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Di fronte alle tragedie del mare

Era il mese di ottobre 2014 e la politica italiana esultava per una grande vittoria diplomatica del nostro Paese nel semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea. La versione ufficiale era: grazie a noi l'Europa si si prende in carico la gestione delle proprie frontiere (1 - 2).

E' forse questo l'elemento che più stona nei discorsi di queste ore. 

E' vero - lo ricordano Renzi ed Alfano - anche durante Mare Nostrum si moriva in mare; se degli esseri umani sono costretti a cercare salvezza in condizioni di estrema precarietà, le tragedie sono sempre possibili.

Ma il fatto è che si è contrabbandato il consenso dell'UE, sicuramente positivo, a farsi carico di una voce di costo  (ancorché in quantità minima)con un passo in avanti nelle strategie di gestione dell'asilo.

Le vere questioni - che traspaiono chiaramente in un repertorio delle posizioni assunte da diversi enti e persone in questi giorni (in basso in questa colonna) - non sono state affrontate: come verificare il diritto d'asilo sull'altra sponda del Mediterraneo (le associazioni lo richiedono da anni!), una politica europea dell'asilo che suddivida le responsabilità di accoglienza tra i vari stati superando il Regolamento di Dublino, il carattere non solo "securitario" (di presidio delle frontiere) che Triton dovrebbe avere ma non ha mai assunto. 

Queste sarebbero state - e si spera siano ora - le vere frontiere su cui è necessario imprimere una svolta a livello comunitario. 

Il che comprende anche l'affermare che un programma di soccorso più ampio salverebbe più vite umane e che questo è un imperativo prioritario, ma rimanda anche ad altre azioni possibile laddove Italia e Unione Europea ristabiliscano un sistema ragionevole di priorità e di valori.

E invece si è strizzato l'occhio («dai 114 milioni spesi nel 2014 con Mare Nostrum, si passa a zero euro, perché l'operazione Triton non graverà sul bilancio italiano ma sarà finanziato interamente con i fondi europei») alla parte più becera dell'opinione pubblica italiana che magari si commuove dinanzi alle storie televisive pietose, ma poi considera chi sfugge alla morte come nemico o usurpatore di risorse.

Quattro mesi fa le voci di tante organizzazioni che lavorano con i migranti e che segnalavano tutte le parzialità sopra richiamate, sono state messe a tacere come espressioni tipiche dei "gufi" che hanno sempre motivo di criticare per partito preso. 

Anche per questo in questo numero di NotizieInRete abbiamo ritenuto invece doveroso dare voce ad alcuni dei cooperatori sociali che lavorano ogni giorno nell'accoglienza dei migranti e che ci offrono, anche con punti di vista differenti, proposte politiche e operative a partire dalla propria esperienza. 


