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Su alcuni quotidiani si trova traccia di un nuovo scandalo degli appalti. “Un sistema-Coop nei grandi appalti. Ecco le accuse di Cantone a Consip” titola La Stampa del 7 agosto. Tralasciamo il fatto, purtroppo ormai scontato, che si associ cooperazione e malaffare, anche quando nei presunti reati siano coinvolte sia società cooperative (purtroppo) sia altri soggetti imprenditoriali. E tralasciamo il fatto di essere convinti che il sistema degli appalti sia, quanto meno in alcuni ambiti come il welfare, in se stesso tra i meno adatti a perseguire l’interesse generale, questione approfondita in altri articoli.

Oggi vorremmo proporre una riflessione diversa.

Non sappiamo se, come ipotizza Cantone, i sette soggetti in questione abbiano effettivamente fatto ricorso a combine per precostituire gli esiti delle gare e se e in che misura ciò abbia portato ad una innaturale lievitazione dei prezzi; questo dovranno essere le indagini a stabilirlo.

Quello che sappiamo che erano sette. Sette soggetti in tutta Italia.

E qui la riflessione in tutti questi anni è stata carente.

Appalti sempre più grandi perché così si fa economia di scala, anche quando le unità di base sono costituite da ore lavoro che, diversamente dai pezzi prodotti da un macchinario di fabbrica, hanno un costo unitario uguale se ce ne è una soltanto o se ne offrono milioni.

Appalti sempre più impegnativi da un punto di vista formale e dei requisiti di qualificazione, così avremo solo imprese migliori, senza alcuna riflessione sul fatto che non necessariamente la possibilità di vantare tali requisiti ha una relazione così stretta sulla qualità finale del servizio reso e che l’innalzamento contro natura dei requisiti determina il restringimento del numero di imprese che possono parteciparvi, facilitando la possibilità di accordi come quelli ipotizzati da Cantone (e magari in futuro fatti anche in modo meno ingenuo).

Appalti sempre più centralizzati, per macro aree regionali, anche quando il soggetto servito è un singolo ente collocato in un luogo ben preciso del territorio, per evitare accordi clientelari locali, senza interrogarsi sul fatto che, insieme ai vantaggi (incerti) di tale scelta vi sono gli svantaggi (certi) che derivano dal frapporre livelli organizzativi infiniti tra chi ha bisogno del servizio e chi lo realizza, per cui, ad esempio, non è più la singola scuola che commissiona le pulizie ad una ditta locale, ma è un ente lontano e terzo che affida un certo servizio ad un soggetto che a sua volta subappalta e risubappalta sino ad arrivare all’esecutore materiale della prestazione, con tutto quanto ne consegue.

Appalti sempre più complessi, sia per estensione territoriale che per insieme di prestazioni da svolgere, così da semplificare (ipoteticamente) la fase di contrattazione senza rendersi conto che ciò genera un sistema con un contractor centrale come soggetto di coordinamento in realtà molto di facciata ed una miriade di subappaltatori o affidatari della commessa, spesso soggetti che già storicamente la gestivano che vedono però ridotte in modo significativo le loro risorse per il drenaggio operato nei vari livelli di subappalto, senza che a ciò corrispondano né servizi reali per il committente pubblico, né per le imprese subappaltatrici. Semplicemente, essendovi pochi soggetti in grado di aggiudicarsi la commessa, essi possono drenare impunemente risorse con buona pace sia del committente che degli effettivi prestatori.

Soggetti appaltatori sempre più ampi e spersonalizzati, nella convinzione che il singolo comune non sia in grado di gestirsi la sua gara e Consip o le altre centrali di committenza invece sì; che il singolo comune sia esposto a pressioni e clientelismi e Consip e le centrali di committenza invece no. Basta guardare la cronaca per farsi un’idea di come questa presunzione sia fondata.

E la tendenza a ingrandire, centralizzare, complessificare, non riguarda solo affidamenti che per loro stessa natura richiedono tali caratteristiche (es. la costruzione di una tratta di linea ferroviaria ad alta velocità o di una nuova metropolitana), ma anche casi in cui vengono fornite una serie di prestazioni specifiche di dimensioni contenute a enti diversi in più differenti punti del territorio, come avvenne, per quanto riguarda la cooperazione sociale, rispetto agli affidamenti per i servizi presso le scuole.

Appalti aggiudicati con questi sistemi patogeni sempre più diffusi, con tentativi reiterati (anche nel correttivo al nuovo codice degli appalti) di introdurli anche nei servizi di welfare; cosa sino ad esso fortunatamente poco attuata; ma non illudiamoci: la bestia della centralizzazione e del gigantismo non è mai sazia, nei prossimi anni non mancheranno tentativi di appaltare servizi domiciliari o residenziali per macroaree di più regioni. Magari da parte di amministratori e politici che ai convegni esaltano la prossimità e la vicinanza al territorio.

In conclusione. Non sappiamo se Manutencoop, CNS, Romeo e gli altri soggetti citati (e Consip!) abbiano commesso o meno reati. Quello che sappiamo che culturalmente si è legittimata, con pochissime voci discordanti, una cultura degli affidamenti che sulla base di presupposti incerti e traballanti, mai verificati nella loro effettività (ecco, qui ci vorrebbe un po’ di valutazione di impatto!) porta dritto ad esiti contrari all’interesse generale. Gli eventuali reati sono responsabilità individuali, ma l’aver costruito un sistema zeppo di elementi di para illegalità – gare cui possono partecipare pochi soggetti che tendono necessariamente ad avere contatti tra loro, sistema spinto e innaturale di subappalti, scarsa verificabilità delle prestazioni per l’eccessiva distanza tra contraenti e esecuzione del servizio – e di disfunzionalità rispetto agli scopi di interesse generale, questo è il frutto di scelte deliberate che hanno accompagnato il public procurement dell’ultimo decennio e che secondo voci sempre più insistenti si vorrebbero adottare in modo sempre più massiccio anche ai servizi di welfare.

E se da una parte appare esecrabile ogni condotta illegale, è ugualmente discutibile ogni indirizzo che ne ha costruito pezzo per pezzo le basi e di cui sono politicamente corresponsabili i tanti che, quando esce una notizia come quella di oggi, fanno a gara a scandalizzarsi.

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