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Dal codice ne(g)ro al codice gianduja

Ci rendiamo conto che sparare sulla Croce Rossa sarebbe più audace. Ma non è solo per divertimento che insistiamo:sollecitare e eccitare i peggiori istinti dei cittadini per finalità elettorali è quanto di più deprecabile si possa fare in politica. E quindi lo merita.

Puntata precedente: qualche settimana fa avevamo sbertucciato il candidato a sindaco di Torino Roberto Rosso intenzionato a quanto pare a introdurre un apposito "codice negro" per dare la precedenza agli italiani negli ospedali e negli altri servizi pubblici.

Sarà che ci ha letto - anche perché da quanto si può trovare in rete siamo non sono stati in tanti a contestare con una certa risolutezza il carattere razzista di queste scritte - sarà telepatia, il nostro campione ha sostituito la scritta!

Infatti in questi giorni la nuova ondata di manifesti è in tutto simile alla precedente ma - oltre a rappresentare il Nostro con un sorriso compiaciuto per la nuova trovata - recita "Ospedali, asili, case popolari: precedenza ai torinesi" (e non più a tutti gli "italiani", quindi).

Tralasciando i casi in cui ciò è già previsto (come è ovvio che sia) dai regolamenti comunali (asili - case popolari); il candidato ha in mente evidentemente agli ospedali, dove gli è stato riferito che oggi in caso di necessità oltre ai negri curano addirittura anche comaschi, bolognesi, fiorentini e altri usurpatori dei diritti degli autoctoni.

Essendo un candidato particolarmente sfortunato inonda la città di questi manifesti il giorno in cui Quotidiano sanità documenta che il Piemonte è tra le Regioni con mobilità sanitaria passiva, in cui cioè è prevalente il flusso di cittadini che vanno ad affaticare i presidi altrui piuttosto che quello contrario (e anche se il candidato potrebbe esserne rassicurato in realtà non è che ci sia da vantarsene).

Eviteremo future critiche, non farebbero che peggiorare ulteriormente la situazione.

Codice ne(g)ro

Scusate se vi racconto una storia locale, ma ha caratteristiche tali da rivestire un qualche interesse anche oltre i confini sabaudi.

Roberto Rosso è un signore distinto di stirpe democristiana poi approdato a vari lidi del centro destra ora candidato a sindaco di Torino; non è uno zotico esagitato, un Borghezio che grida ai comizi “marocchini di merda” sgolandosi fino a che quasi gli tremano le orecchie, quando parla sembra una persona normale.

Roberto Rosso ha riempito la città di manifesti che recitano “+ Sicurezza = + Sviluppo. Ospedali, asili, case popolari: precedenza agli italiani”.

Ora, su una questione sensibile come le politiche migratorie è normale che vi siano visioni differenti; è non vi è nulla di strano che vi sia una “destra” più cauta nell’estendere il godimento di determinati diritti – pensiamo ora al dibattito sulla riforma della cittadinanza – e altre posizioni più aperte.

Tralasciamo anche altre considerazioni, pur non del tutto irrilevanti, ma che sono pur sempre nel dominio delle sensibilità politiche: sembra un po’ strano pensare che la partita dello sviluppo di Torino, sempre più orfana della Fiat e da vent’anni incamminata su vocazioni diverse, si giochi su temi del genere o – per riprendere un altro manifesto - sui campi rom, ma il mondo è bello perché è vario e la democrazia è fatta anche di opinioni originali espresse in libertà.

Il problema è un altro. Questi manifesti sono doppiamente razzisti. E il razzismo non ha nulla a che fare con una politica migratoria prudente. Il razzismo è un’aberrazione disgustosa a fronte della quale il mondo politico dovrebbe insorgere immediatamente e coralmente, come quando qualcuno dice una volgarità sessista o rilancia uno stereotipo sugli ebrei.

Quei manifesti sono doppiamente e gravemente razzisti: nelle premesse e nelle proposte.

