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Decreto impresa sociale: questioni risolte e problemi aperti

Alcune settimane fa, dopo l’approvazione in via preliminare del decreto sull’impresa sociale al Consiglio dei Ministri, si era commentato il testo evidenziandone alcune problematicità.

Sono seguiti i passaggi di consultazione istituzionali dovuti e a fine giugno il testo è stato approvato in via definitiva e quindi pubblicato la settimana scorsa in Gazzetta Ufficiale (D.lgs. 3 luglio 2017, n. 112 Revisione della disciplina in materia di impresa sociale, a norma dell'articolo 2, comma 2, lettera c) della legge 6 giugno 2016, n. 106.

In queste ore il panorama si sta arricchendo di commenti molto stimolanti ma per ora ci si limita ad una semplice domanda: quali delle osservazioni a suo tempo fatte sono superate dalla versione definitiva, quali rimangono ancora in tutto o in parte valide? Vediamo i punti ad uno ad uno.

I settori di attività delle imprese sociali

Limitazione delle attività sanitarie ai settori riconducibili ai LEA: superato, la nuova formulazione parla solo di “interventi e prestazioni sanitarie” dizione che quindi include anche ambiti di attività quali le cure odontoiatriche a indigenti o a stranieri non regolari che proprio perché non incluse nei LEA possono essere di interesse del terzo settore.

Impostazione “dirigistica” per cui la legge si prende il compito di determinare il “chi fa cosa” e non solo di individuare le modalità operative corrispondenti alle diverse vocazioni delle famiglie di terzo settore: persiste e quindi vi sono attività del terzo settore precluse alle imprese sociali (es. beneficenza o protezione civile, per fare due esempi di attività che implicano investimenti rilevanti e che potrebbero essere svolti in forma di impresa sociale) e più in generale non è passato il principio ragionevole che, una volta definito quali siano gli ambiti di attività di interesse generale, sia l’autonoma creatività della società civile a inventare in quale modo operare. In generale si è fotografato l’esistente (ove, per continuare nell’esempio, le due attività prima citate sono svolte in forma di volontariato) piuttosto che fornire una cornice in cui liberare risorse della cittadinanza. Ma un aspetto positivo è comunque l’inclusione dell’accoglienza dei migranti tra le attività svolgibili dalle imprese sociali, superando il sillogismo impresa = business = profittare sui migranti.

Preclusione alle imprese sociali della possibilità di fare raccolta fondi: superato. La disposizione, contenuta nel Codice del terzo settore e non nel decreto impresa sociale, è stata cancellata, tutti i soggetti di terzo settore possono fare raccolta fondi.

I settori di attività delle cooperative sociali

Il testo originario lasciava invariati i settori di attività della 381/1991, escludendo quindi le cooperative sociali da tutti i settori di attività delle imprese sociali: superato in modo assai parziale. Il D.lgs. 112 aggiunge ai settori 381/1991 le prestazioni sanitarie, l’educazione, istruzione e formazione professionale, la formazione extra scolastica finalizzata a contrastare la dispersione e la povertà educativa e i servizi per l’impiego. In sostanza, come evidenziava Beppe Guerini in una sua intervista a NotizieInRete, si è tradotto in termini attuali il perimetro della 381/1991; ma - osservazione invece nostra - non si coglie la portata innovativa degli slanci che in questi vent’anni hanno portato le cooperative sociali ad agire in modo innovativo in ambiti quali l’housing sociale, l’agricoltura sociale, l’accoglienza dei migranti, il turismo sociale, la gestione di beni confiscati, in generale ciò che ha a che fare con lo sviluppo locale; tutti questi ambiti potranno vedere attive le cooperative socaili solo indirettamente – come già avviene oggi - nel caso ad esempio con tali attività si realizzi inserimento lavorativo di persone svantaggiate.

L’inserimento lavorativo

Le cooperative sociali nel testo originario rimanevano legate alle categorie del 1991: il problema persiste quasi totalmente. Altre imprese sociali sono tali se assumono – pur senza sgravi – una platea ampia di lavoratori svantaggiati – secondo le definizioni di svantaggio “comunitario” - , le cooperative rimangono legate all’inserimento delle sole situazioni di disabilità, dipendenze, salute mentale, detenzione. Quello che è cambiato che oggi le cooperative A possono offrire servizi volti a favorire l’occupazione di tutte le fasce di svantaggio, cosa che già facevano ma che diventa ufficialmente riconosciuta.