Simona Binello, Agora - Genova

Da una parte le differenze politiche interne, tra maggioranza e opposizioni; differenze e scontri anche esterni, tra l'Italia e gli altri paesi europei. Dall'altra parte loro, imigranti che nessuno vuole, fatti rimbalzare tra i vari centri di accoglienza o, in casi estremi, in arrivo già deceduti o mai intercettati sulle rotte di navigazione del mediterraneo. L'Operazione Triton, il programma europeo per pattugliare e controllare le frontiere esterne (europee) sul mediterraneo, fornendo assistenza alle imbarcazioni (ad un raggio di azione più ridotto), e, con il quale l'Unione Europea si era posta da novembre 2014 l'obiettivo di sostituire Mare Nostrum, operazione tutta italiana che è riuscita a trarre in salvo oltre 90 mila persone, (secondo quanto dichiarato dal ministro dell'interno, Angelino Alfano), ad oggi sembra non soddisfare la necessità di trarre in salvo le migliaia di persone che ogni mese giungono sulle nostre coste (secondo le stime di Save the Children dall'inizio dell'anno sono arrivati in Italia 3709 migranti di cui 195 erano donne e 390 minori, di cui 149 accompagnati e 241 non accompagnati) sfuggendo da segregazioni, torture, conflitti e povertà. Il sistema di accoglienza prevede la collocazione in reti collaudate come il sistema Sprar (raddoppiato nell'ultimo anno) ed in altre più recenti (gestite direttamente dalle Prefettura), con la predisposizione di tutti i servizi connessi e necessari all'espletamento dell'Istruttoria di richiesta asilo e dei bisogni principali (scuola, salute). Tutto il sistema si è organizzato per far fronte all'emergenza sbarchi ed alla necessità di dare rifugio ai migranti in difficoltà. Il nostro paese, tra tutti i paesi in cui vengono espresse richieste di asilo è il più garantista (molte sono le forme di protezione riconosciute)ma nonostante questo in molti scelgono di ripartire verso altri paesi dell'Europa dimostrando di non trovare nessuna forma di stabilità. Penso che molte cose dovrebbero essere ripensate a livello generale e strategico. Prioritariamente smettere di trattare il fenomeno delle migrazioni forzate, che assume da anni una fisionomia sempre più strutturale e oramai ha poco a che vedere con un'emergenzialità imprevedibile, come una questione temporanea su cui fare investimenti a breve termine (vedi il passaggio da Mare Nostrum a Triton); rivedere le normative Europee (il Dublino primo fra tutti) che impongono la responsabilità dell'accoglienza e dell'istruttoria solo ad alcuni paesi, congestionando ed appesantendo sistemi già infiammati; monitorare nei paesi di partenza i flussi e non intervenire solo al termine del viaggio. 

Un sistema europeo che condivide e struttura un sistema di accoglienza e sostegno delle migrazioni potrebbe programmare, monitorare e modulare meglio le risorse a disposizione capitalizzando quanto già investito invece che ricominciare ogni volta da capo;identificare un sistema di responsabilità condiviso sulle richieste di asilo e attivare delle forme di sostegno fin dai paesi di partenza da un lato sgraverebbe il nostro paese della concentrazione di tutte le incombenze facendolo concentrare sul versante della prima accoglienza e dall'altro ostacolerebbe tutte le forme di traffico di esseri umani (a scopi di sfruttamento sessuale, vendita di organi, per sfruttamento lavorativo) messe in atto dalle reti criminale (che si arricchiscono) alle quali i migranti fanno ricorso per l'organizzazione del viaggio e delle quali diventano ostaggio per parte della loro vita. In ultimo forse, con una strategia ed una visione a lungo termine, eviteremmo di sentire ancora, tristemente, argomentazioni a sfondo discriminatorio, posizioni di pregiudizio su profili di stranieri che oramai appartengono alla storia (lo straniero in cerca di fortuna) e smetteremo di ascoltare persone che si interrogano ancora sull'opportunità o meno di salvare delle vite.


Mauro Giacosa, CIS - Alba

"Se vogliamo mettere fine a questo Mediterraneo come cimitero la priorità è risolvere la situazione in Libia, non il derby tra chi vuole Mare nostrum o Triton" queste le parole del premier Matteo Renzi. Il Mediterraneo è passato dall'essere una rotta prevalentemente frequentata da migranti al diventare un percorso importante per i rifugiati in fuga dai conflitti (fonte UNHCR): guerre civili e dittature, sono situazioni in cui la vita è un inferno quelle da cui fuggono. Ha ragione dunque il premier quando dice che dobbiamo risolvere i problemi alla fonte, anche i dati lo confermano: nel 2011 la Tunisia (primavera araba) era il paese da cui proveniva il maggior numero di migranti, oggi lo è la Siria. Ma il "derby" non è una questione ideologica, sono due strategie opposte: il salvataggio di vite umane l'una e la difesa delle frontiere l'altra. Non abbiamo dubbi da che parte stare, ci conforta che in queste ore lo affermino migliaia di persone, tra cui Martin Schulz e Papa Francesco. Ma oltre ad una posizione ferma a sostegno della scelta di accoglienza che l'Italia ha fatto in questi anni (con luci e ombre), il contributo che la cooperazione sociale deve dare è di generare reale inclusione sociale, informando, attivando le risorse delle comunità locali, fornendo specifici contributi professionali. In che direzione migliorare l'accoglienza? Da un lato garantire i diritti di base(in questi giorni un ospite ha avuto l'appuntamento dal dentista il 26 novembre prossimo!!), dall'altro supportare l'empowerment, rifuggendo da logiche assistenziali, dando fiducia alle persone accolte e coinvolgendo attivamente le associazioni di migranti già residenti in Italia per l'inserimento dei propri connazionali. 


