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Da alcuni giorni al dibattito sulle forme di imprenditorialità con connotazioni sociali si è arricchito di un nuovo tassello: in sede di maxi emendamento alla legge di stabilità viene infatti introdotto il concetto di "società benefit" identificando le imprese che «nell’esercizio di un’attività economica, oltre allo scopo di dividerne gli utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni e attività culturali e sociali, enti e associazioni o altri portatori di interesse.».

Quello delle c.d. "società benefit" è un tema da qualche mese oggetto di alcune prime riflessioni (si veda ad esempio tra i tanti questo articolo di Venturi) oltre che di una specifica proposta di legge dell'aprile scorso (vedi articolo su Vita).

Si registra la perplessità del Forum del Terzo Settore sull'emendamento, legata primariamente alla mancanza di un percorso di consultazione; non sarebbe inoltre fuori luogo inoltre osservare che introdurre una disciplina regolativa di questo tipo in un emendamento di legge di stabilità (che dovrebbe servire ad altro), perlatro sottoposto alla fiducia è una prassi istituzionalmente dubbia, che nella sostanza esclude la possibilità di approfondire il tema nei modi dovuti, ad esempio portando riflessioni come quelle di seguito sviluppate.  

Veniamo ora ad alcune considerazioni di merito.

1) E' del tutto evidente che anche al di fuori del terzo settore il tema di come l'attività di impresa possa  orientarsi a un beneficio diverso da quello dei soli azionisti è all'ordine del giorno. Qualche volta sarà per moda, altre per convenienza, altre per effettiva volontà di ridefinire il proprio ruolo di imprenditori, sta di fatto che il messaggio portato avanti in tutti questi anni dalla cooperazione sociale è riuscito ad aprire un varco nel pensiero economico dominante. Vent'anni fa, almeno in Italia, a nessuno - con le eccezioni isolate quali Olivetti - sarebbe venuta in mente una cosa simile, oggi rappresenta una tendenza culturale non marginale.  E questo è un fatto molto positivo.

2) Non è forse un caso che il questo intervento avvenga quando lo stesso Governo che propone l'emendamento sembra disposto a riconsiderare in senso più lineare la definizione di impresa sociale inserita all'articolo 6 del Disegno di Legge Delega sul terzo settore. Insomma, il percorso potrebbe essere quello di riconoscere da una parte, come più volte da noi auspicato, l'univoca collocazione dell'impresa sociale come espressione imprenditoriale di terzo settore e al tempo stesso di incanalare in altro e più appropriato luogo il riconoscimento di prassi e istanze di carattere sociale che maturano attraverso imprese for profit, ridefinendo un equilibrio che il DDL faticava a trovare. Da una parte l'impresa sociale, radicata nel terzo settore, con un serio regime vincolistico e un corrispondente favor legis; dall'altra esperienze diverse con minori vincoli e requisiti,  ma prive allo stesso tempo del favor accordato alle imprese sociali. Forse - lo si argomenterà dopo - non la migliore soluzione in assoluto, ma comunque una composizione bilanciata e soddisfacente del dibattito sorto in questi mesi. E anche questo sarebbe un elemento positivo.

3) Non per gusto della critica, e ben disposti a fare un silenzioso passo indietro dove ciò facesse parte di una composizione visioni diverse come quella sopra descritta, ma per mero amore di linearità nei ragionamenti: ma perché è necessario inquadrare le istanze assolutamente apprezzabili di cui al punto 1) entro un qualcosa che è pur sempre apparentato in modo un po' ambiguo ad una logica di "qualificazione" di un'impresa, invece che di riconoscimento (e incentivo) di specifici comportamenti virtuosi? 

Insomma, probabilmente la soluzione più adeguata non sarebbe quella di inventare un'impresa (un pochino) sociale, con meno vincoli e meno benefici dell'impresa sociale vera e propria; ma quella di affrontare in modo sistematico e più organico i diversi filoni dei comportamenti virtuosi di impresa, che di per sé non portano a qualificazione (possono essere fatti un anno sì e l'altro no; non essere statutari ma occasionali, per fare un esempio), ma che ragionevolmente possono beneficare (come di fatto già avviene) di forme di riconoscimento pubblico. Comportamenti virtuosi di impresa sono, ad esempio:

  • fare donazioni a organizzazioni di terzo settore (comportamento premiato con benefici fiscali)

  • assumere, e in particolare assumere lavoratori con profili che li rendono più facilmente soggetti ad esclusione dal mercato del lavoro oppure in determinate aree svantaggiate del Paese (comportamento premiato da varie normative nazionali o regionali con contributi o sgravi fiscali)

  • investire, di per sé, o investire anziché gratificare gli azionisti (innumerevoli misure, ultima delle quali le disposizioni sulle deduzioni aumentate per gli ammortamenti dell'ultima legge di stabilità)

  • promuovere forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa (tema pionieristico per il nostro Paese, che però dalla scorsa legge di stabilità ha iniziato ad essere considerato) e coinvolgere i lavoratori in soluzioni concordate in caso di crisi, come i contratti di solidarietà, (defiscalizzati); pratiche di distribuzione del reddito che favoriscano i lavoratori oltre il livello minimo contrattuale;

  • operare in settori produttivi particolarmente sensibili per il benessere del Paese e coerenti con le strategie di sviluppo ritenute auspicabili (es. produrre energia da fonti rinnovabili, storicamente incentivato in varie forme)

  • operare con modalità che garantiscano il  rispetto dell'ambiente (accanto alle forme di incentivo, il tema può essere oggetto di clausole sociali negli affidamenti).

  • ...

L'elenco potrebbe probabilmente continuare, con un'indicazione di circostanze e fattispecie in cui si ritiene ragionevole un sostegno pubblico a comportamenti di impresa.

Si consideri che in questo caso non è richiesto all'impresa un orientamento complessivo pro - sociale, nemmeno attenuato. Si possono fare donazioni ad una Onlus e ottenere uno sgravio fiscale e poi produrre armi magari vendendole a paesi equivoci, pagare poco i dipendenti e inquinare; ma la donazione è comunque incentivata, perché non si premia una "qualificazione" dell'impresa, ma un suo comportamento (detto tra parentesi, nessuno ha mai fatto il conto argomentato e credibile, ma le forme di aiuto pubblico a specifici comportamenti "virtuosi" di impresa come quelli sopra richiamati è probabilmente molto più alto rispetto a quello attribuito alle varie forme di terzo settore).

Prescindiamo quindi in conclusione da logiche "compensative" che in qualche modo possono legare l'introduzione dell'impresa benefit entro un ripensamento di quanto previsto in tema di impresa sociale e interroghiamoci in termini generali sull'operazione. 

Cercare una "qualificazione" di un'impresa come "benefit" ci porta con ogni probabilità a esiti instabili e di difficile equilibratura, tra imprese che rispettano l'ambiente e un po' meno i lavoratori o viceversa o che un anno adottano entrambe le virtuosità e l'anno dopo nessuna delle due. L'esito finale è un "bollino" la cui credibilità rischia di essere franosa. Mentre d'altra parte una riflessione e sistematizzazione circa il modo con cui si sostengono i comportamenti virtuosi di impresa appare al tempo stesso più "laico" (non si danno patenti di - pur relativa - bontà, ma si premiano specifici comportamenti), meno confusivo perché non fa il verso all'essere impresa ( un poco) sociale e potenzialmente più fecondo in termini operativi, dal momento che potrebbe portare a introdurre razionalizzazione ed equità in interventi di sostegno già oggi molto rilevanti.

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