La cooperazione sociale in generale

Scrivevamo: “Avremo da una parte una cooperazione sociale rintanata nel suo «perimetro 1991», dall’altra, in imprese sociali e in altre forme di terzo settore, tutti i fermenti di innovazione.” La questione, come si può evidenziare dai due paragrafi precedenti, persiste. Ovviabile, forse, in termini pratici, con cooperative che daranno vita a imprese sociali controllate per operare nei settori preclusi, ma a prezzo di una delle tante soluzioni per cui si fa la legge con la serenità di avere trovato a priori l’inganno. Ma culturalmente non si tratta di un bel passaggio. Chi da tempo - e sino ad ora con poca base fattuale - preconizza o auspica un superamento della "vecchia" cooperazione sociale verso forme più aggiornate e dinamiche probabilmente ha un motivo in più per ritenere che tutto ciò sia effettivamente destinato ad accadere.

I decreti attuativi sul terzo settore. Intervista a Beppe Guerini

Ieri sono stati approvati i decreti attuativi della legge 106/2016; abbiamo intervistato Beppe Guerini, portavoce dell’Alleanza delle Cooperative, per avere un primo commento. In premessa va richiamato che ad oggi non può che trattarsi di prime impressioni, dal momento che si lavora su testi ancora non ufficiali e che quindi è possibile esprimersi sulla struttura degli atti, ben sapendo che, con i testi definitivi, potrebbero emergere ulteriori impressioni.

“Il giudizio sul Decreto impresa sociale è sostanzialmente positivo, si arriva al termine di un’operazione durata tre anni” esordisce Guerini; “E, oltre al fatto di per sé positivo di avere un punto di riferimento, vi è da rilevare con soddisfazione che alcune delle difficoltà segnalate in fase di discussione del decreto rispetto al coordinamento con le attività delle cooperative sociali sembrano essere state risolte nel testo approvato ieri”.

A cosa fai riferimento, in particolare?

Uno dei problemi riscontrati era il mancato intervento sui settori di attività delle cooperative sociali, che rischiavano di rimanere confinate al perimetro del 1991; la formulazione definitiva invece specifica che le cooperative sociali possono occuparsi anche di servizi sanitari, di educazione, formazione professionale, istruzione e possono offrire servizi finalizzati al reinserimento delle persone svantaggiate nel mondo del lavoro. Si tratta, nei fatti, di attività non nuove per le cooperative sociali che queste cose le stavano già facendo, ma spesso in un regime dubbio laddove si fosse optato per una lettura restrittiva della 381/1991. E tutto ciò portava a effetti paradossali; si pensi ad esempio al lavoro nel campo della salute mentale, dove le cooperative sociali hanno scritto pezzi fondamentali della storia che ha portato alla deistituzionalizzazione dopo la legge Basaglia; bene, gli interventi sulla salute mentale sono inquadrati come “sanitari” e questo poteva portare a perplessità laddove si ritenesse che il confine operativo delle cooperative sociali fosse limitato all’ambito socio sanitario. E lo stesso si può dire per molti servizi formativi o finalizzati a favorire l’accesso al mondo del lavoro, anch’esso comuni tra le cooperative sociali.

Ciò è senz’altro vero, ma altri settori restano esclusi quali l’ambiente, la cultura, il patrimonio artistico, ecc.; pensi si potesse fare di più?

Io ritengo che quella del decreto sia la scelta giusta; come cooperazione sociale nasciamo con una vocazione originaria che non va tradita; non si tratta di cambiare o ampliare l’ambito di attività delle cooperative sociali, ma di leggere in modo più moderno e inclusivo ciò che le cooperative sociali in realtà sono e questo è quello che il decreto fa.

Vi sono altri aspetti importanti che ritieni opportuno rimarcare rispetto a questo decreto

La legge chiarisce che l’impresa sociale con socio unico non è concepibile e questo è positivo, aspetto trascurato nella precedente stesura. L’impresa è sociale anche per quello che è e non solo per quello che fa e un’impresa sociale di un imprenditore singolo non può avere la dimensione collettiva e inclusiva.

Quale potrebbe essere l’effetto di questo decreto?

In primo luogo auspico che aiuti l’emersione delle attività di tipo imprenditoriale che oggi sono svolte all’interno del terzo settore, ma senza assumere la forma di impresa sociale; sarebbe un contributo prezioso sia alla trasparenza del settore che per l’evoluzione del mercato.

