momento dell'evidenza pubblica nella fase di programmazione / progettazione generale degli interventi, chiamando quindi tutti i soggetti interessati a partecipare a tavoli di lavoro che abbiano come esito sia la definizione degli interventi, che la modalità degli stessi, che l'impegno di ciascuno dei soggetti coinvolti nel realizzarli. 

Possibile obiezione: ma non sarebbe possibile separare le due fasi, usare la programmazione condivisa per definire i servizi e poi appaltarli al miglior realizzatore? No, non regge. Non è verosimile che vi sia un vero investimento nella programmazione (che vuol dire studiare, mettersi in gioco) con la prospettiva che altri vengano chiamati a realizzare il progetto, ma soprattutto in ambito sociale l'ipotesi di intervento non è disgiungibile dalle risorse chiamate a realizzarlo, a meno di non appiattirsi su servizi ripetitivi e standardizzati.

 

Il "cosa" 

Troppo spesso, malgrado l'enfasi sugli aspetti progettuali, alla fine l'oggetto del rapporto tende ad essere "prestazionale": tot ore di assistenza domiciliare, di apertura di un centro diurno, ecc. Al di là della pericolosa contiguità di tali pratiche con l'intermediazione illegale di manodopera, ciò non è coerente con ruoli e vocazioni del terzo settore. Il "cosa" non può che essere una presa in carico di un problema sociale che senz'altro prevede anche aspetti prestazionali, spesso codificati da apposite normative, ma che li colloca in un processo più generale di presa in carico del problema, che generalmente richiede, per essere affrontato, un concorso di azioni professionali e informali, retribuite e volontarie, relative alla persona e al territorio che la circonda. Ciò significa che, ogni qual volta che sia possibile, affidare (o sostenere, nel caso di autonoma organizzazione del terzo settore) non già porzioni di servizio, ma una presa in carico complessiva di un problema, chiedendo al terzo settore di aggregare le risorse necessarie per farlo. 

 Il "come" 

In coerenza con quanto sopra, ciò che va con trasparenza individuato non è, di regola, un "migliore offerente", ma la miglior combinazione / ricombinazione di risorse provenienti dalla società civile in grado di affrontare il problema sociale in questione. Non si esclude che, residualmente, si sia chiamati a scegliere se affidare ad uno o l'altro la realizzazione di un certo servizio, ma questo, che è l'assetto oggi quasi esclusivo, dovrebbe al contrario essere residuale rispetto alla situazione più coerente, consistente nella definizione, entro tavoli cui sia terzo settore che pubblica amministrazione hanno un ruolo attivo, del "chi fa cosa e con quali risorse" nell'ambito dei soggetti individuati in quanto disponibili e qualificati in modo trasparente e con evidenza pubblica già a partire dalla fase di programmazione (cfr. Il "quando"). Si tratta in sostanza di far prevalere, sia tra i EEPP e soggetti di TS, sia all'interno del TS, il principio di cooperazione a quello di competizione, che si è dimostrato in questi anni distruttivo e dannoso per le comunità locali: nel welfare la concorrenza sulle prestazioni non ha prodotto il miglio rapporto qualità prezzo, ma la distruzione di risorse potenzialmente utili alla comunità (oltre che processi di selezione comunque non ottimali). 

 

Fantasie amministrative? 

La possibile perplessità di alcuni amministratori locali (spesso gli stessi che poi mettono in atto appalti di prestazione che tradiscono lo spirito delle istanze dialogiche e collaborative sopra richiamate o che al contrario cercano per semplicità scorciatoie censurabili) di fronte a queste prospettive è che si tratti di "fantasie amministrative". Anni di prassi consolidata a livello locale dimostrano il contrario. Correttamente il documento base proposto alla consultazione richiama i riferimenti consolidati a livello nazionale (peraltro risalenti a circa 15 anni orsono); ma, nel definire gli scenari per il futuro, va tenuto presente che da allora ad oggi le prassi amministrative e normative locali e regionali hanno fatto notevoli passi in avanti. La LR 42/2012 della Regione Liguria, con i patti di sussidiarietà, che hanno avuto importanti e ormai consolidate traduzioni negli atti delle amministrazioni locali; la "rivoluzione" del comune di Brescia che, proponendosi escludere lo strumento della tradizionale gara di appalto nei servizi sociali sta utilizzando bandi di coprogettazione innovativi; i tanti casi di patti territoriali che riguardano l'ambito del welfare; le amministrazioni locali, a partire dal caso di Bologna, che hanno approvato il "Regolamento per l'amministrazione condivisa dei beni comuni", frutto dell'importante opera di disseminazione svolto in questi anni da Labus, modello ha in qualche modo ispirato alcuni sviluppi normativi recenti a livello nazionale come nel caso del DL 133/2014, art. 24 che promuove la scelta delle amministrazioni locali di sostenere le iniziative dei cittadini sui beni comuni. In sostanza: la trasparenza e imparzialità della PA entro procedure basate sulla corretta valorizzazione del TS e sul principio di cooperazione è possibile; la 328/2000, opportunamente citata dal documento base, ne enunciava taluni principi guida, ma la prassi amministrativa li ha nei fatti tradotti operativamente in questi 15 anni. Sembra quindi opportuno, sulla base di quanto qui richiamato e sulla base di uno studio e valutazione delle prassi amministrative, più convincenti, offrire nelle linee guida strumenti operativi che conciliano e realizzano le diverse istanze correttamente richiamate.

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