Marco Baldini, Comunità Solidale, Padova

Il modo di stare nella Storia e nelle storie delle persone che ha una cooperativa, un Consorzio, un Consorzio nazionale come Idee in Rete, è quello che riesce - o prova - a non disgiungere mai la Politica e le politiche (le cause ed i rimedi strutturali) dalle azioni concrete e quotidiane ( la Prossimità che ci sta a cuore!).

Credo che abbiamo forza, autorevolezza e reti sufficienti per chiedere - assieme a molti altri - un tavolo urgente di concertazione con i nostri Ministri, Lady PESC e la protezione civile perché siamo di fronte ad una catastrofe umanitaria strutturale.

Discutiamo di revisione di Politiche Comunitarie, proponendo il rischio della "differenziazione integrativa" italiana, chiedendo il ripristino unilaterale di Mare Nostrum. Se Gentiloni afferma che abbiamo risorse per intervenire militarmente in Libia, forse qualcosa per l'intervento umanitario lo possiamo recuperare.

Ma lanciamo anche un crowfunding immediato per due azioni di disobbedienza civile, nelle more di scelte governative: 1. affittiamo barche dei pescatori siciliani integrando il loro reddito con nostri operatori e volontari a bordo, per i soccorsi in mare; 2. valorizziamo e/o attiviamo tra tutti gli aderenti in Sicilia ed in Italia spazi di accoglienza, accedendo alle misure di protezione umanitaria delle Prefetture.

Poi, se arriveranno fondi europei o cambi di politiche comunitarie, sapremo tornare la nostro posto. Ma oggi il silenzio e l'inazione è complicità al genocidio.

Orrore in Gran Bretagna (e orrenda informazione ovunque)

Nel corso della settimana i media online hanno riportato una notizia di cronaca neraproveniente dall'Inghilterra. Ci sono tutti gli ingredienti per una storia che sembra inventata per eccitare le più cupe passioni dei lettori, spendibilissima per trasmissioni con tanto di plastico, psicologo e opinionista tuttologo: delitto familiare, una madre psicologicamente disturbata che uccide la propria figlia dopo efferati maltrattamenti.

Ma i titolisti hanno trovato ulteriori spunti per confezionare una notizia da migliaia di click: l'autrice del delitto, ci informano prima di ogni altra cosa, è "lesbica e musulmana". 

Dalla lettura degli articoli si evince chiaramente come tali due caratteristiche nulla abbiano a che vedere con il delitto commesso: l'autrice non intendeva mettere in atto una forma di jihad (semmai c'entrano fenomeni di ossessione religiosa non legati ad uno specifico credo e più di tutto un evidente disturbo mentale) e il fatto che la compagna fosse un'altra donna anziché un uomo non ha alcun legame con i fatti in questione.

Ci si potrebbe chiedere se l'immagine sopra riprodotta, pur ripresa da uno dei maggiori portali mondiali, sia un caso isolato, una gaffe individuale, un copia incolla maldestro da un'agenzia . No, non è così. Basta una veloce ricerca su internet per rendesi conto di come numerosi siti, anche di media professionali e di rilievo, abbiano riportato la notizia esattamente negli stessi termini: lesbica e musulmana.


ricerca in italiano

ricerca in inglese

Viene fin troppo semplice chiedersi, con buona pace dell'UNAR, come reagiremmo ad un titolo "Eterosessuale cattolico rapina una banca" o "Eterosessuale cristiano uccide la moglie e i figli" e simili.