In che modo pensi che il mercato potrebbe evolvere?

Spesso in questi anni si è sentito dire: “non possiamo affidare al mercato il welfare o la cultura”; queste affermazioni, figlie di una situazione in cui da una parte vi è lo stato e dall’altra il mercato, potrebbero essere superate laddove, grazie alla diffusione di imprese sociali, si determinasse un mercato più etico sociale e inclusivo. Credo che non sia solo il mercato a condizionare le caratteristiche delle imprese, ma che la presenza e la diffusione di soggetti imprenditoriali diversi potrebbe contribuire in modo significativo a far evolvere il mercato.

E rispetto al Codice del terzo settore, oggetto di un altro decreto, quali sono le tue impressioni?

Si tratta di un testo complesso che sarà necessario esaminare con più calma. Anche in questo caso è positivo il fatto che la riforma sia arrivata in porto, anche se con ambizioni ridotte rispetto ai propositi iniziali; per onestà vi è da dire che su questo, sulla possibilità di riforme più radicali e coraggiose, la responsabilità va condivisa tra istituzioni e soggetti di terzo settore. Il clima non facile di questi anni non ha aiutato a fare una riforma più ampia. In ogni caso anche in questa occasioni dobbiamo constatare che il nostro Paese mostra delle resistenze al cambiamento, pur se in ogni caso si fanno passi avanti.

Uno dei passi avanti che riscontri nel Codice?

Penso potrà aiutare a introdurre chiarezza in un mondo associativo dove numericamente prevalgono associazioni non giuridicamente riconosciute; ora si semplificano le procedure di riconoscimento e spero che questo contribuisca a fare emergere una parte rilevante di queste forme di terzo settore.

La riforma del terzo settore è legge: e ora?

E così alla fine la riforma del Terzo settore è stata approvata il 25 maggio.Come abbiamo avuto modo di scrivere tempo fa, non la migliore delle riforme in astratto possibili, ma sicuramente un risultato ottimo dati gli equilibri parlamentari e culturali esistenti; ed è comunque un testo potenzialmente in grado di aprire la strada a sviluppi positivi per il settore e per il Paese.

Questo giudizio è non a caso simile - o meglio complementare - a quello dato da Vita, che auspicava una più ampia conservazione del "testo originario", mentre al contrario su NotizieinRete si è spesso auspicata una sua più significativa modifica. Ma, appunto, a fronte di posizioni diverse l'equilibrio trovato è probabilmente soddisfacente per tutti.

Questo dibattito si è concentrato su alcuni "temi sensibili" di cui forse l'esempio principale è il tema dell'impresa sociale, considerato nel testo originario come soggetto "un po' dentro e un po' fuori dal terzo settore" che trovava la sua definizione preminente nell'impatto sociale, collocato nella stesura della Camera non - come ora - nel dominio della trasparenza, rendicontazione, verifica, controllo, ma a fondamento della definizione stessa dell'impresa sociale. E su questo ci siamo più volte detti in disaccordo, non ritenendo ragionevole che fossero "imprese sociali" tutte le imprese che, ad esempio, oltre a sottoporsi a vincoli molto labili in tema di distribuzione di utili, "creano occupazione" (tutte) o che adottano politiche di attenzione nei confronti dell'ambiente.

Ma, come si diceva, su questi aspetti il testo approvato il 25 maggio fa sintesi e dunque bene così, avanti verso i decreti che nei prossimi dodici mesi dovranno dare forma alla legge che, ricordiamolo, è una legge - delega, cioè che individua principi e criteri, talvolta più definiti, talvolta molto aperti, a partire dai quali spetterà al Governo emanare le norme applicative.

Vista l'ampiezza della delega non si tratterà solo di un esercizio tecnico: i margini sono ampi (forse in alcuni casi troppo ampi) e vi è dunque ancora un notevole spazio di discussione su temi centrali, soprattutto quelli appena accennati testo di legge, come quello fiscale.

