Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella Cookie policy.
Chiudendo questo banner o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie
FacebookTwitterGoogle BookmarksLinkedinRSS Feed

Partiamo da un paradosso: da una parte mai come ora vi è un'enfasi culturale e politica sulle valenze positive della comunità e della prossimità, enfasi che trova anche alcuni tentativi di traduzione amministrativi in strumenti come i Regolamenti per l'amministrazione condivisa di cui si è parlato più volte su NotiziInRete; dall'altra l'universo normativo è pervaso da fenomeni di iper regolazione che tendono a fagocitare, come mostro mai sazio, anche ambiti di azione che sino a pochi anni fa erano considerati estranei all'ambito della regolazione formale e quindi ad assediare e a restringere il campo agibile per le iniziative di comunità e prossimità, erodendo quegli spazi di tolleranza in cui fino a pochi decenni fa esse potevano svilupparsi. 

Il genitore che supporta attività presso la scuola dei figli, il recupero da parte di una comunità di un immobile degradato, la presa in carico di uno spazio verde pubblico da parte di cittadini sono da una parte azioni che suscitano in misura sempre maggiore l'interesse sia dei cittadini che delle amministrazioni locali più avanzate, dall'altra pongono una varietà di problemi che appaiono solo in parte affrontati. 

Si tratta di un attacco concentrico che segue diverse linee di offensiva; per fare solo alcuni - non esaustivi - esempi: 

- Le normative fiscali che guardano con sospetto il passaggio di denaro per iniziative di comunità - pensiamo ad una cena di piazza in cui ciascuno porta qualcosa, una cucina parrocchiale produce pastasciutta per tutti e un gruppo di anziani in un centro di incontro sforna torte e altri dolciumi, e il tutto viene consumato da chi passa di lì che - se vuole - lascia un'offerta. 

- Le normative lavoristiche prevedono livelli di regolamentazione adeguati (o forse, si pensi alla polemica sui voucher, troppo lassi) se ci si riferisce al mondo produttivo formale, ma scoraggianti laddove ci si riferisca all'impegno in azioni di comunità dove l'impegno è spesso simile a quello del volontario. 

- Gli aspetti di responsabilità verso terzi risultano deprimenti anche per iniziative molto semplici, per effetto di sistemi normativi che hanno ampliato a dismisura i casi in cui si rimanda, anche in casi di prossimità, ad una catena di responsabilità di tipo formale, per cui un dirigente scolastico non può ammettere che alla festa di natale della scuola le mamme portino le torte perché se qualcuno poi fosse colto da mal di pancia di questo, nell'aberrazione della normativa vigente, gli sarebbe chiesto conto. 

- Le normative sulla sicurezza rendono sconsigliabile che un cittadino che voglia impegnarsi nella cura di un bene comune svolga azioni del tutto analoghe a quelle che svolge abitualmente a casa propria, come salire su una scala per imbiancare un soffitto.

- … 

Questi temi rimandano quindi ad una questione più generale e più ampia, che è quella su cui varrebbe la pena - soprattutto da parte di chi ha strumenti adeguati - di ragionare a fondo: manca un diritto relativo alle azioni di prossimità. Sappiamo come normare l'ambito privato / informale (io cucino per i miei familiari e amici), sappiamo come normare l'ambito economico formale (io apro un ristorante e cucino per i clienti), ma mancano le fondamenta stessa del diritto di prossimità, come nel caso già fatto di una cena di piazza organizzata con i cittadini. Cosa che non significa che sia impossibile fare iniziative del genere: si fanno, sperando che vada tutto bene e consapevoli che il proprio spendersi a favore della comunità comporta una sequenza infinita di azioni border line tali che - semmai per qualche motivo qualcosa dovesse andare storto - il benemerito promotore di un'iniziativa di comunità d'un colpo si troverebbe additato come evasore, promotore di lavoro nero e trasgressore di una sequela infinita di leggi d'ogni tipo. 

