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Archiviata, a quanto pare, la crisi scaturita dall'esito referendario,  si rischia di tralasciare almeno due interrogativi che il dibattito sulle riforme costituzionali ha sollevato e rispetto ai quali sarebbe utile soffermarsi a riflettere, il primo di ordine generale, il secondo relativo specificamente a chi opera nell'ambito del welfare.

Partiamo dagli aspetti generali. Si è aperta una crisi di Governo a seguito dell'esito del referendum perché, come notato da più parti, una materia costituzionale, si è identificata con una disputa tra Governo e opposizione. Si possono avere legittimamente letture diverse: colpa di Renzi, che sin dal principio ha dichiarato che una sconfitta del sì al referendum avrebbe determinato la fine del suo Governo; colpa (anche) delle opposizioni, che hanno opposto un no anch'esso fortemente orientato dal posizionamento nell'agone politico contingente.

Quale che sia la valutazione di ciascuno, è difficilmente negabile che buona parte dei leader politici si siano posizionati, relativamente ad un tema che riguardava un futuro di medio periodo - una Costituzione è scritta per durare decenni, non mesi - sulla base di schemi (di breve periodo, peraltro) Governo Vs Opposizione.

L'Istituzione che si discioglie nella contingenza politica è uno dei portati più problematici di quest'ultimo ventennio. L'idea che il vincitore di una competizione elettorale tenti di influire sui meccanismi delicatissimi della democrazia è quanto mai dannoso, deprime le istituzioni da tempio sacro a tutti i cittadini a palazzaccio occupato dall'ultimo manipolo che ha prevalso nello scontro. 

Se dovessimo individuare un punto di rottura, anche simbolico, bisognerebbe forse tornare alle elezioni del 1994; sino ad allora era consuetudine che una delle due camere fosse presieduta dalla maggioranza e una dall'opposizione; perché governare i lavori parlamentari non era questione di schieramenti, ma una funzione di servizio istituzionale. Il centro destra inaugurò in quell'occasione, sotto le insegne della lotta al consociativismo deteriore, il "chi vince piglia tutto", il centro sinistra fece lo stesso due anni dopo, ritenendo più importante evidentemente rendere il torto subito che salvaguardare le istituzioni. E tutti lo fecero di lì in avanti, trasmettendo l'idea che l'Istituzione più alta della Nazione, il Parlamento, sia luogo di occupazione del più forte. La diga era rotta.

E poi, una dopo l'altra, leggi elettorali scritte dal vincitore di turno e approvate a colpi di maggioranza, veramente troppo sospette di essere concepite per avvantaggiare la fazione vincitrice (che talvolta cambia idea nel corso di una stessa legislatura al modificarsi dei sondaggi!).

La confusione tra legittima disputa politica e occupazione delle Istituzioni che debbono garantire tutti è virus velenoso che la nostra democrazia dovrebbe al più presto debellare.

Veniamo all'aspetto specifico relativo al welfare. Si è discusso in questi mesi - anche NotizieInRete lo ha fatto - di come l'attuale assetto abbia portato a livelli di garanzia dei diritti molto diversi a seconda del territorio in cui ciascun cittadino risiede. Era questo, in effetti, uno dei temi posti al centro della proposta di riforma della Costituzione che sarebbe intervenuta sui rapporti tra Stato e Regioni sia nell'ottica di diminuire le disuguaglianze nei diritti dei cittadini, sia di chiarire le competenze di Stato e Regioni così da limitare i contenzioni sull'attribuzione di competenze. In che misura questo secondo obiettivo fosse effettivamente perseguito grazie al testo poi bocciato del referendum, è stato uno degli oggetti di discussione; sul primo, l'uguaglianza dei cittadini e la tutela dei diritti qualcosa si può senz'altro dire.

In materia di politiche sociali il problema esiste e il livello di disuguaglianza è intollerabile, con i cittadini di Bolzano (per i quali si spendono in ambito sociale 264 euro pro capite) garantiti 33 volte di più di quelli di Vibo Valentia (8 euro procapite).

E' vero che quanto dibattuto in occasione del Referendum andava ad interessare questo aspetto, ma sarebbe pretestuoso e limitativo ritenere che la distribuzione dei poteri esaurisca quanto si può fare in materia e quindi concludere che, essendo stata la modifica della Costituzione respinta, tutto sia destinato a rimanere immutato. Va ricordato con forza che a Costituzione vigente (art. 117) è previsto infatti che lo Stato definisca in ambito dell'assistenza sociale e in altri ambiti i livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale. Per farlo in modo credibile bisogna ovviamente prevedere che il Fondo Nazionale Politiche Sociali non sia di 300 - 400 milioni ma di una dozzina di miliardi, cifra di per sé non dissimile a quella di taluni provvedimenti con i quali gli ultimi Governi hanno scelto di caratterizzare la propria azione (ultimo in ordine di tempo gli "80 euro"; ma anche i Governi precedenti avevano fatto operazioni di portata simile su altri temi).

Insomma, è legittimo censurare molti aspetti del regionalismo dell'attuale Costituzione - che in ambito di politiche sociali, del lavoro, della formazione, ecc. - determina regole irragionevolmente diverse tra una Regione e l'altra difficilmente riconducibili ad una lettura delle specificità territoriali e sicuramente fonte di confusione estrema; ma ciò non deve portare oggi a dire che, bocciato il referendum, nulla sia più possibile. Attuare la Costituzione vigente, livelli essenziali di prestazioni compresi, resta un dovere cui le istituzioni debbono dare risposta.

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