E qui vi è un modo semplice per fare contenti tutti: lasciare sostanzialmente tutto com'è, salvo qualche rimaneggiamento. Ciascuna famiglia del terzo settore gode di normative consolidate, ciascuna caratterizzata da un favor specifico su imposte dirette, indirette, deducibilità,detraibilità, fiscalizzazioni, ecc.; ciascuno di questi favor è generalmente frutto di lunghe battaglie - per promuoverlo e in certe fasi per difenderlo - processo che ha portato ad enfatizzarlo legandolo profondamente all'identità di un certo tipo di organizzazione, cooperativa, associativa o di altro genere. Insomma, ciascuna organizzazione sente - legittimamente - una certa misura fiscale come un riconoscimento morale di una propria specificità e qualsiasi intervento che la mettesse in discussione (pensiamo al dibattito a suo tempo sviluppatosi sulla tassazione degli utili alle cooperative o recentemente sull'IVA alle cooperative sociali; o alla reazione del mondo associativo di fronte alle ipotesi di intervento della legge delega sulla definizione delle "attività istituzionali" e di quelle imprenditoriali ad esse collegate) non è una mera misura giusta / ingiusta, equa / non equa, ma un attacco ad un aspetto identitario importante.

Tutto ciò da una parte è giusto e comprensibile, ma bisogna responsabilmente interrogarsi sugli esiti complessivi che derivano dall'intangibilità di questo principio: quello di una riforma che su alcuni punti importanti (aspetti fiscali, settori di attività di interesse generale in cui le organizzazioni operano, per fare due esempi) si limiti a recepire lo status quo.

Estremizzando: sarebbe vera riforma se, alla fine - e non sarà comunque così - ciascun soggetto fosse esattamente quello di prima con la differenza che ci si iscrive tutti ad un medesimo albo articolato in sottosezioni che riproducono le distinzioni esistenti?

"No", si dice convinti nei convegni. "Sarebbe meglio così",  dice la "pancia" di molto terzo settore, in fondo così ci troviamo bene. E' la "riforma minima", che più volte è stata citata da alcuni parlamentari nelle discussioni di questi mesi, come a dire che era importante che il Governo si fregiasse di avere riformato il terzo settore, ma poi nei fatti se il portato finale si limitasse a poche correzioni dello status quo, lasciando il resto com'è sarebbe meglio.

Magari ci si lamenta, magari si addita la "concorrenza sleale" che una una certa forma di terzo settore può esercitare in forza a previsioni normative che la riguardano, ma alla fine i margini di cambiamento sono sempre individuati nella disciplina altrui e non nella propria.

Per fare due esempi: alcune proposte che avrebbero impegnato il Governo in una revisione radicale di tutto l'impianto fiscale, prevedendo esplicitamente che, trasversalmente alle forme giuridiche, il favor fosse conformato su criteri comuni di beneficio pubblico a prescindere dalla forma giuridica, è stata almeno provvisoriamente accantonata e rimessa alla valutazione del Governo; l'ipotesi di radicale ridiscussione dei confini tra associazionismo di promozione sociale e volontariato, pur unanimemente riconosciuti come instabili - tanto e vero che molte organizzazioni si iscrivono all'uno o all'altro registro in modo un po' estemporaneo - è stata fortemente smussata.

Potremo continuare in questi esempi.

Forse le ragioni della conservazione hanno degli elementi di saggezza, ciascun istituto ha assicurato lo sviluppo del settore che tante analisi hanno confermato e spesso volontà di riforma radicali portano con sé il rischio di determinare, pur con le migliori intenzioni, danni superiori ai benefici, come novelli apprendisti stregoni incapaci di gestire la complessità della materia.

Ma d'altra parte scelte minimaliste lascerebbero irrisolti i nodi che hanno portato all'esigenza di una riforma, sarebbero un omaggio al quieto vivere di oggi e non alla costruzione di un impianto adeguato ai prossimi trent'anni, tempo su cui va misurata una vera riforma. Con due rischi.

Il primo è quello di lasciare intatti, oltre agli aspetti positivi, tutti i limiti del settore, il groviglio di previsioni di leggi e leggine riferite a specifici soggetti, i favor magari ragionevoli se visti di per sé, ma la cui equità rispetto al complesso delle previsioni per i diversi tipi di ente è tutta da verificare.

Il secondo rischio è quello che un impianto conservativo non sappia cogliere evoluzioni e dinamiche, che invece sono consistenti. Ha senso quella sorta di equazione tra volontariato e organizzazioni normate dalla legge 266/1991 (le "organizzazioni di volontariato", appunto) che ancora sembra da forma alla legge delega, nel momento in cui più dell'80% di coloro che fanno volontariato in Italia non lo fa nelle organizzazioni di volontariato? (e detto per inciso, in cui il 45% lo fa anche o solo al di fuori di qualsiasi forma organizzata!)