E la soluzione non può essere solamente quella di introdurre soglie tali per cui se la valenza economica è "piccola" l'attività è posta nell'ambito privato informale, se è "grande" balza su quello economico formale. Il tema è quello di dare un fondamento giuridico autonomo all'azione di comunità, che ha sue logiche e sue regole che oggi le norme non sanno cogliere. Le mamme che portano le torte a scuola non cucinano solo per i propri figli, ma non sono esercizi di pasticceria con hccp, i cittadini che danno il bianco in un edificio recuperato al disuso per realizzarvi futuri progetti non operano a casa loro, ma non sono imbianchini e quelli rimettono a posto un giardino per troppi anni dimenticato non lavorano sulle piante di casa propria ma non sono giardinieri. E, a ben vedere, non sono nemmeno "volontari" nel senso di persone associate e assicurate presso un'organizzazione formale e neppure sono "imprenditori" laddove ad esempio raccolgano tra altri cittadini del denaro necessario alla causa e lo spendano per lo stesso fine. Sono, invece, cittadini che scelgono di prendersi cura collettivamente - magari occasionalmente - di un pezzo del bene comune che nelle loro vicende di vita si trovano ad intercettare. 

In assenza di un diritto di prossimità le soluzioni tampone consistono nel porre limitazioni non possono che suscitare ilarità: dare il bianco ma senza usare le scale (che invece a casa propria si usano), ripulire il giardino ma senza usare il attrezzature specifiche o simili; con la conseguenza di confinare in molte occasioni l'azione di prossimità ad un ruolo marginale. La valenza positiva culturale delle prossimità dovrebbe invece portare a far uscire queste azioni dalla zona grigia del diritto, legittimandole come azioni di comunità; certo con la preoccupazione di evitare che sotto questa etichetta si rifugino fenomeni esecrabili - da tutti i punti di vista: della mancanza di sicurezza, del lavoro nero, evasione fiscale, ecc. - ma avendo presente che: 1) il tipo di fenomeno che si va a normare richiede una considerazione a sé, irriducibile sia a quello che vige nell'ambito privato informale, sia a quello del sistema formale e che 2) l'esistenza di tale ambito di prossimità non è una risulta incerta di un passato da superare, ma una delle più grandi opportunità per le società future e che deve essere quindi promosso e sostenuto. Si potrebbe legittimamente domandarsi quale sia il limite, quando cioè l'azione di prossimità diventa impropria copertura di attività di impresa; certamente ciò richiederebbe ragionamenti più articolati ma in prima approssimazione sarebbe utile chiedersi se le azioni che vengono svolte siano alla fine diverse da quelle che ciascuno - non specificamente professionalizzato - svolge a casa propria e richiedano quindi una specifica azione di impresa, con ciò aprendo il campo ad un'altra famiglia di ragionamenti per noi centrale, quello del rapporto tra azione di prossimità e imprenditorialità sociale.

Da tale relazione potrebbero nascere sviluppi esponenziali delle azioni di comunità, ma anche in questo caso, oltre a evoluzioni culturali, è necessario giungere alla soluzione del problema giuridico di cui sopra; pensiamo infatti ad un presidente di cooperativa sociale che cooperi alla manutenzione di un giardino, facendosi carico della parte di lavoro professionale e organizzando per altre funzioni il ruolo di volontari o cittadini attivi: è scontato che entro poco tempo finisca accusato di una sequenza di crimini da fare invidia alla banda della Magliana. Quindi il "diritto delle azioni di comunità" dovrebbe riuscire a contemplare e promuovere l'attivazione dei cittadini anche nel caso in cui la presa in carico del bene comune si attui in uno spazio fisico o organizzativo della pubblica amministrazione come un giardino, una scuola, ecc. o di una impresa sociale.

Ci si rende conto, con ciò, che uno sviluppo della prossimità nello spazio pubblico implica risposte che ai fan dell'iper regolazione non possono che sembrare barbare. Insomma, premesso che fare un'assicurazione è scontato e doveroso, una volta che ciò è stato adempiuto, dovrebbe essere legittimo (culturalmente e giuridicamente) rispondere alla solita domanda "E se qualcuno si fa male?" con un "La prossima volta starà più attento". Che però, per quanto orribile possa sembrare, altro non è ciò che ciò che si dice a chi si martelli un dito piantando un chiodo a casa propria.

Login Form