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La recente legge sull'agricoltura sociale 141/2015, approvata nel mese di agosto, ha ricevuto generalmente commenti positivi; Federsolidarietà e Confcooperative hanno invece ben evidenziato, durante il recente convegno presso Expo 2015, gli aspetti problematici che essa porta con sé. Oggi NotizieInRete ospita un intervento di Giuliana Colussi, consigliere di Amministrazione di Idee in Rete, che opera in uno dei territori che hanno maggiormente sviluppato questa attività e che ci aiuta a fare il punto sulla questione.


A partire dalle consolidate esperienze di integrazione lavorativa nelle storiche cooperative sociali di tipo B agricole, nate dal fermento dei tempi di Basaglia, negli ultimi anni si è visto l'avvio di tutta una serie di iniziative e progettazioni finalizzate alla sperimentazione di percorsi innovativi di integrazione sociale e lavorativa di persone svantaggiate attraverso l'agricoltura. Una sperimentazione che, nell'individuare nuove prospettive ed opportunità, sta consolidando metodologie specifiche ed assumendo un ruolo primario nel processo di profondo cambiamento in atto che va a traghettare l'esperienza in un sistema diwelfare comunitario in grado di prendersi cura e, attraverso contesti formali ed informali, di intercettare nuove reti capaci di costruire un'economia solidale. Un fermento che nei territori sta coinvolgendo grazie all'azione strutturata della cooperazione sociale piccoli produttori agricoli, associazioni, fondazioni, aziende sanitarie, amministrazioni comunali, enti formativi, imprese, gruppi di acquisto solidali, gruppi informali, associazioni bio, in progettazioni innovative che, coniugando utilizzo di risorse agricole e processo produttivo multifunzionale con attività sociali, diventano capaci di generare benefici inclusivi, di favorire percorsi terapeutici, riabilitativi e di cura, di sostenere l'inserimento sociale e lavorativo di persone svantaggiate e di favorire la coesione sociale. In un'ottica di autentica sussidiarietà diventano prassi di sviluppo locale sostenibile a livello sociale, economico e ambientale capaci di offrire un'ampia gamma di servizi nel perseguire il benessere dell'intera cittadinanza, nel valorizzare le identità locali e la partecipazione dei giovani, nel rispondere ad un più ampio bisogno di politiche di welfare. 

Questa è l'agricoltura sociale che la nuova Legge 141/2015 con il vincolo del 30% (art. 2, comma 4)  mette fuori dalla porta. Infatti l'attività agricola sociale è riconosciuta tale solo se il fatturato dall'esercizio delle attività agricole è superiore al 30% di quello complessivo, un criterio quantitativo che va ad escludere il 90% delle esperienze oggi in atto in alcuni casi riconosciute da specifiche leggi regionali. Potremmo trovarci nelparadosso che non sia possibile riconoscere come sociale l'agricoltura prodotta da una cooperativa sociale che coinvolge in percorso riabilitativo 20 pazienti psichiatrici nella realizzazione di un grande orto solidale a sostegno delle famiglie in condizione di povertà attraverso il banco alimentare locale, mentre avrebbe il suo bel bollino di agricoltura sociale un'azienda agricola con la semplice attivazione di una borsa lavoro a favore di una persona svantaggiata. Dove si andrà a finire non è ancora chiaro. Si potrà generare una riserva esclusiva per quegli agricoltori che si trovano in situazione di difficoltà economica, più probabilmente troveranno un sostegno le fattorie didattiche, sicuramente non avrà grande sviluppo la prima delle attività previste, l'inserimento sociale e lavorativo di persone svantaggiate e a questo punto … tireremo le somme. 

Quello che è certo è che la legge 141/2015 è un'occasione persa: la nostra massima istituzione aveva l'opportunità di riconoscere la valenza delle esperienze delle cooperative sociali che nelle comunità portano speranza, muovono inclusione, generano benessere, si prendono quotidianamente cura dell'umano e della terra come ci indica Papa Francesco nella sua ultima enciclica. In una fase storica di particolare difficoltà, la definizione di una legge di settore era attesa per permettere di uscire dalle dimensioni di sperimentazioni territoriali marginali e andare ad incidere a livello sistemico, assieme ai servizi socio-sanitari e agli enti pubblici competenti, con un pensiero e una nuova progettualità sulla domiciliarità e sull'abitare sostenibile, nell'individuare nuove opportunità di integrazione sociale e lavorativa. Di una cosa siamo però certi: i nostri cooperatori sociali continueranno ad infilarsi gli stivali, a rimboccarsi le maniche e a costruire opportunità nelle comunità.

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