Insomma, guardare alla sostanza dei fenomeni prima che alle forma giuridiche e guardare alle evoluzioni e non solo al passato sono due buoni motivi per mettersi nell'ottica, in sede di decreti, di non limitarsi a recepire lo status quo con qualche marginale adeguamento, ma di misurarsi con una ridiscussione profonda di confini, istituti, favor normativi che oggi caratterizzano il terzo settore.

Ciò è auspicabile e richiederà al legislatore un mix di coraggio, cautela, capacità di confronto con il terzo settore e soprattutto tanta, tanta competenza e voglia di studiare e di approfondire, con buona pace delle riforme - lampo che generalmente sono riforme finte o mal fatte.

E richiederà al terzo settore la capacità di ragionare senza troppe difese ad oltranza degli spazi di ciascuno, senza fuochi di sbarramento a priori, nell'ottica di una riforma che promuovo lo sviluppo nei prossimi decenni e non che salvaguardi un favor fino al prossimo cambio di Governo.


Nota personale: questo intervento riproduce alcune delle cose dette in un convegno tenutosi il 27 maggio a Prato, organizzato dalla Camera di Commercio tempo prima e fortunatamente caduto due giorni dopo l'approvazione definitiva della riforma; si è trattato probabilmente dell'ultimo mio intervento pubblico come presidente di Idee in Rete ed è senz'altro un piacere averlo potuto dedicare ad un tema su cui in questa Newsletter abbiamo spesso lanciato idee e proposte.

La Valutazione di impatto sociale. Quando e dove serve (e dove no)

La valutazione di impatto applicata alle organizzazioni di Terzo settore. Sette criticità

La valutazione di impatto sociale (VIS) – intesa come valutazione degli effetti diretti o indiretti, a breve, medio e lungo periodo di un intervento - è uno strumento, uno dei possibili strumenti di valutazione; e come strumento non è buono né cattivo, può essere adeguato o inadeguato rispetto alle finalità che ci si pone e agli oggetti di valutare. Il problema che si intende sottolineare è che questo strumento, che risulterebbe molto utile nella valutazione di politiche, è invece oggi insistentemente proposto per valutare l’operato di organizzazioni. E in questo caso emergono almeno sette criticità.

1) La valutazione d’impatto apprezza ciò che misurabile, non ciò che è auspicabile

La valutazione di impatto fornisce risultati accattivanti a costi sostenibili quando riguarda fenomeni che è accettabile valutare, in un tempo abbastanza contenuto, in senso binario: un “si” o “no”; ad esempio se dopo un percorso formativo o di inserimento, la persona “lavora” o “non lavora” (e in altri casi si potrebbe dire “usa sostanze” o “è astinente”; “commette ancora reati” o “non ha più commesso reati”, ecc.). Dove non ricorrono queste condizioni i costi dell’indagine sono, in relazione alla pregnanza dei risultati, molto più contenuti; pensiamo ad esempio al valutare l’impatto di un’azione di educazione alla cittadinanza rivolta ad adolescenti finalizzata a farne dei buoni cittadini e ad essere a loro volta in grado di diffondere ai propri figli e quindi alla futura società atteggiamenti di aderenza alla Costituzione, di rispetto delle diversità, di assunzione di responsabilità verso la società in generale, e così via.

Ma il fatto che determinati interventi si adattino più di altri ad una valutazione di impatto (fatta con costi ragionevoli) rischia di far dedurre che questi interventi sono più degni e meritevoli di altri. Il sillogismo però è bacato. Il fatto che si possieda o meno un metro convenzionalmente considerato adeguato, nulla dice sulla auspicabilità degli interventi. Indica solo ma nostra capacità di misurazione, che è tutt’altra cosa. Non è detto che un corso di informatica sia meglio di un corso sulla Costituzione, solo perché del primo misuro più facilmente l’impatto.

2) La vera valutazione non è il dato, ma il ragionamento a partire dal dato; ma la VIS è spesso congegnata per rendere sottile questa fondamentale distinzione

Dire che l’inserimento lavorativo in cooperativa sociale “conviene” economicamente perché origina conseguenze positive nel medio lungo periodo per la finanza pubblica, non ci esime dal porci una domanda: ma se non convenisse, allora, non si dovrebbe fare? Se l’inclusione sociale di ragazzi nomadi risultasse meno conveniente dell’inclusione di ragazzi migranti, bisogna privilegiare la seconda?