Nelle premesse, perché identificano l’aspetto etnico con quello della sicurezza. Cosa c’entra l’associare una politica di accesso a taluni servizi con la sicurezza – che, nella difficile impresa di ricostruire un ragionamento confuso, è a sua volta driver di sviluppo? A cosa si allude dicendo che si sarebbe più sicuri – e quindi economicamente più floridi – se si limitasse l’accesso di residenti non italiani a ospedali, asili e case popolari? Forse al fatto che essendo i non italiani intimamente delinquenti più li si discrimina e più li si esclude meno reati ci saranno? Comunque sia, l’equazione stranieri = delinquenza = insicurezza, enunciata senza ulteriori specificazioni, è una categoria di pensiero esplicitamente razzista.

Ma il razzismo è ancora più evidente nelle conseguenze. Cosa significa “precedenza agli italiani” negli ospedali? Che al pronto soccorso l’ordine di visita dei pazienti è codice rosso, codice giallo, codice verde, codice bianco e codice ne(g)ro? Con gestione al triage di file separate per razza? O che persone regolarmente residenti, che pagano entrambe tasse e contributi al sistema sanitario regionale e che hanno bisogno della stessa prestazione – una visita oculistica o un intervento chirurgico – vengono poste su due liste separate ove la seconda, quella ne(g)ra ovviamente, è presa in considerazione solo quando la prima è esaurita? E dopo ospedali, asili e casa il candidato Rosso non ha nulla in mente rispetto all’accesso segregato agli autobus? Si sa che in certi orari sono piuttosto pieni e se non c’è posto per tutti si potrebbero invitare i non italiani a scendere, no?

Magari è solo una sparata elettorale, magari se eletto Rosso non trasformerebbe Torino nel Sud Africa anni cinquanta. Ma il solo fatto che queste cose possano essere pensate e sdoganate nella comunicazione pubblica è un gravissimo segno di inciviltà, con aggravante di essere dette da un candidato che si presenta come moderato. E detto tra noi, non è che le altre forze politiche si siano stracciate le vesti…

Di fronte alle tragedie del mare

Era il mese di ottobre 2014 e la politica italiana esultava per una grande vittoria diplomatica del nostro Paese nel semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea. La versione ufficiale era: grazie a noi l'Europa si si prende in carico la gestione delle proprie frontiere (1 - 2).

E' forse questo l'elemento che più stona nei discorsi di queste ore. 

E' vero - lo ricordano Renzi ed Alfano - anche durante Mare Nostrum si moriva in mare; se degli esseri umani sono costretti a cercare salvezza in condizioni di estrema precarietà, le tragedie sono sempre possibili.

Ma il fatto è che si è contrabbandato il consenso dell'UE, sicuramente positivo, a farsi carico di una voce di costo  (ancorché in quantità minima)con un passo in avanti nelle strategie di gestione dell'asilo.

Le vere questioni - che traspaiono chiaramente in un repertorio delle posizioni assunte da diversi enti e persone in questi giorni (in basso in questa colonna) - non sono state affrontate: come verificare il diritto d'asilo sull'altra sponda del Mediterraneo (le associazioni lo richiedono da anni!), una politica europea dell'asilo che suddivida le responsabilità di accoglienza tra i vari stati superando il Regolamento di Dublino, il carattere non solo "securitario" (di presidio delle frontiere) che Triton dovrebbe avere ma non ha mai assunto. 

Queste sarebbero state - e si spera siano ora - le vere frontiere su cui è necessario imprimere una svolta a livello comunitario. 

Il che comprende anche l'affermare che un programma di soccorso più ampio salverebbe più vite umane e che questo è un imperativo prioritario, ma rimanda anche ad altre azioni possibile laddove Italia e Unione Europea ristabiliscano un sistema ragionevole di priorità e di valori.

E invece si è strizzato l'occhio («dai 114 milioni spesi nel 2014 con Mare Nostrum, si passa a zero euro, perché l'operazione Triton non graverà sul bilancio italiano ma sarà finanziato interamente con i fondi europei») alla parte più becera dell'opinione pubblica italiana che magari si commuove dinanzi alle storie televisive pietose, ma poi considera chi sfugge alla morte come nemico o usurpatore di risorse.

Quattro mesi fa le voci di tante organizzazioni che lavorano con i migranti e che segnalavano tutte le parzialità sopra richiamate, sono state messe a tacere come espressioni tipiche dei "gufi" che hanno sempre motivo di criticare per partito preso. 

