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Sono molti i casi in cui terzo settore e pubbliche amministrazioni stanno sperimentando forme di rapporto basate sul principio della cooperazione per perseguire finalità condivise. La Regione Liguria ha introdotto i patti di sussidiarietà, mentre alcune amministrazioni locali (BolognaSienaAscianol’AquilaChieriIvrea, Cavriana, Narni e Acireale) hanno approvato il “Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni”, frutto dell’importante opera di disseminazione svolto in questi anni da Labus – www.labsus.org; questo modello ha in qualche modo ispirato alcuni sviluppi normativi recenti a livello nazionale: il DL 133/2014, art. 24 che promuove la scelta delle amministrazioni locali di sostenere le iniziative dei cittadini sui beni comuni. E poi vi sono sperimentazioni locali come il “Patto territoriale per l’economia sociale del Calatino” in Sicilia o il “Patto Territoriale per lo sviluppo occupazionale” a Senigallia, (per citarne due nella nostra rete, ma sono moltissimi) in cui istituzioni e società civile cooperano per un risultato condiviso apportando ciascuno risorse, professionalità, strumenti.

Tra i casi in cui il “principio della cooperazione” supera il principio di mercato, in cui non vi sono committenti e fornitori ma soggetti con le medesime finalità che lavorano insieme per il bene comune, vi è anche il caso del Comune di Brescia, qui approfondito con una intervista a Felice Scalvini, assessore ai servizi sociali e a Valeria Negrini, cooperatrice bresciana e vicepresidente nazionale di Federsolidarietà.

A colloquio con Felice Scalvini

 

NotizieInRete era stata forse la prima a raccogliere la promessa di Felice Scalvini, protagonista sin dalla prima ora della cooperazione sociale italiana e da giugno 2013 assessore ai servizi sociali del Comune di Brescia: "Brescia sarà la prima città a zero gare d'Italia", ci aveva detto pochi mesi dopo il suo insediamento. Di lì in avanti è partito il lavoro per trovare soluzioni in grado di tradurre in procedure amministrative l'idea di un diverso ruolo del Comune, che smette di essere un committente e diventa promotore e regista di una rete di relazioni collaborative tra i soggetti della società civile, chiamati a cooperare per una finalità comune. 

 

Il percorso non è stato privo di ostacoli, ma, circa un anno e mezzo dopo il suo insediamento, è stato pubblicato il primo dei quattro bandi che l'amministrazione bresciana intende approvare per dare vita al nuovo corso. L'oggetto è costituito dagli interventi rivolti a minori con disagio familiare; lo strumento è un bando dove, evidenziando i caratteri di sperimentalità dell'affidamento, si procede ad una selezione preliminare per partecipare a tavoli di lavoro che inizialmente cureranno la co progettazione degli interventi e poi ne governeranno la realizzazione. Il bando non prevede la selezione di una singola proposta o cordata; possono invece essere individuati una pluralità di soggetti che saranno chiamati a integrare le proprie risorse e proporre una soluzione unitaria sotto la regia dell'amministrazione comunale. 

 

Ma - abbiamo chiesto - quando dalle analisi si passerà al "chi fa cosa", alle parti di servizio da svolgere da parte di ciascuno, non sorgeranno rivalità e competizioni tra i soggetti di terzo settore? La questione - sostiene Felice Scalvini - può sicuramente porsi, dal momento che anni di politiche basate sulla concorrenza lasciano il segno; ma la scommessa è che in un diverso assetto di relazioni possa "scoppiare la pace"; ciò non significa ovviamente che non vi sarà bisogno di introdurre elementi di negoziazione, ma che l'amministrazione conta di far evolvere anche queste situazioni in termini collaborativi. Su cosa fare affinché ciò diventi possibile non ci sono formule predefinite, ma si tratta di compiere insieme, Comune e terzo settore, un salto di qualità. Certo - prosegue Felice Scalvini - se le attività sono viste come "pacchetti da spartire" la cosa sarà faticosa. Se invece vi sarà la scelta di mettersi in gioco "nell'interesse generale della comunità" come recita la 381; se vi sarà l'apertura a guardare senza preclusioni ad un insieme di soluzioni possibili credo proprio che si potrà arrivare ad una svolta. Per alcune attività sarà probabilmente abbastanza agevole individuare chi ha capacità e strumenti per realizzarle, per altre si tratterà magari di creare unità aziendali nuove in cui far convergere parti di imprese esistenti. Al di là della soluzione che sarà adottata in ciascun caso, bisognerà comunque tenere saldo il principio che non si tratta più di individuare intermediatori di manodopera, ma di qualificare i produttori sulla base di una strategia imprenditoriale di lungo periodo. 

 

"Per noi Comune significa, nel caso in questione, superare l'attuale assetto in cui i servizi per minori sono governati dalla pubblica amministrazione attraverso una pluralità di appalti e passare ad un assetto in cui i soggetti di terzo settore, integrandosi tra loro, siano in grado di trasformarsi in produttori di alto livello professionale, in grado di migliorare costantemente il prodotto sociale che offrono alla città (non all'amministrazione) rispondendo sempre meglio alla domanda, anche importando know how e collegandosi strutturalmente coi centri di elaborazione scientifica per supportare e migliorare il loro lavoro." 

