Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella Cookie policy.
Chiudendo questo banner o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie
FacebookTwitterGoogle BookmarksLinkedinRSS Feed

E' comparso questa settimana sul sito dell'Autorità Nazionale Anticorruzione l'esito di un'indagine sull'applicazione del Codice degli appalti (D.Lgs 163/2006) in merito all'importo stimato dei contratti e delle possibili irregolarità a ciò connesse negli appalti di servizi.

In sostanza l'ANAC evidenzia numerosi casi in cui l'ente appaltante utilizza procedure di scelta del contraente quali affidamenti in economia e affidamenti diretti (e include tra l'altro in questa categoria anche gli affidamenti art. 5 della 381/1991) giustificando tali procedure sulla base dell'importo sotto soglia; ma dove tale importo sarebbe artificiosamente tenuto basso per effetto di frazionamenti o rinnovi annuali di un servizio: appalti "singolarmente di importo inferiore alla soglia comunitaria, che presentano carattere di regolarità o che risultano reiterati nell’arco temporale annuale, assunto come riferimento, e che nel complesso superano la soglia consentita".

Questi affidamenti riguardano varie materie ma, per quanto può essere di nostro più diretto interesse, va segnalato che una parte significativa è riconducibile all'ambito sociale e presumibilmente vede impegnate nella realizzazione cooperative sociali o altre organizzazioni di terzo settore.

Lasciamo da parte alcuni casi in cui possono esservi valide motivazioni per cui l'ente appaltate ha agito con tali procedure; è evidente che rimarranno comunque numerosi casi in cui risulta difficile spiegare l'adozione delle procedure utilizzate dai comuni sulla base delle leggi vigenti.

E allora chiediamoci: 

  • Sbagliano i comuni ad agire così? 
  • Sarebbe stato in realtà giusto utilizzare normali appalti per molti dei servizi considerati dall'ANAC?

Sì alla prima, no alla seconda!

Sì alla prima, è sbagliato agire così. E non ci si riferisce tanto ai casi in cui ci possono essere stati accordi truffaldini o interessi economici inconfessabili, i casi - probabilmente molto limitati - di malaffare. Presumibilmente la gran parte di queste procedure sono state indette con le migliori intenzioni: garantire la continuità di servizi soddisfacenti, ampiamente radicati nella comunità locale, in cui la scelta di non appaltare è legata alla convinzione che la continuità del rapporto rappresenti un effettivo interesse generale.

Ma è sopravvenuto un italico vizio. Pigrizia, timore del nuovo, preferenza per la scorciatoia astuta. Insomma, meglio far finta di fare un appalto e configurarlo in modo furbetto, piuttosto che dire apertamente che gli appalti sono inadatti ad affidare i servizi alla persona e cercare con trasparenza vie alternative.

Cosa che invece ha fatto chi - dai patti di sussidiarietà della Regione Liguria alle sperimentazioni del comune di Brescia - ha affrontato il problema di petto, ha avviato un serio e impegnativo approfondimento giuridico, approdando a procedure che mantengono tutte le doverose caratteristiche di evidenza pubblica, ma non espongono agli effetti indesiderati (non per comuni e cooperative, ma per l'interesse generale) di considerare l'appalto come modalità normale con cui gli enti locali si rapportano con il terzo settore.

No alla seconda, quindi. Gli appalti non sono il modo più adeguato agli interessi generali per affidare servizi alla persona.

Di questo si è ampiamente parlato in altri numeri (1 - 2, tra i tanti), così come della necessità che quando in gioco vi è il bene comune si solleciti il principio di cooperazione tra tutte le possibili risorse del territorio piuttosto che quello di competizione (che mette a disposizione del bene comune solo le risorse e le competenze del vincitore e mortifica le altre).

Il fatto nuovo è che, sull'onda di quanto accaduto a Roma e in altre parti d'Italia, il percorso fatto in questi anni, che a portato tra l'altro alle direttive europee in materia di appalti e di concessioni, rischia di essere oscurato a vantaggio di una dottrina semplificatrice che vede negli appalti (paradossalmente, gli strumenti utilizzati negli episodi agli onori delle cronache!) come l'unica soluzione al problema.

Certo che l'altra strada rappresenta una sfida non da poco, per enti appaltanti e terzo settore.

Per gli enti appaltanti, già si è detto: si tratta di sobbarcarsi procedure impegnative, che richiedono intelligenza e capacità di governo e che oggi rischiano di essere impopolari.

Per il terzo settore si tratta di capire che l'interesse generale non è che ciascuno "continui a fare il proprio", ma che si sia in grado in ogni situazione di valorizzare chiunque su un territorio possa rappresentare una risorsa e quindi essere disponibili a rimettere in discussione i confini della propria organizzazione, le proprie modalità operative, posizionamenti, convinzioni rispetto alla propria eccellenza e all'inettitudine altrui, ecc.

Gli strumenti che consentono di superare (non di "evitare"!) gli appalti non sono infatti basati sul fatto che "ciascuno continui ad avere il suo",prevedono evidenza pubblica, ma richiedono a chi intende contribuire non di competere ma cooperare.

O passiamo, con convinzione, di qui, o ci sarà chi avrà buon gioco a sostenere che l'unica via per avere trasparenza nei servizi sociali sia appaltarli...

Login Form