Ovvio che nessuno studioso serio lo affermerebbe; affermerebbe anzi di limitarsi a fornire dei dati che poi chi di dovere valuterà da un punto di vista politico ed etico. Ma, nell’ottica della responsabilità e con la consapevolezza dell’utilizzo a cui i dati sono sottoposti, il problema bisogna porselo. E questo non riguarda solo le traduzioni di tipo economico; il dato – ne abbiamo istruiti / salvati / curati / formati / assunti, X ecc. – va sempre sottoposto ad una lettura mediata da considerazioni valoriali, che spesso vengono invece ignorate nell’impianto valutativo.

3) La VIS applicata a singole organizzazioni è inserita in un paradigma di pensiero competitivo. E questo non è un bene. Ne siamo assolutamente troppo poco consapevoli

Da una parte chiunque operi nel sociale adotta paradigmi sistemici, enunciando che gli interventi sono frutto delle interazioni tra nodi collaborativi di una rete e che i maggiori successi si ottengano dall’operare integrato e coordinato tra più soggetti; dall’altro gli stessi soggetti nutrono un arsenale concettuale edificato per affermare il proprio impatto individuale, il fatto che quindi se un intervento è andato bene, se quel ragazzino non è diventato un delinquente, è merito mio e non di una rete fatta di cooperative, scuola, associazioni, parrocchie, ecc. che il ragazzino l’hanno conosciuto. Come è possibile conciliare un impianto di valutazione che preme sull’individualismo e sulla competizione con un paradigma di intervento basato sulla collaborazione e sull’integrazione?

E, più in generale, si ha consapevolezza degli effetti di medio termine dell’enfasi sugli aspetti competitivi che rappresenta, purtroppo, una caratteristica culturale emergente nel terzo settore italiano? Si compete per una gara d’appalto assoldando i migliori confezionatori di progetti, si compete per una donazione sguinzagliando dialogatori in ogni piazza, si compete per il 5x1000 a suon di campagne pubblicitarie, si compete per la leadership di rappresentanza o per le proprie dimensioni, si compete per essere presenti sulla scena comunicativa, con gli uffici stampa che si sfidano per essere più visibili di altri. Ecco, la cultura della VIS per ciascuna organizzazione di terzo settore è culturalmente omologa a tutto ciò. Noi siamo meglio di Voi. Finanziate Noi che siamo meglio di Loro.

Manca nel modo più assoluto la consapevolezza degli esiti distruttivi che questa deriva culturale competitiva sta portando non solo nel terzo settore ma nell’intera società.

4) Il lavoro sociale è sottoposto ad una quantità elevata di variabili; ma visto che è troppo complicato tenerne conto, spesso le si salta a piè pari o le si rende funzionali al risultato che si intende dimostrare.

Insomma, è possibile dimostrare un po’ tutto. Avocare a sé i meriti e a cause esterne gli insuccessi. Complessità della realtà e contesto competitivo portano a questo. Con buona pace del miglioramento organizzativo e della consapevolezza, nonché della trasparenza verso gli stakeholder esterni.

5) La VIS costa. Ed è pertanto occasionale e, generalmente, etero finanziata. Quindi la fanno (seriamente) in pochi e anche per loro non diventa prassi organizzativa, ma sforzo straordinario una tantum

Una valutazione di impatto costa molto, chi la fa generalmente si avvale di finanziamenti esterni e occasionali. E questo rende la VIS poco adatta a rappresentare uno strumento di verifica e riorientamento costante delle azioni; come sforzo una tantum, legato (se va bene) alla volontà di acquisire elementi utili a scelte di particolare rilievo strategico o (se va male) alla volontà di rafforzare l’immagine pubblicitaria in certo momento della storia dell’organizzazione.

6) Per le caratteristiche del rapporto di committenza, nella VIS è difficile superare i sospetti di parzialità

Prescindiamo pure da un aspetto oggettivo di asimmetria informativa e di accesso alle fonti. Ipotizziamo la condizione – nella pratica difficilmente credibile – che il ricercatore possa accedere liberamente a tutti i dati che gli sono utili; possa contattare quindi, senza mediazione del committente, utenti e familiari, magari anni dopo un certo intervento. Certo, un professionista serio non scrive mai il falso; ma oggettivamente il redigere e rendere pubblico un rapporto che attesti l’inutilità del lavoro di un committente che ha pagato qualche decina di migliaia di euro è un fatto non scontato. 