Anche per questo in questo numero di NotizieInRete abbiamo ritenuto invece doveroso dare voce ad alcuni dei cooperatori sociali che lavorano ogni giorno nell'accoglienza dei migranti e che ci offrono, anche con punti di vista differenti, proposte politiche e operative a partire dalla propria esperienza. 


Simona Binello, Agora - Genova

Da una parte le differenze politiche interne, tra maggioranza e opposizioni; differenze e scontri anche esterni, tra l'Italia e gli altri paesi europei. Dall'altra parte loro, imigranti che nessuno vuole, fatti rimbalzare tra i vari centri di accoglienza o, in casi estremi, in arrivo già deceduti o mai intercettati sulle rotte di navigazione del mediterraneo. L'Operazione Triton, il programma europeo per pattugliare e controllare le frontiere esterne (europee) sul mediterraneo, fornendo assistenza alle imbarcazioni (ad un raggio di azione più ridotto), e, con il quale l'Unione Europea si era posta da novembre 2014 l'obiettivo di sostituire Mare Nostrum, operazione tutta italiana che è riuscita a trarre in salvo oltre 90 mila persone, (secondo quanto dichiarato dal ministro dell'interno, Angelino Alfano), ad oggi sembra non soddisfare la necessità di trarre in salvo le migliaia di persone che ogni mese giungono sulle nostre coste (secondo le stime di Save the Children dall'inizio dell'anno sono arrivati in Italia 3709 migranti di cui 195 erano donne e 390 minori, di cui 149 accompagnati e 241 non accompagnati) sfuggendo da segregazioni, torture, conflitti e povertà. Il sistema di accoglienza prevede la collocazione in reti collaudate come il sistema Sprar (raddoppiato nell'ultimo anno) ed in altre più recenti (gestite direttamente dalle Prefettura), con la predisposizione di tutti i servizi connessi e necessari all'espletamento dell'Istruttoria di richiesta asilo e dei bisogni principali (scuola, salute). Tutto il sistema si è organizzato per far fronte all'emergenza sbarchi ed alla necessità di dare rifugio ai migranti in difficoltà. Il nostro paese, tra tutti i paesi in cui vengono espresse richieste di asilo è il più garantista (molte sono le forme di protezione riconosciute)ma nonostante questo in molti scelgono di ripartire verso altri paesi dell'Europa dimostrando di non trovare nessuna forma di stabilità. Penso che molte cose dovrebbero essere ripensate a livello generale e strategico. Prioritariamente smettere di trattare il fenomeno delle migrazioni forzate, che assume da anni una fisionomia sempre più strutturale e oramai ha poco a che vedere con un'emergenzialità imprevedibile, come una questione temporanea su cui fare investimenti a breve termine (vedi il passaggio da Mare Nostrum a Triton); rivedere le normative Europee (il Dublino primo fra tutti) che impongono la responsabilità dell'accoglienza e dell'istruttoria solo ad alcuni paesi, congestionando ed appesantendo sistemi già infiammati; monitorare nei paesi di partenza i flussi e non intervenire solo al termine del viaggio. 

Un sistema europeo che condivide e struttura un sistema di accoglienza e sostegno delle migrazioni potrebbe programmare, monitorare e modulare meglio le risorse a disposizione capitalizzando quanto già investito invece che ricominciare ogni volta da capo;identificare un sistema di responsabilità condiviso sulle richieste di asilo e attivare delle forme di sostegno fin dai paesi di partenza da un lato sgraverebbe il nostro paese della concentrazione di tutte le incombenze facendolo concentrare sul versante della prima accoglienza e dall'altro ostacolerebbe tutte le forme di traffico di esseri umani (a scopi di sfruttamento sessuale, vendita di organi, per sfruttamento lavorativo) messe in atto dalle reti criminale (che si arricchiscono) alle quali i migranti fanno ricorso per l'organizzazione del viaggio e delle quali diventano ostaggio per parte della loro vita. In ultimo forse, con una strategia ed una visione a lungo termine, eviteremmo di sentire ancora, tristemente, argomentazioni a sfondo discriminatorio, posizioni di pregiudizio su profili di stranieri che oramai appartengono alla storia (lo straniero in cerca di fortuna) e smetteremo di ascoltare persone che si interrogano ancora sull'opportunità o meno di salvare delle vite.