Circa il bagaglio culturale evocato ci si potrebbe scrivere a lungo (musulmano = violento; musulmano = fanatico; omosessuale = torbido e pervertito, "The lesbian lover who brainwashed the «perfect mum» into killing her daughter", titola un media inglese; ecc.), ma probabilmente per i lettori di Notizieinrete non è così necessario.

Contraddizioni di una società linda in superficie, dove regna anche ossessivamente il politicamente corretto, e pochi metri più in basso, dove si snoda la fogna a cielo aperto dei pregiudizi più sudici.

Quei Welcome inattesi

Difficile dire quale delle tante immagini di questi giorni intensi rimanga maggiormente nella memoria. Certo, quelle delle masse di disperati che per mare e per terra si muovono alla ricerca di salvezza. E poi le affermazioni odiose della peggiore politica italiana contro la "invasione di clandestini", culminate nei commenti farneticanti seguiti all'efferato omicidio per il quale è indiziato un ospite del CARA di Mineo (e pochi che vadano controcorrente e ci mettono la faccia per ristabilire un po' di sensatezza). E poi, pochi giorni dopo, la foto del piccolo Aylan che imprime un svolta addirittura alla politiche europee  auspicata da mesi e sino ad ora sempre negata, sino alla sospensione dell'ormai antistorico accordo di Dublino. Ma tutto questo è quanto questi tempi ci hanno abituato, con, nel male e nel bene, ondate emotive che governano le scelte delle maggiori istituzioni.

Ma una cosa no, sinceramente non l'avremmo prevista, con la nostra mentalità: quelle tante scritte di benvenuto comparse in questi giorni in Germania. Intendiamoci, anche in Italia ci sono stati tanti casi di soccorso spontaneo da parte dei cittadini sulle coste, accanto alle manifestazioni di intolleranza. Ma le scritte "welcome", tanto diverse dalla anonima e ripugnante "black man go home" di una valle piemontese, fatte proprie non solo da operatori e difensori dei diritti, ma da gente comune, nelle piazze e negli stadi tedeschi evidenziano un capitale sociale, una coscienza civile diffusa, qui veramente difficile da immaginare. E, nel dramma, è una speranza che nelle nostre società possano diffondersi tesori nascosti. 

Il racconto più difficile (il giorno dopo i fatti di Parigi)

Non è la prima volta che NotizieInRete esce contemporaneamente ad un fatto di cronaca dirompente, tale da far sembrare i temi su cui ci appassioniamo ogni giorno futili e secondari di fronte alla morte, al dolore, alla rabbia, a tutte le sensazioni che si accompagnano ad una tragedia come quella di Parigi. E di nuovo ci si chiede se abbia senso uscire con le notizie ritmate dalla nostra quotidianità di persone che lavorano nel sociale, se sarebbe invece più rispettoso tacere o limitarsi ad aggiungere la nostra presenza alle tante voci che in queste ore si fanno sentire per solidarizzare con le vittime e condannare le barbarie.

Alla fine crediamo però che i nostri pur piccoli gesti quotidiani rappresentino un tentativo di costruire ponti, legami, coesione e solidarietà: ingredienti di un antidoto al fanatismo e alla violenza in cui rischiamo di sprofondare

E quindi NotizieInRete esce, con i contenuti che ogni settimana lo caratterizzano. Ma non senza dedicare ancora un pensiero alla strage di Parigi. Alle vittime, prima di tutto. E poi a come la strage può generare la reazione che ogni terrorista sogna, la radicalizzazione del "noi contro loro", le generalizzazioni irresponsabili che aiutano a far nascere un nuovo fanatico proprio nelle nostre città. Quanti nuovi terroristi saranno generati da uscite come quelle riportate qui sotto?



E allora, tra i tanti stimoli che in queste ore si affollano sui vari media, ci piace dare il nostro spazio a questo: ai musulmani che ci parlano di un Islam diverso da quello che sentiremo, ancor più di prima, nei discorsi di troppi politici e giornalisti. Perché sarà il racconto più difficile da fare, su cui si giocherà la capacità della nostra società di superare la crisi o di precipitare in una spirale distruttiva.

 

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