 

D'altra parte, conclude Felice Scalvini, questa strada, anche se complessa e faticosa, è l'unica ragionevole. Da una ricerca svolta sui produttori di welfare locale [nota: realizzata da Socialis, i risultati saranno diffusi verso metà dicembre] risulta che le risorse pubbliche - quelle messe in campo dal Comune e dall'azienda sanitaria per i servizi socio sanitari - sono una parte minoritaria rispetto al complesso delle risorse del welfare locale, che per parte preponderante sono corrisposte dalle famiglie o da altri soggetti; e dunque il ruolo più efficace che Comune può attribuirsi non deve essere quello di erogatore (anche indiretto) di servizi, ma di costruttore, attraverso gli incentivi che può mettere in campo, ma non solo della nuova industria del welfare. Insomma, il processo è iniziato. 

 

E accanto a questo bando, altri tre bandi redatti con i medesimi principi sono in preparazione nell'ambito delle politiche giovanili (un primo bando per le azioni rivolte ai ragazzi da 5 a 14 anni, un secondo per i giovani da 15 a 29 anni) e dei servizi per anziani. Nel frattempo è partito il contagio e anche altri settori del Comune di Brescia stanno facendo propria questa metodologia di contrattazione negoziata.

Un'intervista a Valeria Negrini

 

Dunque, "Brescia zero gare" inizia a concretizzarsi. Come hanno vissuto questa fase i cooperatori sociali bresciani?

 

Già con la Giunta precedente si era avviato un tavolo di Co-Progettazione cui Confcooperative Brescia ha contribuito non poco, sebbene non da sola. Quando Felice Scalvini è diventato assessore le aspettative sono aumentate. Ma non erano assenti nemmeno timori: che si potesse ripetere quanto già accaduto per altri cooperatori di lungo corso che, assunta una carica pubblica, si sono "dimenticati" di quanto affermavano circa l'esigenza di un partenariato tra enti locali e terzo settore; e la preoccupazione che la cooperazione sociale fosse consapevole della necessità di cambiamento radicale che "un comune a zero gare" richiede. La strada che ha portato alla pubblicazione del primo bando non è stata semplice, perché ha richiesto un processo complesso di cambiamento nell'amministrazione locale e nel frattempo per oltre un anno le cooperative si sono viste prorogare servizi quasi di mese in mese e spesso, ad ogni proroga, anche erodere un poco i corrispettivi dei singoli contratti, che avevano già subito precedentemente decurtazioni importanti. Tuttavia il lavoro del Tavolo di Co-progettazione (che dovrebbe evolvere in un ambizioso Consiglio di indirizzo del welfare cittadino) è proseguito assiduamente, arricchendosi anche di rappresentanze nuove e importanti per la costruzione di un progetto così nuovo, quali le Fondazioni di erogazione, i sindacati, le Università. Al Tavolo si è poi lavorato non solo sui bandi di co-progettazione, ma anche per la stesura del Bando di Fondazione Cariplo "Welfare in Azione" di cui proprio a fine dell'anno dovremmo conoscere l'esito e che potrebbe rappresentare una parte significativa per la realizzazione del nostro nuovo modello di welfare.

 

Ma… è proprio facile collaborare dentro il terzo settore? Pensi sarete in grado di fare sistema o prevarrà lo spirito di competizione? 

 

Qui la cooperazione sociale si gioca molto, moltissimo. Anche per noi si tratta di dare prova di coerenza tra il dire e il fare. Stiamo lavorando per cogliere al meglio questa grande opportunità e perché si ritorni in maniera diffusa ad incontrarsi, a comunicare progetti, lavori, desideri, idee tra cooperative e tra queste e le associazioni, le fondazioni, le parrocchie, i gruppi e le realtà che a diverso titolo operano e sono presenti in città. Alcune cooperative da tempo collaborano insieme e condividono progetti e azioni; si tratta di allargare il cerchio e diventare protagonisti anche nell' attivare, suscitare, risvegliare i desideri e le responsabilità di altri. Non dico sia facile, perché l'abitudine a competere, a guardare "al proprio pezzo", a custodire gelosamente idee e progetti non si perde facilmente e presuppone la voglia di cambiare; alcune cooperative sono già su questa strada, altre faranno più fatica, altre guarderanno alla co-progettazione come ad un diverso modo di spartirsi la torta, ma credo siano poche quest'ultime.

 

E con il Comune? Ritieni che, passato questo periodo transitorio, si arriverà ad un  partenariato che va oltre le relazione committente - fornitore? 

 

Faccio fatica a pensare che dopo aver avviato un percorso di questo tipo si possa tornare alla logica del committente-fornitore nell'area del welfare, anche se ci potranno essere incidenti di percorso o rallentamenti. Si è aperta una strada, certo non facile e, come tutti i cammini, non sarà sempre né lineare né in discesa, ma ci unisce una volontà forte e comune: quella di un welfare che ogni anno riduca il numero delle persone che non riescono ad avere risposte ai loro bisogni e, contemporaneamente, che sia in grado di attivare e attirare risorse umane, economiche, di pensiero presenti nella città orientandole al bene comune.

 

Alla fine secondo te il sistema inaugurato con questo bando secondo te rimarrà una nicchia destinata a casi specifici o potrà progressivamente diventare il modo in cui viene gestito il welfare locale? 

 

Se ciascuno farà bene la propria parte e saremo in grado di mostrare i risultati e cioè servizi migliori e più inclusivi, risposte più efficaci e, nel medio termine, anche un cambiamento generale nella città che diventa a sua volta più solidale e responsabile, questo processo non potrà non contaminare altri settori dell'Amministrazione a cominciare dalle politiche dell'abitare, ma anche rappresentare un modello per l'interlocuzione con altri importanti attori quali l'ASL e le Aziende Ospedaliere sui temi che riguardano la salute e il socio-sanitario.

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