Mauro Giacosa, CIS - Alba

"Se vogliamo mettere fine a questo Mediterraneo come cimitero la priorità è risolvere la situazione in Libia, non il derby tra chi vuole Mare nostrum o Triton" queste le parole del premier Matteo Renzi. Il Mediterraneo è passato dall'essere una rotta prevalentemente frequentata da migranti al diventare un percorso importante per i rifugiati in fuga dai conflitti (fonte UNHCR): guerre civili e dittature, sono situazioni in cui la vita è un inferno quelle da cui fuggono. Ha ragione dunque il premier quando dice che dobbiamo risolvere i problemi alla fonte, anche i dati lo confermano: nel 2011 la Tunisia (primavera araba) era il paese da cui proveniva il maggior numero di migranti, oggi lo è la Siria. Ma il "derby" non è una questione ideologica, sono due strategie opposte: il salvataggio di vite umane l'una e la difesa delle frontiere l'altra. Non abbiamo dubbi da che parte stare, ci conforta che in queste ore lo affermino migliaia di persone, tra cui Martin Schulz e Papa Francesco. Ma oltre ad una posizione ferma a sostegno della scelta di accoglienza che l'Italia ha fatto in questi anni (con luci e ombre), il contributo che la cooperazione sociale deve dare è di generare reale inclusione sociale, informando, attivando le risorse delle comunità locali, fornendo specifici contributi professionali. In che direzione migliorare l'accoglienza? Da un lato garantire i diritti di base(in questi giorni un ospite ha avuto l'appuntamento dal dentista il 26 novembre prossimo!!), dall'altro supportare l'empowerment, rifuggendo da logiche assistenziali, dando fiducia alle persone accolte e coinvolgendo attivamente le associazioni di migranti già residenti in Italia per l'inserimento dei propri connazionali. 


Marco Baldini, Comunità Solidale, Padova

Il modo di stare nella Storia e nelle storie delle persone che ha una cooperativa, un Consorzio, un Consorzio nazionale come Idee in Rete, è quello che riesce - o prova - a non disgiungere mai la Politica e le politiche (le cause ed i rimedi strutturali) dalle azioni concrete e quotidiane ( la Prossimità che ci sta a cuore!).

Credo che abbiamo forza, autorevolezza e reti sufficienti per chiedere - assieme a molti altri - un tavolo urgente di concertazione con i nostri Ministri, Lady PESC e la protezione civile perché siamo di fronte ad una catastrofe umanitaria strutturale.

Discutiamo di revisione di Politiche Comunitarie, proponendo il rischio della "differenziazione integrativa" italiana, chiedendo il ripristino unilaterale di Mare Nostrum. Se Gentiloni afferma che abbiamo risorse per intervenire militarmente in Libia, forse qualcosa per l'intervento umanitario lo possiamo recuperare.

Ma lanciamo anche un crowfunding immediato per due azioni di disobbedienza civile, nelle more di scelte governative: 1. affittiamo barche dei pescatori siciliani integrando il loro reddito con nostri operatori e volontari a bordo, per i soccorsi in mare; 2. valorizziamo e/o attiviamo tra tutti gli aderenti in Sicilia ed in Italia spazi di accoglienza, accedendo alle misure di protezione umanitaria delle Prefetture.

Poi, se arriveranno fondi europei o cambi di politiche comunitarie, sapremo tornare la nostro posto. Ma oggi il silenzio e l'inazione è complicità al genocidio.

SPRAR: lo Stato farà lo Stato?

Dicono i ben informati che le 238 domande presentate entro il 15 febbraio scorso dagli enti locali per i 10 mila nuovi posti Sprar abbiano generato disponibilità degli enti stessi per soli 6 mila posti. Per gli altri 4 mila i soldi ci sono, i comuni no. Questo esito, se confermato, non stupirebbe più di tanto, se si considerano i molti casi, raccontati da cooperatori, in cui comuni sensibilizzati sull'opportunità di partecipare al bando hanno chiarito di non volerlo fare, ad esempio perché essendo le elezioni amministrative imminenti il fatto di essersi attivati per accogliere i richiedenti asilo era considerato come un fattore di penalizzazione; senza contare i casi in cui viene espressa una posizione politica pregiudizialmente ostile all'accoglienza.