7) La VIS si caratterizza come prodotto professionale e non è particolarmente adatta a suscitare miglioramento organizzativo

Il fatto che la VIS richieda un decisivo apporto professionale, ha anche un’altra conseguenza: che tale valutazione non coinvolge in modo significativo le organizzazioni e non determina, se non in modo molto mediato, pratiche di miglioramento. La realizza, primariamente, un professionista o un gruppo di professionisti. Certo che, soprattutto in talune scuole di VIS è previsto il coinvolgimento degli stakeholder, ma il suo impianto prevede necessariamente un ruolo decisivo del soggetto professionale. La conseguenza è che – quando anche non si sia di fronte ad una VIS “pubblicitaria”, difficilmente questo processo porta, passata una fase iniziale di mobilitazione, al miglioramento organizzativo.

La VIS per valutare le politiche

Da tutte queste considerazioni si potrebbe pensare che la posizione di chi scrive sia quella di affermare che 1) la valutazione di impatto non serve e/o che, quindi 2) tanto vale non valutare. L’una e l’altra affermazione sono invece scorrette. Vediamo ora perché e quindi con quali proposte operative.

Le sette affermazioni prima argomentate, che rendono la VIS nella maggior parte dei casi uno strumento da non prediligere per valutare l’operato di singole organizzazioni, sono invece meno incisive se la valutazione di impatto interessa una politica o un ambito di attività.

Qual è l’impatto di una politica volta al superamento dei campi nomadi e all’insediamento delle popolazioni che vi abitano in alloggi? Ha un impatto migliore o peggiore rispetto alla costruizione di nuovi campi meglio attrezzati? Qual è l’impatto di una diversa politica di incentivazione dell’impresa sociale? Qual è l’impatto del passaggio da un sistema di servizi offerti ai cittadini dall’ente locale ad uno di doti individuali? Qual è l’impatto dell’inserimento al lavoro dei detenuti? Lo sport è un veicolo importante di integrazione delle seconde generazioni di migranti? E così via.

Si tratta di domande che riguardano temi 1) strategici e 2) non scontati.

I costi di una valutazione di impatto seria ci sono, ma sono soldi ben spesi, rispetto ai vantaggi derivanti dall’impostare nel modo migliore una politica pubblica che, in quanto tale, probabilmente muove cifre significative di bilancio dello Stato e degli enti locali. Inoltre non si valuta un singolo, ma un sistema di intervento e quindi non si alimenta competizione impropria; l’indagine è condotta da soggetti effettivamente terzi e senza circoli viziosi di committenza, vi è uno spazio credibile per valutare adeguatamente gli aspetti di complessità del problema e così via.

Sembra ragionevole tutto ciò? Sì, ma la politica talvolta fa il contrario.

Prendiamo il caso paradigmatico, il recente bando sulle povertà educative. La richiesta che ciascuno faccia la sua micro valutazione di impatto è un’insensatezza difficilmente giustificabile. Soldi spesi a caso, con il malcelato fine di affermare un poco credibile rigore delle istituzioni, come per dire: “A noi non la si fa, non è che ognuno spende soldi pubblici a casaccio, ora dovrete dare conto di quello che producete”. Sulla vacuità di tale prodotto valgono le sette affermazioni fatte prima. Quello che invece probabilmente nessuno farà è quello di interrogarsi sull’impatto della politica nel suo complesso: le scelte e le modalità di gestione adottate hanno effettivamente diminuito la povertà educativa in Italia? I 200 milioni sono stati spesi bene o meno? E' utile riorientare la spesa in futuro verso azioni diverse?

Cosa avranno in mano i decisori pubblici alla fine? Saranno riusciti a individuare un aggiudicatario oggettivamente inefficiente? Improbabile, ma, anche fosse, qual è stato il valore aggiunto di questa carovana rispetto ad un normale controllo professionale da parte dei servizi e cosa rimane alla fine come suggerimento per riorientare le politiche rispetto agli effettivi esiti dei progetti? Poco o nulla!

Insomma, con la VIS si valutino le politiche, piuttosto che le organizzazioni.

E le organizzazioni?

Quindi, a conclusione di questo discorso, le organizzazioni non devono fare nulla? La poca adattabilità della VIS alle esigenze di una valutazione di singole organizzazioni le scioglie da ogni obbligo di interrogarsi sul proprio operato? No, nemmeno questo è corretto.