Non sappiamo, ad oggi, se questa notizia sarà confermata o meno e, nel caso, come intenda provvedere il Ministero dell'Interno. Ma alcune considerazioni le possiamo fare.

Se l'asilo è un diritto - è così è, in vigenza dell'articolo 10 della Costituzione - è singolare che la risposta ad un'esigenza di asilo sia un bando ad adesione volontaria da parte dei comuni; insomma, se una persona si sente male non si fa un bando per vedere se casomai qualcuno vuole curarla, ma va ad un ospedale e si fa ricoverare; se un minore è abusato non si verifica se per caso vi è qualcuno pronto ad accoglierlo, ma il giudice dispone che si provveda alla sua accoglienza. E così via.

In certi casi lo Stato deve fare lo Stato. E l'art. 117 della Costituzione, lettera A), gli affida competenza esclusiva in materia di asilo. Non è questione di simpatie politiche dell'uno o dell'altro sindaco, ma di obblighi precisi che sussistono in capo alle Istituzioni. Se vi sono 10 mila persone da accogliere questo significa una persona accolta ogni 6 mila abitanti, senza esclusioni, equamente ripartite nel Paese. Eventuali ragionamenti ulteriori, specifiche volontà o vocazioni territoriali all'accoglienza possono essere considerate, ma sono un passaggio successivo, un possibile criterio di alterazione della distribuzione, non certo il punto di partenza. I comuni non dovrebbero scegliere se partecipare al bando, ma organizzarsi singolarmente o in modo associato per assolvere alla propria parte di dovere, senza che considerazioni politiche di sorta nemmeno entrino a far parte del dibattito.

La politica, per sua natura, calcola; le Istituzioni, per loro natura, devono essere responsabili.

Orrore in Gran Bretagna (e orrenda informazione ovunque)

Nel corso della settimana i media online hanno riportato una notizia di cronaca neraproveniente dall'Inghilterra. Ci sono tutti gli ingredienti per una storia che sembra inventata per eccitare le più cupe passioni dei lettori, spendibilissima per trasmissioni con tanto di plastico, psicologo e opinionista tuttologo: delitto familiare, una madre psicologicamente disturbata che uccide la propria figlia dopo efferati maltrattamenti.

Ma i titolisti hanno trovato ulteriori spunti per confezionare una notizia da migliaia di click: l'autrice del delitto, ci informano prima di ogni altra cosa, è "lesbica e musulmana". 

Dalla lettura degli articoli si evince chiaramente come tali due caratteristiche nulla abbiano a che vedere con il delitto commesso: l'autrice non intendeva mettere in atto una forma di jihad (semmai c'entrano fenomeni di ossessione religiosa non legati ad uno specifico credo e più di tutto un evidente disturbo mentale) e il fatto che la compagna fosse un'altra donna anziché un uomo non ha alcun legame con i fatti in questione.

Ci si potrebbe chiedere se l'immagine sopra riprodotta, pur ripresa da uno dei maggiori portali mondiali, sia un caso isolato, una gaffe individuale, un copia incolla maldestro da un'agenzia . No, non è così. Basta una veloce ricerca su internet per rendesi conto di come numerosi siti, anche di media professionali e di rilievo, abbiano riportato la notizia esattamente negli stessi termini: lesbica e musulmana.


ricerca in italiano

ricerca in inglese

Viene fin troppo semplice chiedersi, con buona pace dell'UNAR, come reagiremmo ad un titolo "Eterosessuale cattolico rapina una banca" o "Eterosessuale cristiano uccide la moglie e i figli" e simili.

Circa il bagaglio culturale evocato ci si potrebbe scrivere a lungo (musulmano = violento; musulmano = fanatico; omosessuale = torbido e pervertito, "The lesbian lover who brainwashed the «perfect mum» into killing her daughter", titola un media inglese; ecc.), ma probabilmente per i lettori di Notizieinrete non è così necessario.

Contraddizioni di una società linda in superficie, dove regna anche ossessivamente il politicamente corretto, e pochi metri più in basso, dove si snoda la fogna a cielo aperto dei pregiudizi più sudici.

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