La valutazione è, in primo luogo, un atteggiamento, uno stile organizzativo. È, certamente, prima ancora che pratica professionale, l’attitudine a raccogliere informazioni concrete su quello che si fa, a raccoglierle e a farne un patrimonio condiviso tra lavoratori e altri stakeholder. Informazioni che vanno raccolte e condivise non tanto con l’ottica rendicontativa, fatta di fogli presenze, ma di materiali diversi, dati numerici certo, ma anche narrazioni, punti di vista di operatori, utenti, volontari, partner pubblici, ecc. su un certo servizio o intervento.

Secondo, è importante che l’organizzazione – le equipe, ma anche la cooperativa o associazione nel suo complesso – si dia degli spazi di riflessione e valutazione a partire da questi materiali, che le cose non vadano perdute, non scivolino accanto al lavoro quotidiano come se nulla fosse, ma che diventino patrimonio comune e condiviso.

Terzo, bisogna che queste riflessioni non siano solo interne, se no si diventa autoreferenziali, ci si piange addosso e si collocano sempre all’esterno le istanze di cambiamento. Visioni diverse – da parte degli stakeholder, confronto con altre esperienze, confronto tra pari, partecipazione a momenti di approfondimento, contributi di studiosi - portano invece a identificare quello che l’organizzazione da sola non riuscirebbe a comprendere.

E, infine, è necessario che tutto ciò diventi motore di cambiamento organizzativo; questo richiede un giusto equilibrio tra le linee gerarchiche dell’organizzazione e capacità di raccogliere il contributo di tutti; gli strumenti comunque ci sono, dall’apertura degli organi direttivi in talune occasioni a gruppi di lavoro, commissioni di approfondimento, ecc.

Tutto ciò non è – se non in minima parte – oggetto di affidamento di incarichi professionali a terzi; è invece frutto di un’assunzione di responsabilità verso la qualità del proprio lavoro che mobilita risorse organizzative; non è un “di più” rispetto al lavoro quotidiano, è – principalmente – un modo di svolgere il proprio lavoro quotidiano.

In conclusione 

In conclusione, in questo periodo la VIS gode di una certa fortuna e di buona stampa; ma il fatto di diventare simbolo e bandiera rischia di mettere in secondo piano le domande più importanti.

La prima è quando tale metodologia rappresenti uno strumento appropriato, e purtroppo una risposta non meditata porta ad utilizzarla, generalmente in forma banalizzata, per le singole organizzazioni (ove generalmente appare per nulla priva di criticità) e a trascurarla per le politiche (dove sarebbe altamente auspicabile).

La seconda domanda cui si è cercato di dare risposta riguarda il come diffondere atteggiamenti e strumenti di valutazione, diversi dalla valutazione di impatto, adeguati alle organizzazioni, facendo sì che l’interrogarsi sul proprio operato e, su questa base, avviare processi di miglioramento, rappresenti un tratto distintivo della cultura organizzativa del terzo settore.

Però un po' strani lo sono, questi parlamentari

Dunque, ricapitolando: a fronte di posizioni diverse di cui più volte abbiamo dato conto nelle newsletter, Camera, Senato e Governo si sono confrontati per mesi (la famosa "cabina di regia" di cui si parla nell'articolo). Alla fine è uscito un testo di cui scrivemmo: «non è forse quello ideale che avremmo desiderato ma sicuramente è il migliore che questo Parlamento può approvare. Dopo due anni di dibattiti siamo persuasi che l'alternativa non sarebbe un testo migliore, ma l'accantonamento della riforma. E questo rappresenterebbe la perdita di un'occasione importante».
Ora dalla Camera, dove il provvedimento è approdato per la discussione (forse) finale, la Relatrice segnala che il testo deve essere approfondito (forse rivisto? con slittamento a tempi indeterminati?) perché a quanto pare di alcune cose, come la Fondazione Italia Sociale, non avevano mai parlato. Strano.
Premessa: non che da parte nostra si straveda per questa trovata (tuttaltro) ma la politica è anche questo: tesi diverse, ricerca di equilibri e di sintesi e poi si va avanti. Ora, che di uno degli aspetti da mesi al centro di articoli, interviste e convegni la famosa "Cabina di regia" non avesse mai parlato parrebbe piuttosto originale. E riaprire i giochi, con il serio rischio di impantanare la riforma, sarebbe poco responsabile.

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